Il 20 novembre 1998 Mattia Feltri diede notizia su “Il Foglio” dell’esistenza di 24 istantanee raffiguranti la salma di Lucio Battisti adagiata sul materassino verde di una branda metallica della cella frigorifera dove era stata posta per la sua conservazione. La richiesta del venditore, un intermediario secondo Feltri, era di 150 milioni, sei milioni 250 mila lire a foto.

“Non vedevano l’ora di levarselo dalle scatole, hanno ballato sulla sua bara. Forse Lucio ha sbagliato a negarsi così fino alla fine, permettendo a tutti di diventare prime ballerine, possono dire di tutto, possono fare di tutto” (Pasquale Panella)

Di certo Pasquale Panella, autore degli ultimi cinque album di Battisti, non immaginava che la sua invettiva potesse anticipare, come fosse la visione di un chiaroveggente, la macabra e oltraggiosa messinscena fotografica. Le sue parole intendevano stigmatizzare l’ipocrisia della stampa e delle grandi firme che, il 9 settembre 1998, piansero un uomo e un artista del quale non avevano mai rispettato il profondo desiderio di vivere una vita normale. Il giorno in cui morì Lucio Battisti i palinsesti di ogni mezzo stampa nostrano furono rivoluzionati per rendere omaggio al genio di Poggio Bustone. A dare il maggior contributo fu Rai 1 che la sera del 9 settembre trasmise in diretta uno speciale dal titolo: “Lucio, quante emozioni”. Gli ospiti della serata, condotta da Vincenzo Mollica, erano: Bruno Lauzi, Sandro Colombini, Renzo Arbore, Fabrizio Zampa, Pietruccio Montalbetti e Gianni Boncompagni. Quest’ultimo, in chiusura di trasmissione, si lasciò scappare una “battuta”, o un calembour, come provò timidamente a giustificare Mollica in diretta: “Dio li fa e poi li accoppa” riferendosi alle ultime quaranta canzoni del duo Battisti-Panella che non incontrarono mai il favore del pubblico.

Battisti e l’amico Bruno Lauzi negli studi Rai

L’infelicissima uscita di Boncompagni (a cui seguì una veemente e accorata risposta di Panella) fu solo l’ultima delle innumerevoli accuse rivolte a Battisti, reo di aver sperimentato nuove musicalità, abbandonando così l’agio di un facile successo in favore di qualcosa di nuovo e, forse, per questo mai accettato. Lucio Battisti nacque il 5 marzo 1943 a Poggio Bustone, piccolo paesino in provincia di Rieti. Ebbe il nome “Lucio” in memoria dell’omonimo fratello primogenito morto un anno prima all’età di due anni. Nel 1946 nacque la sua unica sorella, Albarita. Lucio, per sua stessa ammissione, non ebbe un’infanzia felice, ricevendo quella che egli definì “un’educazione troppo conformista”.

Ciò, unito a qualche chilo di troppo, aveva contribuito ad isolarlo dal gruppo dei coetanei. Il “Grassotto”, così chiamato nel paese, si rifugiò nella solitudine, tanto da spingere i frati della zona a immaginare per lui un futuro in saio. La svolta fu l’incontro con l’elettricista del paese, Silvio di Carlo, che si offrì di impartire al piccolo Lucio qualche lezione di chitarra. La famiglia Battisti si trasferì a Roma nel 1950, in un condominio nel quartiere Prenestino. Nella capitale la passione per la chitarra non si esaurì ma prese maggior vigore grazie all’incontro con due ragazzi che vivevano nello stesso condominio di Lucio: i fratelli Polsinelli.

I due, amanti della musica, portarono all’orecchio del giovane Lucio sonorità lontane, sinonimi di libertà e di fuga. A sedici anni infatti, Lucio tentò di scappare di casa. Progettò la fuga a Milano con un bambino del palazzo che, sul più bello, confidò i “progetti dell’evasione” ad Alfiero, padre del giovane musicista, il quale, alla notizia, entrò in camera di Lucio e gli ruppe la chitarra in testa. Se sia andata proprio così non possiamo saperlo sicuramente, lo stesso Alfiero diede diverse versioni dell’accaduto in seguito alla morte di Lucio. Ciò che è certo è che la chitarra e la passione per la musica non lo abbandonarono più.

Trovò un accordo con il padre: si sarebbe diplomato perito elettrotecnico e, favorito dall’esenzione dal servizio militare, grazie all’invalidità paterna, nei due anni successivi avrebbe tentato di sfondare nel mondo della musica. Il diploma arrivò nel 1962 e Lucio, all’età di diciannove anni, decise di intraprendere una trasferta di due mesi alle pendici del Vesuvio. Era stato ingaggiato come chitarrista da un gruppo locale: i Mattatori. L’esperienza napoletana fu fallimentare. Battisti descrisse i mesi di ottobre e novembre 1962 come il suo periodo più duro, si sentiva solo in una città che non conosceva, senza amici e senza amore. Reagì dandosi delle regole precise che definì;

“Diverse da quelle che mi avevano trasmesso i miei genitori e diverse dalle abitudini della società nella quale vivevo”

Battisti con uno dei suoi iconici foulard

Dopo una breve parentesi romana con I Satiri, Battisti partì alla volta di Milano in cerca di qualcuno che riuscisse a sgrezzare l’immenso talento di cui il prodigio reatino era portatore sano. Quel qualcuno fu Roby Matano. Il leader de I Campioni aveva osservato più volte le esibizioni del ricciuto chitarrista laziale. Il suo modesto repertorio non comprendeva alcuna canzone italiana ma spaziava dal blues ai primi vagiti del rock and roll americano. Erano cover, versioni modificate da Battisti o, come dirà lui in seguito, corrette. Bastò questo per convincere Matano delle straordinarie qualità di Battisti.

Egli offrì a Lucio il posto come chitarrista nel suo complesso e, assieme a lui, si esibì in Germania e Olanda. Il ragazzo di provincia stava diventando grande, girava le case discografiche con in mano i suoi nastri nel tentativo di trovare qualcuno in grado di apprezzare la sua musica. La prima a dare una chance a Battisti fu Christine Leroux, giovane editrice di origini francesi. Battisti firmò il contratto proposto dalla Leroux e il primo prodotto di quell’unione fu Se rimani con me che divenne il primo singolo di un altro gruppo emergente: i Dik Dik.

Battisti continuò a scrivere canzoni ma si rese ben presto conto che, malgrado l’innovativa composizione musicale, i suoi brani soffrivano la debolezza dei testi. Fu Christine Leroux a risolvere definitivamente il problema portando Battisti dal suo amico Giulio. Giulio altri non era che Giulio Rapetti, il figlio di Mariano – noto come paroliere con lo pseudonimo di Calibi – direttore del ramo di musica leggera della casa discografica Ricordi. Giulio, seguendo le orme del padre, aveva iniziato a scrivere canzoni già da qualche anno sotto lo pseudonimo di Mogol e aveva da poco raggiunto il successo del grande pubblico con Una lacrima sul viso, affidata a Bobby Solo nel 1964.

Quando Battisti, nell’autunno del 1965, bussò alla porta di Mogol, questi rimase colpito, più che dall’abilità del musicista reatino, dalla sua umiltà. Le canzoni che gli portò erano deboli, acerbe e quando Mogol espresse il suo giudizio Battisti si trovò d’accordo con lui. Lucio lavorò senza sosta studiando nuovi arrangiamenti, dando per scontato che i testi delle sue canzoni, da lì in poi, li avrebbe scritti Mogol. Così fu. Nella prima metà del 1966 egli presentò a Mogol quella che divenne poi Dolce di giorno, incisa per la prima volta dai Dik Dik nel giugno del 1966. Inizia da questo brano la collaborazione più celebre e iconica della musica leggera italiana.

Battisti e Mogol festeggiano a cavallo l’arrivo a Roma, 1970

La seconda fatica della coppia fu Per una lira, affidata a un gruppo locale capitanato da Demetrio Stratos: I Ribelli. La canzone non riscosse grande successo di pubblico, ma fu notata dalla critica che arrivò addirittura a paragonare il giovane Battisti a Bob Dylan. Le qualità di Battisti stavano emergendo in fretta e Mogol propose a Battisti il grande salto: cantare le loro canzoni. La sua voce però non piaceva ai piani alti della casa discografica milanese, i cui dirigenti avevano bollato Battisti come un buon musicista, ma assolutamente inadatto al canto. Mogol minacciò le dimissioni e dalla Ricordi arrivò il contentino: il 45 giri contenente Per una lira e Dolce di giorno sarebbe uscito, ma a fine luglio – a stagione da jukebox inoltrata – e in un numero infimo di copie, solo 1300.

Gli appassionati di calcio ricorderanno bene il luglio 1966, mese in cui si svolse l’ottava edizione dei mondiali, ma soprattutto, mese della disfatta calcistica dell’Italia, affossata da una Corea del Nord, di sconosciuti giocatori dilettanti, esordiente nella massima competizione internazionale.  E fu “una Corea” anche per Battisti il cui singolo non arrivò alle quattrocento copie, complice anche la discutibile copertina che lo ritraeva di spalle abbracciato ad una ragazza più alta di lui. La classifica della hit parade fu conquistata da un altro singolo, sempre a firma di Mogol-Battisti, cantato dall’Equipe 84: 29 settembre. La novità degli arrangiamenti, la presenza di uno speaker radiofonico a simulare un giornale radio come incipit della canzone e il tradimento raccontato attraverso le parole di Mogol fecero il resto. Battisti divenne un autore da prima posizione a cui si continuava a negare la carriera di cantante.

L’esplosione avvenne nel 1968. In un anno che è passato alla storia per la voglia di cambiare il mondo, Lucio Battisti, con qualche pretesa in meno, tentò di cambiare la musica leggera italiana. Fu il caso di Balla Linda, lato B del 45 giri che, sull’altra faccia, vedeva incisa Prigioniero del mondo, canzone scritta da Mogol e musicata da Carlo Donida. Balla Linda, presentata al Cantagiro del 1968, fu un’iniezione di aria fresca per la musica nostrana. Nello stesso palco su cui, a qualche minuto di distanza, Claudio Villa fu ricoperto di ortaggi in quanto simbolo dell’ancien regime, Lucio si esibì incontrando il favore del pubblico e si classificò quarto. I Grass Roots realizzarono una cover, portando per la prima volta un brano di Battisti oltreoceano. Non fu di certo il brano di maggior successo del duo Battisti-Mogol, ma diede maggiore consapevolezza ad entrambi sulle possibilità da solista di Lucio. Intervistato sulla sua nuova veste di interprete, Battisti rispose con la consueta sincerità, senza orpelli e false modestie:

“Io non sono un cantante nel senso comune della parola, mi limito a interpretare delle canzoni che ritengo adatte alla mia personalità. Cantando, senza essere considerato un presuntuoso, credo di avere delle cose da dire e così provo a dirle. Vedremo se qualcuno le ascolterà”

Lucio Battisti sfoggia il suo foulard sul palco di Sanremo, 1969

Egli, restio a concedersi al grande pubblico, diffidava dei grandi palcoscenici, in particolar modo di Sanremo. Al festival della canzone italiana Lucio aveva già partecipato come autore con Non prego per me – cantata da Mino Reitano e dagli Hollies – e La farfalla impazzita, affidata a Johnny Dorelli e Paul Anka, ma non si era mai esibito come cantante. La sua prima ed ultima partecipazione arrivò nel 1969 quando, in coppia con Wilson Pickett cantò Un’avventura. La canzone, lato A del 45 giri Un’avventura/Non è Francesca, si classificò al nono posto ma rese Battisti una celebrità. Dal mattino seguente tutti i giovani à la page iniziarono ad indossare il foulard al collo “alla Battisti”, definito sprezzantemente dai nostalgici romani di Claudio Villa lo “strozzino al collo”, in omaggio a quel ragazzo di provincia che voleva scalare le classifiche. Lucio continuava a sfornare successi: il suo nuovo 45 giri Acqua azzurra acqua chiara/Dieci ragazze, vinse il Festivalbar. A solo qualche mese di distanza, pubblica il suo terzo singolo dell’anno Mi ritorni in mente/7 e 40.

La carriera di Battisti era ormai decollata: divenne un personaggio pubblico, invitato in radio e televisione e corteggiato con proposte di interviste. Diventò, come tutti i personaggi famosi dell’epoca, il soggetto privilegiato delle imitazioni, da quella di Walter Chiari a quelle di Ugo Tognazzi e Alighiero Noschese, con la complicità di un giovanissimo Massimo Ranieri. Con il successo arrivarono anche le prime contestazioni. In un’Italia, come quella a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 in cui tutto è politica, Battisti non può esimersi dal prendere posizione. Siccome non lo fece, alimentò le tesi di chi interpretava il suo silenzio come un’ammissione di colpa; e la colpa, all’epoca, era sinonimo di estrema destra. Lucio Battisti divenne quindi fascista, un gagliardetto inseguito da più capitani.

Chiunque voleva fregiarsi di avere tra le sue fila l’astro nascente della musica leggera italiana e, se rifiutato, gli gettava addosso l’onta di rimpiangere il regime. Nacque così, da un rifiuto, la leggenda del Battisti fascista. Un funzionario del PCI invitò Battisti, come altri, ad esibirsi alla Festa de “l’Unità” del 1970 a Roma. Battisti rifiutò, non aveva alcuna intenzione di cantare su un grande palcoscenico, tanto meno se di partito, ma di qualsiasi partito. Questa ritrosia a non volersi schierare, il suo desiderio di fare “solo” musica, lo condannò a subire tante impietose calunnie che ancor oggi macchiano la leggenda del genio di Poggio Bustone.

“Ma che impegnato, io sono disimpegnato. Disi-tutto. Tranquillo proprio”

Questa fu la risposta che, durante la trasmissione “Speciale per Voi” del 1970, Battisti diede ad un ragazzo che si levò tra il pubblico per criticarlo, poiché colpevole, a suo avviso, di parlare semplicemente d’amore, tralasciando la lotta politica. Eppure, più Battisti tentava di uscirne, più ne rimaneva coinvolto. Nella stessa puntata cantò in anteprima il suo ottavo 45 giri: Fiori rosa fiori di pesco/Il tempo di morire. Prima di potersi esibire fu aspramente criticato dal pubblico e dalla critica – tra cui il giornalista Renzo Nissim – perché non disponeva di alcune non meglio definite “doti vocali”. Battisti, stanco delle vane parole di figuri anacronistici già all’epoca, interpellato sulla questione, troncò così:

Io? Ma che devo dì? Io non dico niente, state a parlà sempre voi, parlate sempre voi, non ho capito mica! Ma insomma, io non ho capito niente, so’ tre ore che state a parlà non si è concluso niente. Io propongo delle cose: vi emozionano, vi piacciono. Sì o no? (il pubblico a questo punto mostra il proprio gradimento) Bene, mi fa piacere. Sotto maestro con la base”

Al termine dell’esibizione dal pubblico, si levò un altro ragazzo che, non pago delle precedenti provocazioni, sfidando Battisti gli chiese:

“Lucio, voglio sapere se ti senti originale”

Battisti, ormai esausto, rispose:

“No, mi sento Lucio Battisti”

Tutti insieme, secondo canale Rai, 1971

Che il rapporto tra Battisti e i media non sia mai stato idilliaco si sa, ciò che magari non si conosce o si ignora è il modo in cui una certa politica lo trasformò in un bersaglio. Il 23 settembre 1971, durante uno spettacolo dal titolo “Tutti insieme” andato in onda sul secondo canale Rai, Battisti cantò E penso a te e, al momento di lanciare il coro, sollevò il braccio destro. Il fermo immagine del “braccio teso” di Battisti divenne la prova provata della sua colpevolezza. E Lucio doveva essere fascista, perché nel 1972, in un covo di Ordine Nuovo, apparve sulla lista di finanziatori un acronimo, tra i vari: “L. Batt.”. Tanto bastò per avere la certezza che il cantante fosse un finanziatore dei terroristi neri. Però, ancora una volta l’ironia venne in soccorso di Lucio che, scherzando sulla sua nota tirchieria, ridicolizzò così la vicenda:

“Io finanziare Ordine Nuovo? Chi mi conosce sa che faccio fatica a pagare anche il biglietto del tram!”

Il Battisti cantante procede a vele spiegate verso un successo che sembra ormai inarrestabile. Nell’estate del ’70 porterà a compimento dieci serate, il suo secondo e ultimo tour. A settembre vincerà il Festivalbar e, ad ottobre, uscirà Emozioni/Anna nono 45 giri del sodalizio Battisti-Mogol. Ad ispirarli fu, a detta di entrambi, il mitico viaggio fatto a cavallo in cui i due percorsero l’intera distanza Roma-Milano alternando il piccolo trotto al galoppo. Il 1971 si aprì con uno dei più grandi successi del duo: Pensieri e Parole. La canzone, pubblicata a maggio, divenne la regina delle hit parade e il singolo, al cui lato B c’era Insieme a te sto bene, fu il più venduto dell’anno in Italia. In quegli stessi giorni Battisti si esibì a Teatro 10 in Eppur mi son scordato di te.

La leggenda vuole che il suo braccio fosse armato di una chitarra di scarso valore acquistata alla stazione Termini e, ciò nonostante, mandò in visibilio il pubblico, mostrando anche una certa emozione tradita da una risata, a stento trattenuta, verso la fine della canzone. Lucio diviene nazionalpopolare, il suo volto è ovunque, le sue canzoni invadono le radio e i fan accaniti cominciano a dare la caccia al loro nuovo idolo. Sempre nel 1971 la Ricordi decide di pubblicare Amore e non amore, terzo LP di Battisti scritto due anni prima e considerato inappropriato per le sonorità rock e i testi troppo osé per l’Italia dell’epoca. Ad ottobre dello stesso anno pubblica Le tre verità/Supermarket e, dopo solo un mese, La canzone del sole/Anche per te. Tornerà in Rai, un’ultima volta, nell’aprile del 1972.

L’idea è quella di far cantare Mina assieme Lucio Battisti; la Rai all’epoca, pensava in grande e – per piazzare il colpo – sfruttò l’amicizia che legava la “Tigre di Cremona” al cantante laziale. Battisti, che aveva da poco regalato alla collega due capolavori musicali come Amor mio e La mente torna, accettò la proposta e quegli scarsi otto minuti a Teatro 10 entrarono di diritto nella storia della Radiotelevisione italiana. I due si esibirono intrecciando canzoni dell’uno con quelle dell’altra, molte delle quali ne era autore Battisti stesso, dando vita ad uno spettacolo che chi ha avuto il privilegio di vedere ha anche l’onere di custodire, ricordare e tramandare. I pezzi cantati quella sera con ineguagliabile affiatamento artistico furono: Insieme, Mi ritorni in mente, Il tempo di morire, E penso a te, Io e te da soli, Eppur mi son scordato di te ed Emozioni.

Il giorno dopo Battisti pubblica il suo primo album con la Numero Uno – casa discografica fondata da lui e Mogol qualche anno prima – che si proietta in testa alle classifiche e risulterà essere il secondo più venduto in Italia nel 1972. L’album è Umanamente uomo: il sogno da cui sarà estratto il 45 giri I giardini di marzo/Comunque Bella. A novembre pubblica Il mio canto libero, il suo capolavoro. Sarà l’ellepì più venduto dell’anno, capace di raggiungere il mezzo milione di copie in pochi mesi. Battisti si nasconde, si rifiuta di concedere interviste e, per questo, viene attaccato e criticato dai giornali. La pietra dello scandalo e il pretesto, questa volta, è la copertina del 33 giri che raffigura tante mani rivolte verso il cielo: per Mogol un inno alla libertà, per alcuni un’altra apologia di fascismo. Il disco è una critica alla classe media dell’epoca, a quello che Giorgio Gaber definisce:

“Il piccolo borghese, noioso perché non commette mai peccati grossi non è mai intensamente peccaminoso”

Copertina de Il mio canto libero

Le otto tracce de Il mio canto libero sono entrate nella memoria collettiva italiana. Questa è la grandezza di Battisti, compone musica “semplice” perché fruibile, ma senza esser mai banale. Chiunque può canticchiare Battisti, può immedesimarsi nelle storie che racconta, può riprodurre la sua musica, mai finalizzata al mero sfruttamento commerciale. Il duo Battisti-Mogol consegnerà alla storia versi immortali, divenuti modi di dire oggi di uso comune nella lingua italiana. Uno su tutti, contenuto in Con il nastro rosa, è “lo scopriremo solo vivendo”.Il 1973 è, per Battisti, un anno cruciale. Dopo quattro anni di fidanzamento con Grazia Letizia Veronese, conosciuta quando era segretaria di Miki Del Prete nel Clan Celentano, Lucio diventa padre di Luca. La nascita del figlio sarà fondamentale per la futura deriva isolazionista della sua immagine, che il suo stesso carattere schivo faceva già presagire all’inizio della sua carriera. Il 26 marzo, all’indomani della nascita del figlio, la rivista Sogno pubblica un improbabile scoop secondo il quale Battisti avrebbe avuto un flirt con Zeudi Araya, bellissima e aristocratica attrice eritrea, naturalizzata italiana.

Il giorno successivo due fotografi fanno irruzione nella stanza della clinica ostetrica in cui si trovava la famiglia Battisti tentando di fotografare il neonato. La reazione di Battisti è quella di un uomo stanco, offeso e oltraggiato nella sua più profonda intimità. Malmena i due fotografi e, il giorno successivo, la stampa lo attacca definendolo “violento, spaventato dalla sua stessa ombra”. Battisti è irreperibile, non apparirà più in pubblico, si arroccherà nella sua villa in Brianza, a Molteno, lasciando parlare solo la sua arte. A settembre pubblica Il nostro caro angelo, secondo album più venduto dell’anno dopo Il mio canto libero. È un album diverso, un Battisti che sperimenta nuove sonorità, abbraccia per la prima volta gli strumenti elettronici lasciando presagire molte caratteristiche della sua produzione futura. Nello stesso anno la coppia Battisti-Mogol si dirige verso il Sudamerica per un viaggio in cui attraverseranno il Brasile dei “Gorillas” e l’Argentina del secondo Peron, e che verrà poi narrato nella rivista musicale Ciao 2001 dallo stesso Battisti e dal giornalista Renato Marengo.

Lucio Battisti con la moglie Grazia Letizia Veronese

“Perché America Latina? Perché lì, tra quella gente semplice, tra quei suoi genuini e al tempo stesso pieni di felicità ma anche di denuncia, di realtà, ho ritrovato il mio spirito latino. Con l’anglicismo e l’americanismo che ci hanno coinvolto in questi ultimi anni andavamo perdendo, proprio noi mediterranei più di tutti, lo spirito creativo, la vitalità che ci caratterizzano da sempre e che non sono morti, ma semplicemente addormentati dalla sudditanza alla Amerika, dei frigoriferi e dei consumi”

E ancora:

“L’America Latina mi ha scosso da certi torpori, ma già da qualche anno avevo dentro di me questo senso di rivolta, sentivo che la strada giusta non è quella degli altri, che la cultura degli altri può violentarci, sopraffarci, ma non potrà mai diventare nostra. Basti pensare che, per ammissione degli stessi inglesi, i nostri testi, le nostre concezioni sono intraducibili per loro perché è il nostro temperamento a essere intraducibile”

Il senso di rivolta che Battisti avverte è palese nell’album che pubblicherà nel dicembre del 1974: Anima Latina. È un album rivoluzionario, è il meno “mogoliano” degli album scritti con il paroliere milanese. La musica fa da padrona, i testi sono soffocati dalle note di Battisti. Per esser capiti i testi di Mogol devono essere accuratamente ascoltati, più volte riavvolti per cogliere le parole cantate da Battisti. Anima Latina è un esperimento, considerato alla stregua di un concept album, un LP che Battisti arriva a definire un’operazione culturale:

“Questo mio ultimo LP, Anima Latina, è per me un’operazione culturale, quasi un esperimento, e tale dovrà restare; ho fatto alcune considerazioni, alcune correlazioni con altre arti la cui situazione più evoluta è senza dubbio quella iconografica, quella delle forme più recenti di pittura di arte concettuale, ecc.; per capire quanto avanti sia questo tipo di arte, basti pensare a Picasso, a quello che ha significato la rottura, la provocazione dei primi esperimenti dell’artista, divenuti poi documenti, divenuti addirittura scuola, serviti da stimolo ed apertura a nuove cose. Anche nella musica più elementare è utile fare oggi queste operazioni; nella musica contemporanea l’hanno già fatto, nel mondo delle canzoni, quello più vicino alle masse, quello più immediato, per la gente più semplice, ancora non è stato fatto, siamo ancora legati alla strofa, alla rima, sia pure trattandosi di cantautori, di brani impegnati e ricchi di significato: sono sempre cose che si subiscono. Questa sudditanza dell’ascoltatore deve essere modificata; non è che tutti debbano comporre o far musica, ma partecipare sì”

Lucio Battisti e Mina provano per la serata a Teatro 10

Dal 33 giri non verrà estratto alcun singolo, a dimostrazione che Anima Latina è un album organico, inscindibile, prodotto non per facili guadagni. Il successo di pubblico sarà sorprendente: rimase in classifica per sessantacinque settimane, di cui tredici trascorse guardando tutti dall’alto. Purtroppo, Anima Latina rimarrà un unicum nella produzione firmata Battisti-Mogol che, già due anni dopo, tornerà sui binari “tradizionali”. Nel luglio del 1975 vi fu il tentativo di rapimento del figlio di Lucio, Luca, da parte di ignoti poi identificati dalla stampa come l’Anonima sequestri. Il tentativo di rapimento del figlio fu sventato dalla bambinaia e la fuga della famiglia Battisti fu definitiva. Il lavoro con Mogol continuò senza sosta e, nel febbraio dell’anno successivo, pubblicarono Lucio Battisti: la batteria, il contrabbasso, eccetera… con cui i due tornarono a brani “facili” e conquistarono le vette della classifica.

Il 45 giri che ne fu estratto, Ancora tu/Dove arriva quel cespuglio, fu il più venduto del 1976. Di Ancora tu fu girato anche un videoclip, il primo in Italia, a firma di Ruggero Miti. A settembre Battisti e Grazia Letizia Veronese convolarono a nozze con rito civile. Nella mente di Battisti prende forma l’idea di imporsi nel mercato d’oltremanica e, perché no, d’oltreoceano. Visita a più riprese gli Stati Uniti ed acquista una casa a Londra. Il nuovo LP della coppia, dal titolo Io tu noi tutti, fu registrato ad Hollywood. Il disco fu il secondo più venduto del 1977 sospinto dal 45 giri Amarsi un po’/Sì, viaggiare che conquistò la vetta dell’hit parade. L’ossessione anglosassone non abbandonava Battisti che, dopo essersi cimentato a cantare i suoi successi in lingua tedesca, spagnola e francese, si determinò ad incidere un album interamente in lingua inglese, scritto e pensato per il mercato statunitense.

L’album, intitolato Images, era composto da sette canzoni, non conteneva inediti ma le traduzioni di cinque brani tratti da Io tu noi tutti (Amarsi un po’, Soli, Sì, viaggiare, Ho un anno di più, Neanche un minuto di non amore) e due grandi successi come La canzone del sole e Il mio canto libero. Il 33 giri fu bocciato pesantemente da critica e pubblico, sul giudizio pesarono la pessima pronuncia inglese di Battisti e la traduzione troppo letterale dei testi di Mogol (eseguita da Peter Powell). Per rientrare delle perdite, la RCA virò sul mercato italiano dove il disco sedusse solo i più curiosi raggiungendo la cinquantanovesima posizione. I pessimi risultati dell’esperimento anglofono smentirono l’idea di partenza di Battisti, riassunta in un breve commento rilasciato nel 1976:

“Io credo che quando uno ha delle cose da dire, a livello musicale, possa farle comprendere da tutti, una volta superata la barriera linguistica. Non penso che i gusti siano necessariamente condizionati dalla provenienza dell’autore”

Per la prima volta, dopo quasi dieci anni, il Re Mida della musica italiana aveva mancato il colpo. La risposta, ovviamente, non tardò ad arrivare e nell’ottobre del 1978 Battisti pubblicò Una donna per amico. Fu il quarto album più venduto in Italia, rimase in cima alle classifiche per tre mesi e mezzo e fu il più grande successo di Battisti in termini di copie vendute. L’album fu preparato con la consueta maniacale dedizione, Battisti ingaggiò il produttore e arrangiatore britannico Geoff Westley per curare gli arrangiamenti ed avvicinarsi alle sonorità della disco music. Il ritorno alla lingua italiana fu commentato da Battisti con una punta di ironia:

“Il pubblico vuole Lucio Battisti? Io gli do Lucio Battisti”

Eppure mentiva, Battisti non abbandonò mai l’idea di pubblicare un nuovo album in lingua inglese. Avrebbe dovuto essere una traduzione di Una donna per amico. Per molto tempo si credette che questo album fosse solamente una suggestione, uno dei tanti racconti leggendari che aleggiavano attorno alla figura di Battisti. Fu il giornalista Tullio Lauro, nel 1995, a trovare un annuncio che recitava:

“Disponibili su brano nastri inediti di Lucio Battisti”

Oggi quei brani circolano gratuitamente in rete e Battisti non li incise mai, si dice per un problema con i produttori americani. Volevano infatti che Battisti si esibisse dal vivo per pubblicizzare l’uscita dell’album. Una richiesta normale per chiunque ma non per Battisti che, da sei anni, aveva abbandonato le luci del palcoscenico. Nel 1980, a due anni di distanza dall’ultimo album, Battisti pubblica Una giornata uggiosa.

Tra i due dischi rilascerà la sua ultima intervista. A compiere lo scoop fu Giorgio Fieschi, giornalista della RSI (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana), a cui Battisti regalò i venti minuti più importanti della sua carriera. Nella chiacchierata Battisti anticiperà molto del suo futuro, di quel secondo periodo così volutamente tralasciato dalla grande narrazione comune.

“Quando uno, in Italia, raggiunge certi risultati; quando uno ogni disco fa il primo posto: che cosa deve fare? Inventare un posto più primo del primo? E allora, a un certo momento, non dico che non c’è più gusto, perché sarebbe ridicolo, però, vuol vedere un po’ se questo che dice, che convincono centinaia di migliaia di persone nel proprio paese, hanno fondamento e qualche elemento di verità anche per altra gente, anche per altre società”

La sfida di Battisti naufragò con la mancata pubblicazione della versione in lingua inglese di Una donna per amico. A naufragare fu anche il sodalizio Battisti-Mogol che, già nel ’79, appariva incrinato:

“Il nostro rapporto è il rapporto tra due persone di questo tempo, che dopo tanti anni di lavoro assieme, improvvisamente per divergenze di interessi, si sono messe ognuno sulla sua rotaia, diciamo su una sua strada, per cui adesso da quattro o cinque anni a questa parte ci vediamo al massimo un mese all’anno. Il che è una cosa stranissima ma secondo me molto bella per il risultato delle canzoni. L’esperienza di due persone che stanno diventando completamente diverse e che però fanno un discorso che si integra proprio per questo. È una cosa inevitabile, ossia facciamo solamente canzoni assieme, lui ha la sua vita, io ho la mia vita”

Il 1980 segnò la fine del sodalizio più importante della storia della musica leggera italiana. Sui motivi alla base di questa scelta si è detto moltissimo e gli stessi protagonisti ne hanno dato varie interpretazioni: visioni parziali che, di fatto, hanno solamente alimentato il mistero. La versione “ufficiale” o, perlomeno, quella più accreditata vede i due in disaccordo sulle percentuali spettanti dalle vendite. Mogol negli anni è stato più volte sollecitato sull’argomento fino ad arrivare a dare la sua versione:

Battisti e Mogol

“Io ritenevo che la mia quota di diritti dovesse essere parificata alla sua. Mi battevo per un principio, non ho mai capito perché, nell’ambito di una canzone, ci dovesse essere una distinzione tra i ricavi di chi metteva le note e di chi metteva le parole. Lui non fu d’accordo e così finì”

Molti, senza capire il bisogno di vivere appartato di Battisti, hanno additato la moglie Grazia Letizia quale responsabile del divorzio tra i due. Questa accusa, forse la più “facile” da sposare, è nata dall’incapacità di accettare che il legame artistico più importante della musica leggera italiana, che aveva fatto cantare un’intera generazione davanti ad un falò in spiaggia, si fosse sciolto a causa di volgari interessi economici. Nemmeno un grande amico di Battisti come Bruno Lauzi, che doveva alla coppia alcuni dei suoi più grandi successi come Amore caro amore bello, L’Aquila, ed E penso a te, riuscì ad ottenere una risposta soddisfacente dal cantante reatino:

“A Bru’ si sono separati John Lennon e Paul McCartney e non è morto nessuno. Non morirà nessuno nemmeno se io e Giulio seguiremo strade diverse”

Nel 1980 Riccardo Cocciante pubblicò Cervo a primavera, l’album con cui diede inizio la sua collaborazione con Mogol. Nessuno aveva notizie di Lucio Battisti. Nel 1981 si vociferò la possibilità di rivederlo sul piccolo schermo assieme a Mina. Un grande ritorno caldeggiato da Silvio Berlusconi che, secondo Bruno Lauzi, arrivò ad offrire un miliardo di lire a Battisti per cantare un paio d’ore su Canale 5. Neanche a dirlo Battisti rifiutò; anche se, nello stesso periodo, si esibì in un programma della TV svizzera tedesca cantando in playback Amore mio di provincia, indossando un’improponibile larga camicia a strisce e un paio di ciabattine da mare.

Il ritorno di Battisti, per la prima volta senza Mogol, avvenne nel 1982 con l’album E giàIl suo quindicesimo disco segna una netta e definitiva inversione di rotta: sposa arrangiamenti solamente elettronici, dimentica archi e chitarre, scrive canzoni più brevi. È un artista che lascia parlare la sua arte, negando per questo l’autorizzazione a pubblicizzare il prodotto. Portò così a compimento un desiderio che aveva già espresso a Fieschi nell’intervista di tre anni prima:

“Sì. Io la musica la concepisco come, credo, ogni lavoro debba essere concepito. Un modo per potersi rinnovare, per poter trovare nuovi stimoli, che non diventi mai noioso, pesante da portare avanti… Adesso sto scrivendo nuove musiche e ci saranno inevitabilmente molti punti in contatto con quello che ho fatto prima. Però ho già scritto quattro, cinque cose e mi accorgo che sono già da un’altra parte. Ho paura di chi ha idee molto precise”; e chiude definitivamente con la stampa, le esibizioni, le interviste: “Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte”

I testi di E già sono accreditati a Velezia, pseudonimo utilizzato dalla moglie di Battisti (Grazia Letizia Veronese) anche se i molti riferimenti autobiografici lasciano immaginare un coinvolgimento di Battisti, anche solo come coautore. Il successo del disco fu lontano dalle vette a cui Battisti era abituato: si posizionò al quattordicesimo posto come album più venduto, rimanendo in vetta una sola settimana. In questo periodo Battisti coltiva nuove passioni tra cui una, il windsurf, che condivideva con Adriano Pappalardo. Fu lui stesso, attraverso un comunicato stampa, a raccontare la genesi della sua breve collaborazione musicale con il cantante pugliese:

“Ci siamo incontrati dopo tanti anni per caso al mercato rionale di Ponte Milvio. Lui aveva delle patate, io avevo dei pomodori pugliesi. Abbiamo detto: perché non ci facciamo delle belle patate alla pizzaiola? E così è nato il long playing “Immersione”. Adriano ha scritto la musica di dieci canzoni ispirate dall’argomento che egli vive e ama di più: il mare e l’immersione. Franca Evangelisti ne ha interpretato lo spirito più puntiglioso scrivendo testi profondi e toccanti. Greg Walsh, autoribattezzatosi Gregorio Valshetti durante il suo soggiorno in Italia, è il sorridente artefice del suono e l’organizzazione della parte musicisti/studio. Io sono stato con loro pronto a consigliare e discutere nei momenti cruciali, con un obiettivo preciso in mente: far sì che tutto fosse sempre pervaso da una forza positiva e dalla gioia di fare musica”

Lucio Battisti durante la registrazione di Non è Francesca, 1969

Battisti curò due album di Pappalardo: il già citato Immersione e Oh! Era ora, pubblicati rispettivamente nell’82 e nell’83. Proprio durante i lavori del secondo album conobbe Pasquale Panella, autore dei testi di Pappalardo e accreditato con lo pseudonimo di Vanera. Un tentativo di stanare Battisti e di donarlo nuovamente al grande pubblico fu fatto da Lucio Dalla. Il cantautore bolognese, nato circa ventiquattro ore prima Battisti, nello stesso giorno e anno, tentò di convincere il collega con la carta Banana RepublicDalla aveva infatti già sperimentato un album dal vivo con Francesco De Gregori (Banana Republic, appunto) e sperava di poter coinvolgere Battisti in un progetto simile. Il cantante di Piazza grande si dovette arrendere all’irremovibilità di Battisti. Dalla dichiarò a tal proposito:

“Lui ascoltava senza darmi importanza. Poi finì di mangiare, si pulì la bocca e disse che non si poteva fare, che si sentiva molto cambiato e che si stava muovendo in tutt’altra ricerca musicale’”

Per quattro anni di Battisti non si seppe più nulla. Quello tra il 1982 e il 1986 fu il periodo di silenzio più lungo della produzione battistiana. Nel 1986 uscì quello che in molti, tra cui De Gregori, considerano il suo ultimo capolavoro: Don GiovanniL’album ottenne un grande successo di pubblico piazzandosi al terzo posto nell’annuale classifica dedicata. Suscitò aspre critiche da parte di coloro che lo immaginavano ancora con il foulard al collo a cantare Non è Francesca. Un’altra parte della critica lo accolse molto calorosamente. È il caso di Michele Serra che recensì su l’Unità l’ultima fatica di Battisti:

“Don Giovanni ridimensiona gran parte della musica leggera degli ultimi dieci anni, il mio voto è dieci e lode. La sua invenzione melodica è enorme. La frase musicale finisce sempre in modo sorprendente, lasciandoti sospeso nel vuoto, in una vertigine”

L’ultimo capolavoro di Battisti, Don Giovanni,1986

Battisti lascia tutti di sasso, il suo ultimo disco è un’opera magistrale in cui le melodie si sposano con i complessi e spigolosi versi di Pasquale Panella. È l’inizio della seconda e ultima collaborazione artistica di Battisti. La coppia scriverà quaranta canzoni pubblicate in cinque album. Oltre alle musiche innovative Don Giovanni sarà ricordato come l’ultimo grande successo di pubblico e vendite. Riuscirà infatti ad imporsi nel mercato anche senza esser pubblicizzato e senza esser venduto in CD, formato osteggiato da Battisti. Il 33 giri è sprovvisto dei testi, ad ulteriore conferma delle sperimentazioni di America Latina ed E già. Il pubblico, se vuol capire, deve ascoltare. A conferma della rilevanza dell’album arrivò anche una confidenza dello stesso Battisti:

“Un disco così non mi verrà più, è il mio ultimo capolavoro”

Nell’album non trovò spazio Il gabbianonebrano inedito rimasto incomprensibilmente ai margini della produzione ed oggi ascoltabile online. Nel 1988 Battisti pubblica il secondo album con Panella: L’apparenzaLa sperimentazione di Lucio è ormai totale: invertirà il naturale corso del processo di scrittura di una canzone componendo le musiche dopo i testi. Fu lo stesso Panella a spiegare come nacquero le otto tracce dell’album:

“Da questo disco in poi, io fornivo di volta in volta a Battisti i testi delle canzoni e lui su quelli componeva successivamente le musiche. Erano strutture assolutamente improprie alla canzone, direi inorganiche alla canzone”

L’apparenza fu il diciassettesimo album più venduto dell’anno ed arrivò a toccare la seconda posizione per una settimana. Antonello Venditti, che nello stesso anno con In questo mondo di ladri fu secondo nella hit parade con un milione di copie vendute, commentò in seguito così il nuovo album di Lucio:

A chi mi diceva che Battisti era finito io rispondevo di prendersi la briga di ascoltare il brano che si chiama A portata di mano. Beh, è una cosa semplicemente pazzesca: nell’arco di una canzone sono accennati quattro o cinque temi melodici diversi. Fusi in un pezzo solo. La verità è che Lucio era ancora una miniera d’oro”

Il nuovo Battisti sorprende e spiazza, non segue ma quasi rifugge il pubblico e il successo. Stravolge i canoni della canzone classica, quella che Panella definì democristiana, i cui autori ideali erano Antonio Gava e Amintore Fanfani. Anche le copertine vanno in tal senso. Sono disegni di Battisti, spesso stilizzati, poche linee di nero su sfondo bianco. Per L’apparenza Battisti disegna un abbozzo di credenza, ancora una volta l’artista parla solo con la sua musica, nulla più. Nell’ottobre del 1990 Battisti pubblica La sposa occidentale, album con cui raggiunse le quattrocentomila copie vendute. Due anni più tardi pubblicherà Cosa succederà alla ragazza, disco considerato un concept album che narra la storia di una figura femminile. Ai testi difficili ed ostici di Panella si sposa una musica altrettanto dura in cui si insinua la voce, spesso in falsetto, di Battisti.

L’estremo utilizzo dell’elettronica e del computer porta alcuni critici a definire Battisti la prima voce virtuale della musica italiana. È un Battisti di difficile catalogazione, vi è chi arriva addirittura a paragonare la struttura della sua musica ad una spirale di Escher. L’ultimo album di Lucio Battisti è datato 1994. Il titolo, Hegel, è un esplicito riferimento al filosofo tedesco. Il disco non ottenne un grande successo, risultò al sessantottesimo posto tra i dischi più venduti e, ancora una volta, divise la critica. Lo scrittore Sandro Veronesi ne tesse le lodi sostenendo che:

“Di Hegel si può anche guardare solo le figure […] e poi dire in coro che “Mogol-Battisti però era un’altra cosa”, ma esaminato poco più attentamente […] finisce di farci vedere quanto è piccina, in confronto, l’attuale musica italiana”

Battisti durante alcune prove

Dopo Hegel, Pasquale Panella dichiarò conclusa la sua collaborazione con Battisti. Stavolta non ci fu alcun dissapore, alcun mistero, semplicemente erano terminate le cose da dirsi e si sarebbe rischiata la ripetizione. L’Italia ebbe un’ultima grande occasione per ammirare Battisti e fu grazie ad Adriano Celentano. Il cantante non aveva mai nascosto l’idea di voler incidere un disco con Battisti e Mina e così, nel 1995, tentò l’affondo. Invitò Battisti e la moglie a casa sua e, dopo una lunga chiacchierata, ricevette il no quasi scontato del cantante reatino. Dopo aver incassato il diniego Celentano provò almeno a fare luce sui motivi che portarono al divorzio artistico con Mogol. Questa fu la risposta di Battisti:

“Vedi, io lo so bene che la separazione artistica da lui non mi ha giovato, sul piano commerciale. È fuori discussione che i dischi che ho pubblicato senza i testi di Mogol non abbiano riscosso lo stesso successo dei precedenti. Ma non è una cosa grave, l’avevo anche messa in preventivo. Ho fatto delle scelte musicali diverse e ne pago il prezzo. E, comunque, anche lui senza Battisti ha perso colpi, continua a scrivere splendide parole per canzoni di successo, per carità, però non sono diventate popolari come quelle che avevamo creato assieme. Sai come dicevano nell’antica Grecia? Se Atene piange, Sparta non ride. Comunque, credimi, non c’è mai stato un problema personale, francamente non abbiamo mai litigato e se lo abbiamo fatto non ricordo nemmeno il motivo”

Di Battisti non si seppe più nulla, il suo ritiro fu completo. Il suo desiderio non fu però rispettato, su Rai 1 il programma “Va ora in onda” dedica uno spazio ad una rubrica: “Gli abbattistamenti”. Ciò scatenò una folle caccia alle streghe di chi, in cerca di visibilità ed in spregio alle volontà di Battisti, dichiarò di averlo visto in ogni dove dello stivale. Nell’aprile del 1998 un giornalista, Franco Zanetti, pubblicò la notizia di un nuovo disco di Battisti dal titolo L’asolaL’album, un evidente gioco di parole con il romanesco a’sòla (la truffa), non uscì mai sebbene la notizia avesse avuto grande rilevanza mediatica e fosse stata pubblicata su molti quotidiani.

Lucio Battisti in uno scatto a colori della fine degli anni 60

Un anticipo delle odierne notizie bufala.  Lucio Battisti desiderava solo vivere la malattia con la stessa riservatezza con cui aveva vissuto il successo. Gli venne diagnosticato (forse) un linfoma non-Hodgkin, fu ricoverato il 27 agosto 1998 nell’ospedale San Paolo di Milano. Morì la mattina del 9 settembre. Durante il periodo di degenza ricevette una lettera di Mogol. Il paroliere la affidò ad un medico che, tramite un’infermiera, la consegnò a Battisti il quale ne fu profondamente commosso. Mogol, intervistato sull’accaduto, raccontò anche quale fu l’ultimo incontro tra i due:

“L’ultima volta che ci siamo visti è stato la primavera scorsa in Brianza, dove abbiamo due proprietà confinanti. Lui stava cercando un pozzo, credo. Il dialogo è stato esattamente questo: buongiorno, buongiorno”

Di parole per salutare un’ultima volta il genio della musica italiana ve ne son state tante ma probabilmente, quelle più autentiche, quelle a lui più vicine, le ha lasciate Mina. La grande Mina, che ha condiviso con Battisti la più nota esibizione dal vivo andata in onda sulla Rai, la fuga dai mass media e il desiderio di vivere appartata, uscì allo scoperto, affidando a questa lettera i suoi sentimenti:

Caro Lucio, questa è una lettera che volevo scriverti da tanto, tanto tempo. Ogni volta che sentivo un tuo pezzo, ogni volta che qualcuno, per strada, fischiettava qualcosa di tuo mi veniva voglia di mettermi in contatto con te, ma ho preferito rispettare (figurati se proprio io non lo dovevo fare…) il tuo desiderio di essere lasciato in pace. E forse ho fatto male, sai? Perché adesso non so come fare per restituirti, almeno in parte, la gioia, la tenerezza, il senso di invincibilità, la coscienza di fare qualcosa di perfetto che mi dava il cantare i tuoi pezzi. Erano come il più inattaccabile meccanismo, come l’arma più efficace, come una corazza lucentissima, come una seconda pelle ancora più aderente della prima. Erano costruiti con quella apparente semplicità, con quel naturale delizioso totale mood cosmico, che fa pensare alla fluidità di Puccini, al prezioso andamento di certi canti gospel. E insieme così piantati nella tradizione della canzonetta italiana da far cantare i garzoni mentre vanno in bicicletta a consegnare il pane, i bambini e tutte le madri d’Italia mentre preparano il pranzo per i propri cari.

 

Che talento straordinario, che dono raro quello di essere capiti da tutti e da tutti essere amati proprio per quello che realmente si è. Sei stato il più grande nel realizzare il miracolo che ci fa sentire tutti figli della stessa materia, che ci fa cantare tutti insieme con le lacrime agli occhi.

 

In questi giorni ho dovuto assistere a qualche intervento sgradevole e a tanti, tantissimi omaggi commossi e sinceri. Voglio ricordarmi soltanto questi. Voglio ricordarmi gli occhi lucidi di ragazzi giovanissimi e di uomini e donne anche più che adulti. Voglio ricordarmi i tuoi, che Dio li benedica, ti hanno difeso con la forza dell’amore da tutto il caravanserraglio massmediatico. Voglio ricordarmi quei piccoli mazzolini di fiori, quei bigliettini che ti hanno portati anche loro, credo, per cercare di restituirti un pochino di quello che tu hai dato a tutti noi. Sai, avevo un sogno. Una pazzia. Insieme con Moreno, un giovane corista molto bravo che tu non hai conosciuto, ma che ti ama almeno quanto me, avevamo deciso che se tu mai avessi fatto di nuovo un concerto, saremmo venuti a farti il coro. Per il grande piacere di stare dietro di te e cantare insieme a te quelli che sono i nostri perfettissimi, storici, splendidi, adorati pezzi di vita. E, nella nostra follia, avevamo già pensato alla scaletta, a quali pezzi fare, alla formazione dell’orchestra, persino ai vestiti. Ogni volta che ci incontravamo in sala di incisione aggiungevamo qualche dettaglio al nostro progetto. Tutto era variabile tranne la presenza di due soli coristi: noi due, per l’appunto. Non importa. Vuol dire che la cosa è soltanto rimandata.

Tua Mina”