Putin, stretta sul petrolio - foto: ansa - lintellettualedissidente.it
Si pensa a come fermare Putin, mentre continuano i bombardamenti sull’Ucraina. Nel solo mese di gennaio i russi hanno lancio 6000 droni, 5500 bombe guidate e 158 missili sulle città ucraine.
Intanto Donald Trump ha reso noto di aver avuto un colloquio con Narendra Modi, durante il quale il premier indiano «ha accettato di smettere di comprare petrolio russo e di acquistarne molto di più dagli Stati Uniti e, potenzialmente, dal Venezuela». La notizia è stata divulgata dal presidente americano su Truth Social, sottolineando che «questo aiuterà a porre fine alla guerra in Ucraina, che è in corso proprio adesso, con migliaia di persone che muoiono ogni singola settimana!”.
Ma siamo ancora assai lontani dal momento in cui Vladimir Putin non potrà più permettersi la guerra in Ucraina, eppure le prospettive dell’economia russa iniziano a peggiorare sensibilmente e questo potrebbe avere effetti – a voler essere ottimisti – sul sostegno che le élite e il popolo russi hanno finora concesso al leader riguardo al conflitto. I motivi di questa debolezza sono ovviamente molti, ma volendo riassumerli non si può non citare: la presa delle sanzioni, specie quelle secondarie, e la caccia alla cosiddetta “flotta fantasma”, i prezzi energetici bassi (specie del petrolio, il vero bancomat del Cremlino, almeno finché Donald Tlrump non invade l’Iran…), il rublo forte. Il risultato è che, secondo un report del ministero delle Finanze russo pubblicato il 19 gennaio, le entrate da gas e petrolio del bilancio statale nel 2025 sono calate del 23,8% rispetto a un anno prima: meno di 8,5 mila miliardi di rubli contro 11,13 mila miliardi dell’anno prima(in dollari 111 miliardi contro 146). Un tracollo non coperto dall’aumento dell’export di tecnologia bellica (che ha raggiunto i 15 miliardi) e dall’aumento delle altre entrate: il deficit, pur contenuto, è salito fino al 2,6%. Detto in altro modo, i ricavi da OileGas nel 2025 rappresentavano meno di un quarto del budget statale: l’unica altra volta che erano scesi sotto il 30% era nel 2020 col mondo fermo per il Covid. Non solo: il ministro Anton Siluanov ha sostenuto che la quota di entrate da petrolio e gas nel bilancio è destinata a ridursi ancora nel 2026 e il deficit ad aumentare (nonostante l’aumento dell’Iva dal 1° gennaio), visto che la spesa bellica continuerà ad essere altissima e la crescita è asfittica (produzione industriale e investimenti non militari continuano a calare). Anche considerando analisi indipendenti – e non le entrate statali dichiarate da Mosca – la situazione non cambia: secondo un report citato dal Financial Times i ricavi dall’esportazione di greggio sono calati del 20% l’anno scorso. Colpa soprattutto dello sconto rispetto al prezzo di mercato a cui Mosca è costretta a vendere il suo petrolio, che s’è allargato dai 15 dollari al barile medi del 2023-2024 fino a 24 dollari del 2025. A stare a Bloomberg, che lavora sui dati delle spedizioni navali, fino al 25 gennaio comunque la Russia stava ancora esportando 3,18 milioni di barili al giorno, peraltro livello minimo da agosto, ma non è chiaro verso chi: le raffinerie indiane, che ne sono uno dei principali punti d’arrivo, stanno diminuendo i loro acquisti dalla Russia dopo le sanzioni secondarie contro Rosneft e Lukoil varate dagli Stati Uniti
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