Pensando all’erudizione, all’alta cultura, in genere si volge lo sguardo verso chi ha letto tanti libri, letteratura perlopiù, o chi ha viaggiato e si è fatto un’idea, profonda o meno, dei vari modi di abitare sul pianeta e ce lo viene a raccontare. Esiste poi un terzo modo, quello di chi ha studiato e osservato da vicino come funzionano le istituzioni di un paese, nel tempo e nello spazio. Le istituzioni e i suoi attori, i protagonisti dell’economia, della politica, della cultura, i grandi e medi nomi della storia, giacché i piccoli se non si aggregano per creare un movimento o un qualche -ismo non interessano davvero a nessuno se non ai parenti e agli amici, e talvolta neanche a loro. Marcello De Cecco apparteneva al terzo gruppo, con mezzo piede negli altri due.

L'economista italiano Marcello De Cecco (1939-2016).

L’economista italiano Marcello De Cecco (1939-2016).

Esiste poi probabilmente un livello di erudizione, di conoscenza delle cose del mondo, oltre il quale rimanere seri è una forzatura, un atteggiamento che ci si può anche imporre ma che in fin dei conti non può durare. Una dinamica, questa, propria del terzo gruppo. In genere il grande lettore e il grande viaggiatore per quanto ironici e disillusi, fanno della loro ironia uno status, delle proprie biblioteche e passaporti degli arieti contro chi, incurante per un motivo o per un altro, organizza in altra maniera la propria giornata. Marcello De Cecco, sicuramente dotato di un’ironia innata, a giudicare dai ricordi dei colleghi, penso avesse superato quel livello già da tempo. C’è sempre una battuta, un riferimento caustico, una risata, un paradosso in tutti i suoi scritti e nei suoi interventi in pubblico. Ma non è la risata di chi vuol ridicolizzare l’interlocutore, di chi vuol creare una distanza tra sé e gli altri, è un modo come un altro per alleviare una preoccupazione, per ridimensionare un problema, verso l’alto o verso il basso, e soprattutto è un modo per sminuirsi. Perché De Cecco era sì uno studioso di fama internazionale, forse uno dei maggiori storici dell’economia italiana, sicuramente uno dei massimi storici di finanza e moneta a livello internazionale, ma questo non bastava. Non bastavano i nomi delle prestigiose università (Harvard, Princeton, LSE per dirne alcune) e istituzioni (BIS, IMF, Banca d’Italia) dove insegnò e lavorò, l’oggetto di molti dei suoi studi era conoscibile, ma a posteriori e non completamente, se non a quei pochi protagonisti diretti. E lui non lo era e sapeva di non esserlo. La consapevolezza di questo è, secondo chi scrive, l’elemento che distingue lo studioso abruzzese dal resto del mondo, che lo ha fatto essere uno dei più acuti, interessanti e divertenti studiosi della seconda metà del ventesimo secolo.

Moneta e Impero, saggio di De Cecco divenuto un classico dell'economia internazionale.

Moneta e Impero, saggio di De Cecco divenuto un classico della letteratura economica.

Marcello De Cecco nasce a Lanciano nel Settembre del 1939, si laurea in Giurisprudenza e poi in Economia a Cambridge, protetto del banchiere umanista, Raffaele Mattioli. Sino alla morte, avvenuta nel Marzo 2016, si occuperà perlopiù di sistemi monetari internazionali, con un saggio Money and Empire (1974) che diverrà un classico della letteratura economica internazionale, ma anche dei problemi dell’economia italiana, della storia delle principali istituzioni finanziarie italiane dall’Unità a oggi e scriverà articoli divulgativi sui quotidiani, in particolare La Repubblica, nell’inserto Affari e Finanza. È uno studioso rispettato e ascoltato, uno che quando è presente alle conferenze riesce a farsi capire dal pubblico poco esperto e da chi di dovere. A leggere la carriera di De Cecco sembra che abbia avuto a che fare con l’élite accademica, che potesse discutere con governatori di Banche Centrali, Presidenti del Consiglio, grandi imprenditori senza temere di non esserne all’altezza. E quando lo si sente nelle tante registrazioni disponibili è un De Cecco che mantiene sempre la stessa serenità e scioltezza di chi non sembra avere tempo per formalismi e timori reverenziali.

Frequentatore di banchieri centrali. De Cecco con Mario Draghi Draghi.

Frequentatore di banchieri centrali. De Cecco con Mario Draghi.

In effetti Marcello De Cecco rappresenta un tipo di fare economia che non esiste più. Di Keynes scriveva della sua capacità di rivolgersi a un pubblico dotto di comune educazione umanistica, tempi, secondo De Cecco, purtroppo tramontati per sempre. E De Cecco era esattamente così, conosceva i modelli, conosceva le teorie, conosceva i grandi protagonisti del dibattito, ma sapeva che non bastava, e dunque li condiva col diritto, con la politica, con la storia, con l’antropologia, con la letteratura, con l’osservazione della quotidianità e anche con qualche pettegolezzo. Ognuno di questi elementi, al di là della curiosità dell’economista abruzzese, serviva ad avere un quadro il più completo possibile della situazione. Perché De Cecco sapeva che il mercato “ha nomi, cognomi e soprannomi”, come gli piaceva ricordare citando il Manzoni; sapeva che le politiche economiche hanno dei responsabili, e che dietro ogni legge, ogni misura, ogni presa di posizione c’era una piccola storia di palazzo, una necessità, qualche pressione esterna o interna, e anch’essa doveva entrare nel discorso per ottenere una sintesi che si avvicinasse alla verità. Sono insegnamenti che egli non esplicita, è il lettore o l’ascoltatore che deve cogliere, se nei giornali le spiegazioni si fan semplici e il lettore si convince di conoscere davvero i termini della questione. Intervistato sulla crisi finanziaria in Germania, ricordando del ruolo di Deutsche Bank, De Cecco sottolineava che poi, in realtà, di quel che succede nella banca sono davvero al corrente poche persone, e “io non sono tra questi, mi limito a ricordare alle persone che questi problemi esistono”. Discutendo del sistema monetario internazionale, si limitava a ricordare, divertito, che agli inizi del secolo alla Bank of England c’era un Rothschild, e alla Banque de France pure, senz’altro patrioti, si affrettava a sottolineare ironico. Così pure non aveva problemi a ricordare ogni tanto che il settore automobilistico in Italia ha preso la via che ha preso, non solo per cause economiche elegantemente delineate dai suoi colleghi storici, ma anche e soprattutto perché l’avvocato Agnelli così voleva. Né aveva problemi a parlare di uno Stato italiano, dal 1945 a sovranità limitata, così come la Germania e il Giappone. Ma c’è anche il De Cecco che ricorda di un processo verso l’unificazione europea guidato essenzialmente, almeno sino a Maastricht, dagli Stati Uniti, o di un Keynes, il famoso economista inglese a Versailles, incerto delle statistiche sul consumo di grano in Italia nei primi anni del dopoguerra. Nessun errore, ricorda De Cecco, eravamo e siamo grandi consumatori di pasta e pane. Sono aneddoti, appunti, che raramente si trovano nelle trattazioni economiche e storiche, eppure sono i fatti senza i quali è impossibile avere chiara la portata e il significato di un fenomeno, anche un fenomeno apparentemente irrisorio come una voce di bilancio.

La posizione di De Cecco sulla crisi greca.

Ricordandolo, nei giorni dopo la morte, la maggior parte dei colleghi ne ha messo in risalto l’interdisciplinarietà e l’umorismo. C’è da credere che il secondo fosse ampiamente influenzato dalla prima. Marcello De Cecco con quella curiosità e capacità di osservazione non poteva prendere sul serio né la modellistica, ossessione della maggior parte dei suoi colleghi, soprattutto quelli di nuova generazione, né la sua stessa erudizione, che per la disciplina che si era scelto, non poteva che essere sempre incompleta. Per la storia, gli archivi fanno tanto, per il presente è l’essere protagonista dei fatti narrati che completa il quadro, e lui, per quanto accademico di fama, non era protagonista dell’economia italiana né della finanza internazionale e lo sapeva, e dunque osservava, studiava e si faceva raccontare qualche intrigo. Intrigo che spesso spiegava molte più cose di tante elucubrazioni, come fu il caso dello scandalo LIBOR che raccontava agli allievi, un modo come un altro per avvertirli concretamente di quanto fossero deboli le fondamenta degli impianti teorici senza uno sguardo sulla storia e sul mondo.

Ci teneva a questo, sono diverse le occasioni in cui lamenta il marionettismo della teoria economica moderna, rilevando l’inutilità dell’economista per le cose del mondo. Ma a differenza dei colleghi, sempre sul piede di guerra in difesa di chissà quale eterodossia o pluralismo, scherzava, e rideva sui limiti della propria professione, sui ritardi con la quale i suoi colleghi arrivavano a capire determinati fenomeni ovvi a chi non fosse annebbiato da teorie tanto eleganti quanto inapplicabili, da una parte e dall’altra. In questo ricordava Achille Campanile che diceva di pensare sempre alla crisi del teatro e si scervellava per trovare il mezzo per risolverla. “Non già perché mi stiano tanto a cuore le sorti del teatro. Ma mi affatico per risolvere questa benedetta crisi nella speranza che, una volta risolta, non se ne parlerà più”. In De Cecco sembra che appaia un interesse per le sorti della disciplina, ma sempre da lontano, con disillusione:

Francamente, poiché credo che gli economisti abbiano avuto assai scarso impatto sulle cose del mondo, in questa come in altre occasioni, li paragono alla mosca cocchiera di Fedro, pronta a esclamare «aremus». La cosa sgradevole è che la mosca cocchiera resta al suo posto anche quando l’aratore cambia metodo o addirittura c’è un nuovo aratore. Si adatta, la mosca, e resta a mettere insieme , come faceva prima, «quattro paghe per il lesso», per citare Carducci, un signore ignoto alla gran parte dei giovani di oggi. Ma non per questo la mosca diviene meno irrilevante (Marcello De Cecco, intervista a Il Manifesto).

Faceva scuola a sé, incurante delle mode. Aveva letto e visto troppo per non capire che i nomi che contano appaiono poco, era come se la teoria, che pure conosceva alla perfezione non avesse in nessuna maniera influito sulla sua capacità di guardare alle cose per quel che sono, e cambiare idea quando i fatti lo imponevano, ridendo poi di se stesso e delle proprie sviste o mancate previsioni, come quella di un mondo senza la Comit del suo maestro. Parafrasando Woody Allen in ricordo di Groucho Marx:

C’è una grandezza innata in Marcello, che sfida l’analisi più accurata, come succede con tutti i veri artisti. Lui è semplicemente unico, allo stesso modo di Picasso o Stravinskij, e credo che la sua impudente strafottenza verso l’ordine costituito sarà divertente tra mille anni come adesso. Oltre tutto, mi fa ridere.