Iran sotto attacco, ora il problema è il petrolio. Il colpo di mano di Usa e Israele contro Teheran rischia di innescare un terremoto sul commercio mondiale. Al centro c’è l’incubo della chiusura dello Stretto di Hormuz, arteria marittima nel Golfo Persico, dove passa oltre un quinto dell’offerta globale di petrolio e gas.

Gli attacchi hanno bloccato i transiti. Senza quella rotta vitale, l’ombra di una crisi dei prezzi dell’oro nero si alluna inesorabile. Teheran può tentare il fermo come rappresaglia. Un blocco che significa frenare le petroliere provenienti da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar. E ancora: Kuwait, Iraq, Bahrein e Iran stesso. Gli analisti lo vedono come «una misura estrema, mai adottata» dal regime, trai primi dieci produttori mondiali di greggio. Ma il limite è stato superato e l’Iran può ritenere questa rappresaglia su larga scala parte del conflitto. Sul tavolo c’è un possibile aumento della produzione di petrolio rispetto a quello pronosticato di 137 mila barili al giorno in vista dell’estate. Tutti mettono in conto un’impennata dei costi alla riapertura dei mercati di domani. Venerdì gli scambi sul Brent hanno chiuso a 73 dollari per barile. Lo spettro della risalita a 80 dollari, picco raggiunto durante la “guerra dei 12 giorni” di giugno tra Iran e Israele, è reale. Superare la soglia dei 100 dollari è dietro l’angolo. C’è un rischio significativo che il secondo round tra Teheran e Washington sia più ampio e destabilizzante». Secondo il Financial Times, ci sono broker che si spingono su previsioni di aumenti del 50 per cento nelle prossime settimane.
L’escalation preoccupa anche gli assicuratori: sono partiti avvisi di annullamento delle polizze che coprono le navi in transito nel Golfo. E i premi potrebbero lievitare fino al 50 per cento. L’impatto potrebbe interessare più fronti. Da un lato la crisi energetica, dall’altro i costi di trasporto per le forniture globali e l’incertezza geopolitica che può scuotere l’economia mondiale. L’Europa dipende per il 55 dall’estero per la sua capacità energetica e si stima che un’interruzione delle forniture dal Golfo potrebbe cancellare dai mercati fino a 17 milioni di barili al giorno, il che potrebbe portare il costo a 130 dollari per barile. La conseguenza sarebbe anche sulle catene di approvvigionamento. I tempi di transito delle merci aumenterebbero di 10 14 giorni, spingendo a riprogrammare il commercio globale. Questo aumenterebbe i costi di trasporto e graverebbe sulle navi generando un aumento dell’inflazione core fino al 0,7 per cento a sei mesi da un eventuale blocco. I primi a risentirne sarebbero Italia e Germania, che sono importatori netti, e che vedrebbero gli effetti in termini di inflazione e rallentamento del Pil.
