Niccolò di Bernardo dei Machiavelli nasce a Firenze il 3 maggio 1469, terzo di quattro figli. La famiglia è d’antico lignaggio, ma il ramo è cadetto e piuttosto sventurato. Questo sembra precludere al giovane Niccolò tutti gli onori lasciandogli invece cospicui oneri, come attestano i registri contabili del padre, dove i debiti sopravanzano abbondantemente i redditi. Non sarà dunque un caso che il tema di molte delle prime missive del Machiavelli, inviato in missione diplomatica dal governo fiorentino, sarà la richiesta di fondi più cospicui, non potendo egli provvedere di tasca propria. Nonostante le ristrettezze economiche, il padre è dottore in diritto e riesce a garantire al nostro i rudimenti d’istruzione necessari per un proto-borghese dell’epoca. Nato e cresciuto nella culla del Rinascimento, ma anche in una società mercantile frizzante, per quanto in declino, Niccolò studia il latino, entrando in contatto coi grandi classici dell’antichità che lo segneranno per sempre. Poi, certo, non mancano grammatica e abaco. Si tratta di un’istruzione privata, per quanto di buon livello: il Machiavelli non andrà all’università. Queste poche informazioni sull’infanzia di Niccolò le conosciamo grazie al Libro dei Ricordi del padre, una sorta di diario di famiglia per le nuove generazioni che era uso compilare nelle famiglie fiorentine del tempo.

Il Machiavelli pare dunque destinato a scomparire dalle cronache, ma Fortuna e Virtù decideranno diversamente. Due furono le vite del Machiavelli, una da politico e una da letterato; e due furono infatti le date cardine della sua esistenza, necessarie per comprenderne la vita e l’opera. La prima è il 3 settembre 1494. Carlo VIII, re di Francia, valica le Alpi con uomini e cannoni, dando l’avvio alle Guerre d’Italia: è la fine dell’indipendenza degli Stati Italiani. La facilità dell’impresa sbigottisce gli italiani del tempo. Machiavelli stesso scriverà che «Carlo la pigliò col gesso», quello usato per segnare sulle carte i luoghi dove accamparsi. L’impatto politico e psicologico della discesa del francese fu epocale e marchiò a fuoco Niccolò, che da quel momento in avanti dedicherà tutta la sua vita alla politica e a cercare di capire come fosse possibile restaurare l’indipendenza della Penisola. Dati i tempi, centrale nelle sue riflessioni quanto nella sua prassi, finchè gli sarà concesso di partecipare alla politica attiva, sarà l’aspetto militare.

In realtà il Machiavelli politico nasce quattro anni dopo, ma come effetto secondario e certamente indesiderato della scorribanda di Carlo VIII. Proprio in seguito all’atteggiamento troppo compiacente tenuto dai Medici nei confronti del sovrano francese, infatti, questi vengono cacciati dalla città: è la nascita della Repubblica fiorentina. Proprio nel nuovo contesto repubblicano, il Machiavelli può cominciare a dare sfogo a quella che è la sua grande passione, la politica praticata. Nel 1498 si candida alla segreteria della Seconda Cancelleria di Firenze. Subito verrà sconfitto da un fedelissimo di Savonarola, ancora in voga al momento. Pochi mesi dopo, però, eliminato il frate, Machiavelli sale alla carica. Sarà il più famoso Segretario che Firenze abbia mai avuto. Come scriverà il De Sanctis, il famoso letterato risorgimentale, il passaggio di consegne tra il Savonarola e il Machiavelli si carica di significati simbolici: l’uno guarda nel tramonto, e si porta con sé nella tomba il Medioevo e la sua visione teologica del mondo e della Storia, l’altro guarda nell’aurora, dando l’avvio all’età moderna. La forza del pensiero di Machiavelli stesso sarà proprio quella, aver capito che qualcosa era cambiato per sempre e scrivere già come un uomo venuto dal futuro. Ci torneremo.

Un monumento raffigurante Girolamo Savonarola

Un monumento raffigurante Girolamo Savonarola

La seconda data cardine della vita di Niccolò Machiavelli è il 7 novembre 1512, il giorno in cui il Segretario, a Medici appena rientrati in Firenze in seguito a giochi geopolitici dei quali ormai le realtà italiane erano il mero oggetto, venne sospeso da tutte le cariche. In seguito, lui repubblicano, verrà arrestato e condannato a “sei tratti di corda”, un metodo di tortura piuttosto in voga all’epoca. Solo i buoni uffici di amici altolocati e un’amnistia gli consentiranno di riguadagnare una libertà della quale Machiavelli sembra non sapere che farsene. Bisogna comprendere, infatti, che Niccolò si riteneva un cittadino della Roma repubblicana. Come gli antiqui a cui si ispirava, riteneva la virtus la più grande qualità che un uomo dovesse avere (ed era la virtus romana), e l’impegno politico per la causa della propria repubblica il più grande compito nel quale applicare quella virtus. Inviso al nuovo regime, si ritrovò invece a «uccellar tordi» nel suo piccolo podere di San Casciano Val di Pesa, pochi chilometri da Firenze, ma anni luce dalle stanze del potere. Nascerà qui, dall’ossessione per la politica e dal divieto di praticarla, quel Machiavelli che un destino che Niccolò stesso probabilmente definirebbe cinico e baro consegnerà a gloria eterna. Lui, uomo d’azione, verrà ricordato come uomo di lettere: è nato il Machiavelli scrittore. Scrittore politico, e non poteva essere altrimenti, e teorico della prassi, e non poteva essere altrimenti.

L'ultima edizione Mondadori de Il Principe di Machiavelli, riproposta nella traduzione in italiano moderno dello storico Piero Melograni

L’ultima edizione Mondadori de Il Principe di Machiavelli, riproposta nella traduzione in italiano moderno dello storico Piero Melograni

C’è un’opera del Machiavelli che ha oscurato tutto le altre. È Il Principe. La sua fortuna sarà letteralmente epocale: ne parleranno e ne scriveranno, chi bene e chi male, chi capendola e chi no e chi distorcendola a proprio vantaggio, più o meno tutti i grandi pensatori politici venuti dopo di lui. Né sarebbe potuto essere altrimenti, avendo creato proprio lui, il Machiavelli, e proprio con quell’opera, la scienza politica come la intendiamo noi oggi. Prima del Machiavelli a scrivere di politica erano essenzialmente due categorie di persone: gli intellettuali ecclesiastici, tomisti principalmente, che vedevano nella politica una branca marginale della teologia, e i giuristi, che vi arrivavano dal diritto. Per Machiavelli invece, come già accennato, la politica è il centro della vita dell’uomo, e l’uomo, come Rinascimento e Umanesimo insegnano, è il centro di tutto. La politica diventa quindi, nel Principe, una branca autonoma del sapere, finalmente separata dalla morale (e proprio qui stanno le fortune e le sfortune dell’opera).

Il trattato è breve, compatto, diretto, cinico

Verrà, come facilmente prevedibile, messo al bando dall’inquisizione nel 1559. Nonostante ciò, continuerà a circolare prepotentemente, trascendendo sé stesso nel tempo, diventando da saggio di pratica politica fonte di pensiero politico. Inutile qui, in poche righe, cercare di riassumere l’opera; più interessante invece, per cercare di capire Machiavelli, comprendere perché lo scriva. I motivi sono sostanzialmente due: da un lato, cercare d’ingraziarsi i Medici, appena tornati a Firenze (e qui esce nuovamente il Machiavelli in balia della sorte). A loro lo dedicherà; cercando di avere un impatto, con gli strumenti che gli erano concessi, sulle sorti politiche d’Italia. I Medici controllavano al tempo Firenze e il Papato, essendo pontefice Leone X, della loro casa. Avendo compreso che per gli staterelli pre-unitari, a fronte dei grandi fenomeni di accentramento politico in atto nel resto d’Europa, non c’era più spazio e, parallelamente, che si stava avviando l’età delle grandi monarchie, che avevano vinto la sfida coi liberi comuni e le repubbliche, Machiavelli scrive per chiunque possa essere il principe in grado di liberare l’Italia. I candidati più probabili gli paiono essere, appunto, i Medici.

La storia della famiglia de' Medici è stata protagonista della recente serie Rai che ha visto nel suo cast attori come Dustin Hoffman

La storia della famiglia de’ Medici è stata protagonista della recente serie Rai che ha visto nel suo cast attori come Dustin Hoffman

La parte del Principe destinata ad alimentare un infinito dibattito, al punto che si può oggi parlare di Machiavelli e delle sue infinite interpretazioni, quasi si fosse moltiplicato in un gioco di specchi deformanti, era come già detto quella morale. “Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, et usarlo e non usare secondo la necessità” è una frase che desterà infinito scandalo e porterà alla nascita del concetto distorto del machiavellismo, riassumibile nella frase, mai pronunciata in realtà, del fine che giustifica i mezzi. Machiavelli invece non è amorale, è solamente cinico e realista (il famoso andare drieto alla verità effettuale della cosa). Non lo si comprende se non si capisce che tutte le sue opere prendono le mosse da un’antropologia negativa.

Gli omini son tristi e rei (e sempre uguali), e il principe (inteso come il Sovrano, come lo Stato, se vogliamo) deve tenerne conto ed agire di conseguenza

Il fine non è invece amorale, tutt’altro: è quello che oggi chiameremmo il bene comune, chiaramente declinato secondo la realtà storica dell’epoca. Machiavelli è un pensatore del conflitto, vede nella politica sostanzialmente due cose: la forza e la volontà. Entrambe devono essere proprie del principe, se questi vuole acquistare lo Stato e mantenerlo. Sempre a Machiavelli si deve lo sdoganamento del termine “stato”, prima utilizzato solo in alcune legazioni degli ambasciatori veneziani del Quattrocento nel senso dello “stato delle cose” in una determinata area. Dall’unione di “stato” e “principe” che fa il Machiavelli nasce il moderno concettò di sovranità, che troverà la sua realizzazione pratica nella pace di Vestfalia. In questo senso, Machiavelli è Hobbes prima di Hobbes, con la differenza che l’inglese viene dopo il conflitto, a Stato già costruito, e attribuisce il conflitto allo stato di natura, da rifuggire. Machiavelli assiste invece, consapevole, alla nascita dello Stato e vede che il conflitto ha il ruolo della levatrice. Dopo il parto, invece, le funzioni del sovrano saranno le medesime.

Un ritratto del filosofo britannico Thomas Hobbes, autore dell'ormai celebre "Il Leviatano"

Un ritratto del filosofo britannico Thomas Hobbes, autore dell’ormai celebre “Il Leviatano”

L’altra grande opera del Machiavelli sono i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Quando, dismessa la veste cotidiana, piena di fango e di loto, in favore di panni reali e curiali, come ci dice Machiavelli stesso nella celeberrima lettera dove annuncia all’amico Francesco Vettori l’avvenuta stesura del Principe, Niccolò, dopo una giornata persa in piccolezze da villico, può finalmente sedere nel suo studio ed immergersi nei classici. Livio, per i suoi contenuti politici, e Roma, ovviamente, l’epopea politica più grande di sempre, sono al centro dei suoi interessi. C’è anche tanto Polibio, in realtà, nelle analisi del Machiavelli. Così, partendo dalla lezione delle antique e aggiungendoci l’esperienza delle cose moderne, cioè il suo agire politico pregresso, Machiavelli si perde in una lunga analisi di Roma repubblicana, cercando, attraverso le analogie possibili grazie ad una visione statica degli uomini (che sono sempre li medesimi) e ciclica della Storia (ripresa da Polibio, appunto), di trarre indicazioni pratiche per la vita politica del suo oggi. Se il Principe, anche per la sua forma, è l’opera di maggior successo, è nei Discorsi in realtà che Machiavelli può esprimersi il più fedelmente possibile con le proprie credenze. Parliamo infatti di un repubblicano convinto, abbastanza cinico però da comprendere dove stia invece andando la Storia. Così, in un testo molto più esteso, può confrontarsi col grande storico romano aggiungendoci del suo, fino a cercare di trarre gli insegnamenti essenziali per creare una repubblica capace di resistere il più a lungo possibile alle avversità della Fortuna.

Dopo questi anni di intensa attività storico-intellettuale, il Machiavelli poté tornare a dedicarsi a piccole missioni diplomatiche per conto dei Medici. Durante una di queste, a Carpi, avverrà l’incontro tra due delle più importanti figure del nostro Rinascimento, lui e Francesco Guicciardini, all’epoca governatore di Modena. Il rispetto e la simpatia subitanea devono essere stati reciproci se il Machiavelli, di rango notevolmente inferiore, oserà rispondere alla prima missiva del Guicciardini, pochi giorni dopo l’incontro, esordendo con un molto poco ufficiale “Magnifice vir, major observandissime. Io ero in sul cesso quando arrivò il vostro messo”, che rende bene l’idea del Machiavelli privato. Accanto all’uomo politico e allo studioso dei classici infatti c’era un terzo Machiavelli, quello più genuino e ctonio, che si può inserire a pieno titolo in quel lungo filone della burla e dello scherzo che collega, come un sottile filo rosso, tutta la tradizione toscana, dal Boccaccio a Mario Monicelli. L’opera più bella, infatti, del Machiavelli, è quella che opera in realtà non è: il suo enorme carteggio privato, che permette di entrare in contatto con la sua vera personalità di uomo, non di autore.

Decine e decine di dispacci diplomatici, alcuni di servizio, le famose richieste di rimborso citate in avvio, alcuni di profonda analisi dell’attualità del tempo, si affiancano così ad altrettante decine e decine di lettere personali, scritte ad amici ed importanti personalità politiche. Fitta e pregna la corrispondenza col Vettori, amico di lunga data, così come quella, già citata, col Guicciardini. La più curiosa, forse, è però una lettera del 1509 scritta a un altro Guicciardini, il Luigi. Qui Machiavelli, parlando di donne, non lesinerà dettagli nel raccontare uno sfortunato ed affogatissimo (infoiatissimo) incontro con una meretrice di orrido aspetto in uno stambugio lombardo. La vividezza della descrizione di quelle coscie vize et fica umida ci restituiscono un Machiavelli peccaminoso ed umanissimo e sono uno spaccato meraviglioso della mentalità libertina della Firenze del tempo. Come direbbe il Machiavelli stesso:

Li omini sono sempre li medesimi, specialmente prima della Controriforma

Anche un intellettuale di rilievo come Giuseppe Prezzolini ha dedicato a Machiavelli più di un'opera. Oltre alla celebre "Vita di Nicolò Machiavelli fiorentino" [scritto come lo si pronuncia volgarmente], si ricorda l'opera più corposa dedicata al fondatore della Scienza Politica "Machiavelli anticristo"

Anche un intellettuale di rilievo come Giuseppe Prezzolini ha dedicato a Machiavelli più di un’opera. Oltre alla celebre “Vita di Nicolò Machiavelli fiorentino” [scritto come lo si pronuncia volgarmente], si ricorda l’opera più corposa dedicata al fondatore della Scienza Politica “Machiavelli anticristo”

Anche le opere minori del Machiavelli hanno spesso a che vedere con la burla e con la derisione di certi stereotipi umani, come nel caso della Mandragola, fortunatissima commedia destinata a divenire epitome del nostro teatro rinascimentale. Non solo politico e peccatore dunque, ma anche poeta. Restano, infine, le opere più pratiche del Machiavelli, prodromiche al Principe e ai Discorsi, opere sì di prassi, ma che enunciano principi generali e guardano alla politica tutta, non alle di lei branche. Si tratta dei due Ritratti delle cose della Francia e della Magna (Germania), trattati di attenta analisi dello stato vigente della situazione d’oltralpe, scritti quasi con l’occhio acuto ed osservatore della spia più che del diplomatico, o forse solo dell’analista. I saggi sono figli delle numerose missioni diplomatiche del periodo di attività politica repubblicana di Niccolò, spedito spesso oltralpe e ancora più spesso presso le varie corti italiane. A fianco di queste vi sono le opere di carattere militare, come il Dell’arte della guerra e alcuni precedenti di minor respiro, in cui Machiavelli cerca disperatamente di perorare la causa di quello che fu un altro suo cavallo di battaglia, la creazione di un’ordinanza (che per un paio d’anni potrà effettivamente cercare di costruire e comandare), cioè di un esercito di leva in antitesi all’abuso di truppe mercenarie da parte dei signori italiani. Come già detto,

Machiavelli vive nel conflitto e, soprattutto, nel bel mezzo del declino politico italiano

Ha quindi la lucidità di comprendere che quel declino è determinato principalmente da motivi d’ordine politico-militare e i due aspetti per lui vanno sempre a braccetto. Per dirla più brutalmente, Machiavelli è il primo geopolitico post-antichità, perché capisce l’importanza fondamentale dei rapporti di forza. Ci arriva per gradi, cominciando dai problemi che toccherà con mano quando gli verrà affidato l’assedio di Pisa: problemi pratici, come l’inaffidabilità delle truppe mercenarie. Da lì partirà per le sue grandi costruzioni, senza mai arrivare a formulare una teoria generale, perché non ne sentirà mai, semplicemente, il bisogno. Li omini sono sempre li medesimi, gli organismi politici nascono, crescono e muoiono, resta solo la virtù al sovrano, principe o repubblica che sia, per cercare di mettere argini alla fortuna e favorirne la nascita o rallentarne il declino. Lo scopo del Machiavelli è quello di mostrare quali siano quegli argini, cosa sia la virtù che il principe necessita. Probabilmente avrebbe voluto esser lui principe, almeno per un momento, per poter essere, per una volta, ascoltato. Niccolò di Bernardo dei Machiavelli morirà a Firenze il 21 giugno 1527, un mese dopo il sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi. Il veltro dantesco, invocato da Machiavelli sotto forma di principe, non era ancora giunto.

Innocenzo Spinazzi, Sepolcro di Niccolò Machiavelli, 1787 Firenze, Basilica di Santa Croce

Innocenzo Spinazzi, Sepolcro di Niccolò Machiavelli, 1787 Firenze, Basilica di Santa Croce