Trump pensa allo sbarco - lintellettualedissidente.it Ansafoto
Trump tenta ancora la sorte in Iran. Il rovesciamento di regime, dato per certo un mese fa ha reso quel tentativo un fallimento senza vie di uscita e capace di moltiplicare il caos.
Se hai preso una decisione disastrosa il sabato, non è detto che la domenica mattina tu abbia improvvisamente un idea assennata. Più probabile che un errore ne crei un altro, se non si ha tempo per riflettere e non si è abituati a farlo. Così il Pentagono starebbe elaborando un possibile intervento di terra in Iran, pronto a scattare qualora Trump desse l’ordine di attacco finale.
L’attenzione è rivolta alle isole del Golfo Persico, difese da sistemi missilistici e mine anti-uomo. Tra gli obiettivi primari figurano l’isola di Kharg, da cui transita il 90 per cento del petrolio iraniano, e le isole di Larak e Abu Musa, situate in posizione cruciale a ridosso dello Stretto di Hormuz. Il dispiegamento prevede l’arrivo di oltre 5.000 Marines suddivisi tra i gruppi di attacco anfibio delle unità USS Tripoli e USS Boxer. A questi si aggiungerebbero tra i 1.500 e i 3.000 uomini dell’82esima divisione aviotrasportata, i cui paracadutisti avrebbero il compito di penetrare in profondità nel territorio nemico per neutralizzare i siti dell’uranio. Sembrano pochi, per un’operazione così ambiziosa. E non pochissimi, in realtà.
E infatti l’operazione presenta incognite drammatiche. Il Generale Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, ha seri dubbi sulla sostenibilità di un attacco. Le forze in campo sono d’élite, ma l’intervento dovrebbe comunque mettere in conto un numero di perdite estremamente elevato, con lo sdegno dell’opinione pubblica americana dietro l’angolo a pochi mesi dalle elezioni di Midterm. Il Generale ritiene almeno “difficile” l’ipotesi di un’occupazione della costa iraniana, un’impresa che richiederebbe un numero di soldati ben superiore a quello attualmente mobilitato. Anche i raid mirati dei paracadutisti presentano sfide tattiche enormi: “Si possono far arrivare”, ha commentato Camporini, “ma dopo bisogna farli esfiltrare”, sottolineando la complessità logistica e il rischio di restare intrappolati in territorio ostile.
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