Il costo del conflitto in Iran sta crescendo per Trump. I funzionari del Pentagono hanno detto in Senato sono stati spesi 11,3 miliardi nei primi sei giorni.
Il senatore democratico Chris Coons, del Delaware, crede che il totale sarà anche di più, se si conta anche «il costo per rimpiazzare le armi usate, che è già oltre i 10 miliardi di dollari». Il New York Times ipotizza che Trump farà di nuovo il Taco – Trump Always Chickens Out – ovvero marcia indietro come sui dazi. Il presidente vuole uscire da questa guerra come un vincitore.

Ma porre fine a una guerra è complicato. Per il Wall Street Journal sarebbe una sconfitta per Trump e per il potere e il prestigio dell’America porre fine alla guerra – per un insieme di pressioni globali e interne – prima di ripristinare il commercio nel Golfo. Sarebbe invece una vittoria per Trump riaprire il Golfo e avere a Teheran un governo pragmatico. La fine più probabile è una via di mezzo, in cui gli Stati Uniti «in larga parte liberano il Golfo ma l’attuale regime sopravvive» e in quel caso l’Operazione Furia Epica verrà ricordata come «la Madre di tutti i tagliaerba, che non risolve nulla di fondamentale e preserva l’equilibrio di potere in una parte vitale del mondo».
A dare un segno tangibile della disperazione è la scelta di una piccola flotta di almeno 30 mega petroliere saudite, che secondo la strategia del minore dei mali, avanzano verso la costa occidentale della Penisola Arabica stretto di Bab al-Mandab controllato dagli Houthi yemeniti, amici di Hamas e dell’Iran. Lo scorso novembre, dopo due annidi terrore, gli Houth avevano annunciato una sospensione temporanea, legata alla tregua di Gaza. Minacciando la ripresa delle ostilità in caso di nuove aggressioni ai palestinesi. Ma non c’è altra alternativa: chi vuol esportare petrolio, deve affrontare i rischi di questa via alternativa che rimane nel raggio d’azione di alcuni missili iraniani. Per il regno saudita è una missione vitale. Mentre Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi sono stati costretti a ridurre la produzione di greggio – i loro impianti di stoccaggio nel Golfo sono già pieni – il porto saudita di Yanbu, a ovest, rappresenta per il regno un’ancora di salvezza per le esportazioni. Spingendo al massimo la compagnia petrolifera statale Saudi Aramco ha delineato un piano che permetterà di far transitare, via oleodotto, 5 milioni di barili da caricare sulle navi che lo aspettano nel Mar Rosso: poco meno dei 7 milioni giornalieri che transitavano da Hormuz.
