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Nel voler fare una rassegna, anche la più dozzinale, delle menti che hanno influenzato il Belpaese durante l’ultimo secolo, con molta probabilità la figura di Leo Longanesi può essere collocata, se non in cima alla lista, in una posizione decisamente elevata. Quell’intellettuale, dalla statura visibilmente bassa, nell’impeccabile completo tre pezzi di sartoria, con lo sguardo un po’ imbronciato e l’aria vagamente malinconica ha consegnato alle menti della sua e delle successive generazione un’immagine cosi vivida del giornalista tale da divenire un idealtipo, un assoluto dell’apostolato del periodista. Longanesi è riuscito a consegnarci l’immagine del giornalista come di un essere in lotta perenne con le parole e il loro significato, con le immagini e la cruda realtà ad esse associate, come di un essere lucido nella propria disperazione, che è lì a tentare di mettere insieme frasi e pensieri, provando a dare loro un senso. È riuscito al contempo ad eternarsi come un canzonatore mordace del buon costume e della società in cui si ritrova immerso.

Leo Longanesi nel suo studio mentre realizza una delle sue particolarissime copertine

Leo Longanesi nel suo studio mentre realizza una delle sue particolarissime copertine

Nato a Bagnacavallo di Ravenna nel 1905, di estrazione borghese, ma anti-borghese per spirito di rivolta, Leopoldo Longanesi fin da giovane manifesta la sua spiccata vocazione intellettuale. A soli trent’anni fonda, il 3 aprile 1937, Omnibus, settimanale di attualità e politica, destinato a diventare il primo rotocalco italiano. In quegli anni un altro personaggio illustre che sarebbe rimasto immortale nella cultura italiana, studente universitario, comincia a collaborare al periodico fiorentino L’Universale, subendo il fascino di Longanesi attraverso le pagine de L’Italiano che legge con disinteressata avidità. Il giovane Indro Montanelli appena tornato dall’Etiopia fa la conoscenza di quello che sarà il suo mentore e maestro, mentre quest’ultimo è alle prese con la sua nuova rivista.

È l’ora dell’attualità. È l’ora delle immagini. Il nostro nuovo Plutarco è l’obiettivo Kodak, che uccide la realtà con un processo ottico e la fissa come lo spillo fissa la farfalla sul cartoncino. Oggetti e persone, fuori del tempo, dello spazio e delle leggi di casualità divengono una visione. La fotografia coglie il mondo in flagrante. Diamo tante immagini accanto a testi ben fatti: ecco un nuovo genere di giornalismo

Montanelli descrive il suo rapporto con Longanesi come un qualcosa di insidioso e difficile. Durante le varie interviste ribadisce e sottolinea frequentemente la difficoltà di convivere con lui e le sue abitudini. Se la stima che gli portava come artista era alta, tale da consideralo il padre del giornalismo italiano, quella come uomo e compagno di lavoro era decisamente più bassa.“Longanesi era tutto e l’anti-tutto.” La sua imprevedibilità era ciò che più colpiva a suo dire, e che maggiormente infastidiva, quei poveri ragazzi di bottega che Leo usualmente e con bonaria malvagità maltrattava. Ma sotto quella sferza cosi austera e irreprensibile,  come confermerà Montanelli, vedremo uscire alla ribalta i più eminenti intellettuali italiani tra i quali Pannunzio, Moravia, Brancati per citarne alcuni.

Non fu, come sempre si è detto, un talent scout, uno scopritore di talenti… Fu un evocatore, un inventore di talenti: riuscì a darne persino a chi ne aveva tanto poco da non accorgersi nemmeno di averne bisogno. […] Quest’uomo che dopo due ore di conversazione ci rimandava a casa collo spunto per un paio di romanzi, una mezza dozzina di commedie e una decina d’articoli, e che ha fatto scrivere tanta gente, di suo ha scritto poco

Indro Montanelli, considerato tra i giornalisti italiani più emblematici del Novecento, seguendo la traiettoria tracciatore dal suo predecessore e maestro di vita Longanesi

Indro Montanelli, considerato tra i giornalisti italiani più emblematici del Novecento, seguendo la traiettoria tracciatore dal suo predecessore e maestro di vita Longanesi

Montanelli oltre a vedere un mentore, un rabdomante del nuovo secolo, intravide in Leo Longanesi l’uomo che avrebbe potuto cambiare le sorti della nazione dall’interno, e tramite il Fascismo attuare un felice restauro dell’Italia di Strapaese. Oltre ad ammirare il suo esercizio di libertà spirituale che eseguiva tramite una fronda certosina e una critica salace e trafelante della realtà del suo tempo, fu catturato sicuramente dalla sua eloquente dinamicità di spirito. Tra i vari episodi che Montanelli ricorda c’è quello in cui per l’anniversario della nascita dell’Impero, Leo si fa portare tutti i dispacci della Reuter, della Associated Press e della Stefani. Comincia come un ossesso a ritagliare quei fogli e a gettare rimasugli di carta da una parte all’altra del tavolo; fissa con la colla altri pezzi su un foglio e una volta completato il collage invita tutti a vedere. Il risultato, sostiene il giornalista, fu qualcosa di grandioso: erano spalmate lì tutta una serie di notizie in ordine cronologico che annunciavano varie sconfitte italiane in Etiopia, con la imminente vittoria del Neugs concludendosi con l’ultimo dispaccio della Stefani che recitava “Le truppe italiane entrano ad Adis Abeba”. L’insegnamento di Leo, quello più importante, forse, fu quello di trasmettere ai suoi allievi la capacità di non subire passivamente il periodo storico che si sarebbero trovati a percorre, ma di decifrarlo, di avversarlo, con l’intelligenza e la temerarietà che contraddistingue gli uomini di genio, consapevoli della propria libertà intellettuale e morale.

Omnibus, la nota rivista diretta e ideata da Longanesi ebbe vita breve, fu soppressa infatti solo due anni dopo la sua creazione dal regime fascista

Omnibus, la nota rivista diretta e ideata da Longanesi ebbe vita breve, fu soppressa infatti solo due anni dopo la sua creazione dal regime fascista

 “Fu l’uomo più importante della mia vita” ricordò Montanelli nel giorno in cui Longanesi morì, “quello che più ho amato e odiato, il solo maestro che mi riconosca anche nelle giravolte più rischiose e nei più azzardati zig-zag”. Eppure potremmo considerare il rapporto tra i due un rapporto duro, travagliato fatto di incomprensioni e di forti liti, di tensioni e immense lotte,  capace però di trarre il meglio da entrambi, riuscendo a regalare reciproche soddisfazioni e gioie. Due mondi in rotta di collisione, il cui impatto diede luogo ad una collaborazione senza precedenti, probabilmente tra le più redditizie in termini di crescita spirituale e culturale. Una moltitudine di traguardi inimmaginabili e irraggiungibili se percorsi in modo solitario. Propedeutico alla lettura delle opere di Longanesi, e metodo efficace per comprenderne intimamente l’immensa sfera emotiva e intellettuale, nonché il contesto storico entro cui collocare le sue parole e i suoi gesti, il nuovo lavoro di Francesco Giubilei, Leo Longanesi. Il borghese conservatore edito da Odaya Editore, ci offre l’opportunità di penetrare nella mente del genio romagnolo e di coglierne le peculiarità attraverso una scrittura sobria, diretta e mai banale. Il lavoro certosino, dettagliato, a tratti impreziosito con aneddoti e curiosità che consegnano alla storia contemporanea un uomo lontano da quello che il pensiero comune ci ha abituato a pensare, è animato da una forte dose d’amore per Longanesi, e ciò traspare da ogni singola pagina del libro, confondendosi tra le vecchie foto in bianco e nero che adornano il volume e la sconvolgente galleria finale dove possiamo ammirare le creazioni dell’artista. Ci offre, insomma, una visione più ampia dell’universo di quel piccolo giornalista irriverente, che fra i suoi tanti meriti ebbe quello di non scendere a compromessi con nessuna ideologia politica o religiosa con cui si fosse trovato a contatto,se non quella che gli offriva la sua stessa coscienza di uomo anarchico qual era.

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Come scrive Montaigne nell’introduzione agli Essais: “voglio che mi si veda qui nel mio modo d’essere semplice, naturale e consueto, senza affettazione né artificio: perché è me stesso che dipingo”. Ecco un aspetto importante da cogliere immediatamente nell’analisi di Longanesi. Una delle problematiche quando ci si avvicina a lui sta infatti in questa sublime confessione: nella sua vita non ha fatto altro che mostrarsi nudo al mondo in tutta la propria umanità, schietta e primitiva. Ciò presuppone mostrare le varie sfaccettature di cui l’anima umana è irrimediabilmente formata, vuol dire mostrare contraddizioni che giustificano l’esistenza in tutte le sue forme. Longanesi rappresenta forse la vita al suo massimo grado di manifestazione: una rappresentazione pura dove l’essere e il sembrare coincidono. Eppure v’è un senso di oscura e travolgente tragicità che traspare involontariamente dai suoi occhi scuri da misantropo con cui si affaccia alla vita, celato maestosamente da battute irriverenti e frasi trite di un’ironia pungente. Qualcosa simile ad una amara consapevolezza.

Non siamo né artisti, né critici, né letterati: noi abbiamo solo dei rancori, delle antipatie, delle convinzioni, degli umori e cerchiamo di esprimerli come meglio ci è concesso.

Per chi volesse infine approfondire è disponibile il video integrale della presentazione del libro di Francesco Giubilei.