Trump ha risolto in poche ore una spina nel fianco che gli Stati Uniti sopportavano da decenni, un problema che aveva a Sud. La rappresaglia contro Maduro altro non è che un nuovo capitolo della guerra commerciale varata con il suo ingresso nella Stanza Ovale.
Le condizioni per agire sono contenute in una mano: un buon motivo, rischio minimo, un buon ritorno. Verificate queste premesse si passa alle regole – se per Trump si può usare ancora questa parola – create o abbattute a seconda del caso e delle convenienze.

Per liquidare Maduro le condizioni c’erano: il petrolio, l’incapacità del Paese di difendersi e, ancora il petrolio. Russia e Cina restavano sullo fondo e non potevano rappresentare un impedimento. La prima per il ruolo di Trump nella trattativa – se proprio si vuole usare questa parola – con l’Ucraina. Difficilmente il Cremlino avrebbe ostacolato Trump perché desidera dal tycoon la stessa accondiscendenza sull’Ucraina. L’equilibrio e le simmetrie ora giocano a favore di Mosca, al di là delle proteste formali che, con le navi americane ormai a presidiare le acque del Venezuela ormai servono a poco.
Ma è la Cina è la vera sconfitta in questo scenario e non può fare rumore come vorrebbe. La sua ostilità abitualmente si dispiega in altri modi usando l’economia silenziosa, avvolgente, secondo le proprie risorse e capacità produttive le posizioni dominanti create in decenni di pianificazione senza proclami, per timore di essere presa sul serio. Così facendo ha creato equilibri a proprio vantaggio, fin dove ha potuto, fino a quando Washington ha dovuto dire basta sperando non fosse troppo tardi. L’operazione a Caracas si comprende in questo scenario.

Tra il 2002 e il 2022 il valore degli scambi Cina-America Latina è aumentato da 18 a 500 miliardi di dollari. La Cina è diventata un partner fondamentale per il paese con le maggiori riserve di greggio del mondo, il Venezuela – 20 per cento del totale – come per la prima economia dell’area, il Brasile. La disastrata economia di Caracas era ormai diventata sempre più dipendente dai prestiti cinesi – oltre 100 miliardi di dollari – che vengono ripagati con una parte delle colossali esportazioni di oro nero verso il gigante asiatico. L’80 per cento dei 921 mila barili al giorno esportati da Caracas a novembre è finito in Cina.
Gli equilibri rischiavano di diventare sovrastanti ed irreversibili. Ecco cosa ha mosso Trump, non senza ragione, da suo punto di vista. E ora Pechino tace. Perché c’è la questione Taiwan che vale per la Cina quanto l’Ucraina per la Russia.
