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Ritratti dell’infinito, un volto a quello che l’uomo pensa

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Vincenzo Colao

Il motivo per cui nel 2020 è uscito un libro, in 12 capitoli, intitolato Ritratti dell’infinito è per esaudire il desiderio di Odifreddi di navigare tra il vasto mare delle accezioni che gli esseri umani hanno dato all’infinito, spesso occultando all’interno di questo termine tantissimi concetti di vario genere.

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Da dove nasce l’idea per questo libro

La filosofia che c è dietro Ritratti dell’infinito

Ci sono delle parole, nella nostra lingua, che accusano il medesimo problema ovvero quello di venire utilizzate a profusione all’interno di diversi ambiti dello scibile, tanto da perdere un indirizzo unico e coerente.

Infinito è un aggettivo che spesso viene preceduta dall’articolo “l’“ come se fosse una parola al singolare, un sostantivo a dire il vero, e come se fosse una parola assoluta che indicasse un unico infinito: ma è proprio così? La prima parola che, nella maggior parte dei casi, andiamo associare al concetto di infinito è probabilmente il concetto di “immenso”.

Sia i granelli di sabbia che le stelle del cielo ci danno un’idea di quello che potremmo considerare infinito eppure l’essere umano non si è accontentato di ritenere tali ma, in qualche modo, ha sempre cercato di quantificarle. Anche se per noi, non è semplice avere una fantasia tale da andare a comprare l’immensità.

La quale è appunto l’indice di qualcosa che non riusciamo nemmeno a immaginare e che probabilmente non finisce, qualcosa che è inesauribile ed illimitato.

Odifreddi parte anche dall’etimologia, studiando le parole che nelle diverse lingue classiche e antiche andavano a indicare qualcosa di quello che per noi è simile all’infinito. Sanscrito. Greco.

Non bisogna però nemmeno sovrapporre i termini che troppo spesso diventava generici dal momento che anche il termine di senza fine e senza limite, ovvero infinito e illimitato, non sono esattamente sovrapponibili.

Le teorie del famoso matematico Riemann

Se andiamo a esaminare le teorie di Riemann, un famoso matematico, una sfera che rappresenta l’universo nato circa 13 o 14 milioni di anni fa rimane comunque un campo finito, misurabile ma al contempo illimitato.

Perché una sfera, esaminata dal di fuori, non ha limiti per qualcuno che la attraversa affrontandola come un elemento piatto, percorrendola nelle due dimensioni, non smetterebbe mai di percorrerla insomma.

C’è da dire che, in particolare, gli italiani associano la parola “infinito“ al concetto leopardiano, alla sua famosa poesia. Ma che cos’è era l’infinito per Leopardi?

L’infinito per lui era una illusione, si potrebbe usare come sinonimo la parola “indefinito” cioè qualcosa che l’essere umano non può assolutamente spiegarsi. L’indefinito è qualcosa che non ha, semplicemente, definizioni. Quindi non associabile all’illimitato o alla descrizione che ne abbiamo dato poc’anzi.

Dipende perciò da che tipo di essere umano è il portatore di questo significato, perché l’infinito è sicuramente diverso per un artista rispetto ad un matematico.

Per Leopardi il concetto di infinito è sicuramente qualcosa che fa molto gioco alla sua arte perché ognuno, una volta che entra all’interno di un concetto infinito ci può vedere esattamente quello che vuole, è un concetto allusivo, in quanto è lo specchio di qualunque proiezione personale possiamo avere e che non è mai uguale a quella degli altri.

L’infinito tra passato, presente e futuro

Il concetto di infinito per gli antichi

Innanzi tutto una cosa che possiamo notare è che per gli antichi il concetto di “infinito” poteva assomigliare più che altro a qualcosa che è rimasto “incompiuto” ovvero “non finito”. Invece per noi moderni è qualcosa di molto più positivo perché è un concetto che ci avvicina a qualcosa di così incomprensibile che giunge fino a Dio.

È importante comprendere che c’è una grossa differenza tra qualcosa che è interminato e qualcosa che è interminabile, perché è qui che abbiamo la misura del cambiamento che c’è stato tra il passato e il presente l’infinito.

Da un punto di vista matematico, invece l’infinito può essere considerato qualcosa di interminabile. Qualcosa che, in effetti, potrebbe essere quantificabile ma è solo un limite umano, mentale e fisico a non poterci dare la reale misura della cosa stessa.

In matematica, diverse volte, si è dimostrato che esistono delle grandezze che non sono riducibili a delle descrizioni definite. Il concetto di “incommensurabile” invece ci parla di due grandezze che non possono essere misurabili con la medesima unità di misura.

Se invece entriamo nel campo dellatransfinito” ci stiamo riferendo a qualcosa che supera il finito.

Grazie alla prospettiva, in arte, si fa un tentativo di portare l’infinito al finito, ad esempio quando si illustra una sorta di viale alberato che sembra convergere, sul fondo, quando in realtà sappiamo che nella realtà un viale è formato da due rette parallele che non si incontrano mai all’infinito.

Anche se oggi, le scuole pittoriche non è detto che continuano a utilizzare la tecnica della prospettiva.

I matematici, a fine Ottocento scoprirono che l’infinito non è uno ma potrebbe essere più di uno.

Altri concetti presenti all’interno di Ritratti dell’infinito

Quindi ad ogni infinito può corrispondere un infinito più grande e così via. Anche perché, appunto, non ci sono limiti.

Ma vediamo adesso qual è la reale definizione diinfinito” in matematica: Infinito è un insieme di cui una parte equivale al tutto.

Un ultimo concetto che può essere analogo a quello di infinito è il concetto di “ineffabile”.

Che significa, sostanzialmente, qualcosa che è talmente inafferrabile che non può essere espresso a parole.

Si tratta di quell’infinito assoluto di cui parlano i teologi. Se pensiamo ai mantra indiani, che vengono ripetuti all’infinito, servono proprio per dare l’idea di qualcosa che non è possibile realmente esprimere.

Per non parlare appunto di quelle teologie che quando fanno riferimento alla descrizione di Dio di solito fanno una lunga lista di aggettivi e specificano che Dio non è né una cosa né l’altra.

Ovvero non può corrispondere né un aggettivo né al suo opposto.

Questo accade, ad esempio, perché ricondurre alla figura di Dio ad un aggettivo significherebbe in automatico ritenerlo finito e limitato in quanto tal cosa o tal altra, mentre Dio corrisponde per queste religioni, per l’appunto, a qualcosa di trascendentale e infinito.

Sicuramente per l’essere umano diventa molto affascinante cercare di immaginare l’infinito anche se è qualcosa che non può realmente fare e Odifreddi cerca di andare a mettere i puntini sulle i rispetto alle sfumature di questi termini che cercherebbero di spiegare qualcosa che ancora non sono riusciti a spiegare.

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