Proprio nell’anno in cui le camicie nere di Mussolini marciano su Roma per fare ordine in Italia, a Grosseto, nasce un anarchico. Luciano Bianciardi è il suo nome. Scrittore, giornalista e traduttore, con le sue opere ha descritto meglio e prima di ogni altro l’altra faccia del miracolo economico italiano. È figlio di una maestra e di un impiegato di banca dal quale eredita la passione per il Risorgimento e per il calcio. Studia filosofia all’Università Normale di Pisa. Si muove impacciato tra la gente, incespicando per le strade della vita, ma con la battuta mordace e la sua sonora risata sorprende tutti. Luciano è un tipo particolare. Goffo, spaesato, romantico e un po’ bimbone, è poco incline ai compromessi e alle bugie. Enrico Vaime, suo amico, ha riportato in un’intervista un aneddoto che spiega bene il carattere scanzonato di Bianciardi. Un giorno, durante una chiacchierata con i redattori, Giangiacomo Feltrinelli, editorie miliardario e comunista, padrone della casa editrice in cui Bianciardi collabora, dice più o meno così: “Quel che è mio è di tutti”. A questa frase, Luciano si alza e, dirigendosi verso l’appendiabiti, si infila il cappotto di cammello di Feltrinelli ed esce dicendo: “Va bene, d’accordo”, lasciando tutti interdetti.

L'editore Giangiacomo Feltrinelli, morto il a Segrate il 14 marzo 1972 durante il tentativo di far saltare i tralicci della luce della città

L’editore Giangiacomo Feltrinelli, morto il a Segrate il 14 marzo 1972 durante il tentativo di far saltare i tralicci della luce della città

Suoi maestri indiretti sono Giovanni Verga, Carlo Emilio Gadda e Henry Miller. Sopravvive al secondo conflitto mondiale e ai bombardamenti alleati facendo da interprete per gli americani. Nel ’47 conosce Adria, la futura moglie e madre di due dei suoi tre figli. Lavora come insegnante e poi, nel ’51, diviene direttore della Biblioteca Chelliana di Grosseto. L’anno seguente inizia a collaborare per la terza pagina de “La Gazzetta di Livorno”, poi su “L’Avanti!” e “Belfagor”. Arriva a Milano, la capitale dell’industria italiana, nel 1954 per inseguire Maria, una giovane comunista di cui si è invaghito durante una breve tappa a Roma. Nel capoluogo lombardo lavora come traduttore per case editrici come Feltrinelli e Bompiani, sentendosi sempre uno straniero in quella strana e malata città del nord. Bianciardi ha intuito, molto prima di Pasolini, i pericoli del consumismo, e capito quanto importante fosse la vita di provincia per la società italiana.

“Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera – bianchi e neri – della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbidienza, l’amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle”.

La sua prima opera letteraria è del ’56, scritta a quattro mani con Carlo Cassola: I minatori della Maremma. Il libro racconta la vita dura degli operai che lavorano nelle miniere di Ribolla e ricostruisce l’incidente del 4 maggio 1954 in cui morirono quarantatré lavoratori. L’episodio lo segnerà per sempre, riempiendolo di rabbia fino alla fine dei suoi giorni. Il suo amico Oreste del Buono lo ha infatti definito “uno dei pochi arrabbiati italiani sinceri”. Centrale per lui, nella vita, è la cultura. Con il suo Bibliobus porta i libri in giro per la Toscana, anche nelle campagne e tra gli operai delle miniere. Se non sono i lettori ad andare dai libri allora deve accadere il contrario. Anima cineclub e cineforum. E non per niente la sua seconda opera, primo capitolo di una “trilogia della rabbia”, è intitolata Il lavoro culturale. Il libro, del ‘57, primo “capitolo della rabbia”, è un’opera che contiene in sé più generi. È sì un romanzo autobiografico, ma anche un pamphlet politico e, a tratti, un vero e proprio manuale. Il lavoro culturale a cui allude è un sincero elogio del provincialismo che si contrappone al cosmopolitismo con cui farà i conti arrivato nella città meneghina. Perché se a Roma stanno gli intellettuali (venuti dalla provincia) e a Milano solo impiegati e funzionari, è alla provincia che spetta l’attivismo culturale.

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Importante per lui, tra tutte le arti, è il cinema. La sua forza risiede nell’essere anche popolare: “lo capiscono tutti, anche gli analfabeti”. Ed è questo che lo rende uno “straordinario mezzo espressivo”. Se con Il lavoro culturale viene raccontata la provincia, è con L’integrazione che Bianciardi avvia il racconto della città. Il significato del titolo dell’opera è presto spiegato. L’integrazione è quel difficile processo di assimilazione sociale tra un provinciale e la metropoli.

“Cosa mi credevo? Che la grande città fosse quel luogo di meraviglie e di godurie che credono certi, quelli che amano viaggiare? No, la grande città era proprio così, invece: un posto duro, cattivo, teso, assillato: tanta gente che corre, che si dibatte, che ti ignora, che deve arrivare. Arrivare dove? […] Chi lo sa? […]Sgobbano, corrono come allucinati dalla mattina alla sera, per comprarsi quello che credono di desiderare; in realtà quel che al padrone piace che si desideri”.

È l’Italia del miracolo economico. E Milano ne è simbolo. È arrivato il consumismo:

“Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti […] il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico […] Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanari l’un l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo”, pare dire urlando. E poi propone: “Occorre che la gente impari a non collaborare, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha”.

Un vero e proprio manifesto anti-consumista. Inutile sottolineare l’attualità di quanto appena letto.

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Quella descritta ne L’Integrazione è una vita frenetica, ma non ancora “agra”. Il racconto arrabbiato di un uomo solo contro tutto e tutti troverà pieno compimento nell’opera successiva. Si intitola La vita agra, il romanzo che lo porta a un successo immediato e inaspettato. Un successo coronato dalla trasposizione cinematografica dell’omonimo film di Carlo Lizzani che, nel ‘64 – due anni dopo l’uscita del libro -, vedrà niente di meno che Ugo Tognazzi nei panni del protagonista.

Ugo Tognazzi in una scena del film

Ugo Tognazzi in una scena del film

“L’aggettivo agro sta diventando di moda, lo usano giornalisti e architetti di fama nazionale. Finirà che mi daranno uno stipendio solo per fare la parte dell’arrabbiato”, scrive ad un amico.

L’arrivo a Milano di Luciano Bianchi (alter ego dell’autore) è preannunciato da un piano decisamente esplosivo: far saltare i palazzi in cui ha sede la società proprietaria delle miniere in cui ha avuto luogo l’incidente di Ribolla. L’opera è da lui stesso definita come “la storia della diseducazione sentimentale al tempo del miracolo economico”. Indro Montanelli in persona recensisce entusiasticamente il libro sul “Corriere della Sera”, offrendogli una collaborazione al giornale che Bianciardi però rifiuta. Seguiranno incontri, interviste, presentazioni, feste borghesi in compagnia di personaggi come Enzo Jannacci, Giorgio Bocca, Oriana Fallaci e Carlo Ripa di Meana. Diffida degli intellettuali organici. Lui ha sempre preferito definirsi un anarchico individualista che auspica “una società basata sul consenso e non sull’autorità”, ma si circonda di comunisti. Sono infatti presenti nelle sue opere temi come l’alienazione del lavoro e la critica al denaro come unico fine della vita, e odia i ritmi della catena di montaggio che continuano a scandire le azioni della vita privata, finanche quella sessuale:

“Questo è quello che vogliono […] muoversi all’infinito”.

Tutte critiche tipicamente marxiste. Ma più che un attacco al capitalismo, quello di Bianciardi è un urlo furente rivolto all’intera società, all’indifferenza morale, all’anonimato quotidiano del vivere milanese.

In centro “non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine, il loro spettro […] si fermano appena al saluto, con un sorriso scialbo […] Dicono: ‘Scusa ho premura, ho una commissione, scappo’ e subito dopo scappano davvero riscivolando taciti sul marciapiede”.

La sua scrittura è agile, come il passo del milanese tipo. I suoi libri si cominciano e, senza che ce se ne accorga, si è già arrivati alla fine.

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È stato detto più volte di come Bianciardi abbia sempre rinunciato a una critica costruttiva, ed è vero. Ma lui non ha mai voluto costruire, bensì distruggere il mito di Milano come città del benessere. Nella lettera scritta a un amico nel ’62, troviamo una profezia:

“tra vent’anni, tutta l’Italia si ridurrà come Milano”.

La sua attività di traduttore è prolifica e intensa. Arriverà a tradurre seicento pagine in due settimane, pur di campare. Alla fine della sua carriera si conteranno più di sessanta libri tradotti. Autori come Henry Miller, William Faulkner, John Steinbech, Jack Kerouac, Aldous Huxley e Pierre Drieu La Rochelle li conosciamo anche grazie alla sua opera di traduzione. Come scrittore produrrà, oltre alle opere già citate, diversi romanzi sulla storia del Risorgimento italiano, sua eterna passione. L’attività di giornalista si intensifica: collabora con “Il Giorno”, “ABC”, “Le Ore” e “L’Unità”. Poi, dopo il successo, nel 1967 decide di aprire una libreria a Rapallo, dove si trasferisce. Tra i vari clienti che si servono presso la sua libreria ce n’è uno particolarmente degno di nota. Un uomo anziano coi capelli arruffati, che di tanto in tanto si ferma davanti alla vetrina, appoggiato al suo bastone da passeggio. Il suo nome è Ezra Pound.

Il poeta americano Ezra Pound a passeggio a Venezia, 1964

Il poeta americano Ezra Pound a passeggio a Venezia, 1964

La residenza a Rapallo significherà per Luciano l’autoesilio che lo porterà a chiudere molti dei suoi rapporti sociali, al disfacimento della relazione con Maria (la ragazza romana che aveva inseguito fino a Milano e da cui ebbe un figlio) e la conseguente depressione che, combinata con l’alcolismo, lo porterà alla morte. Ma il 1967, oltre ad essere l’anno della “rapallizzazione” è anche l’anno del suo viaggio in Israele. Davanti al trattamento che gli israeliani riserbano ai palestinesi, ancora una volta si arrabbia con chi tesse le lodi di questa nazione risorta dalle ceneri. La famosa foto in cui si fece ritrarre indossando una benda sugli occhi è il sarcasmo con cui volle imitare il generale israeliano Moshe Dayan, l’eroe della Guerra dei sei giorni.

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Torna a Grosseto più volte, dopo anni e anni di assenza. Non riconosce più il suo paese e a sua volta non viene riconosciuto e accolto. È straniero ovunque, ormai. Da anni ha divorziato dalla moglie a cui ha mandato sempre metà delle entrare per mantenere lei e i figli. L’insistenza degli amici, che a Rapallo non lo trovano bene, lo convincono a tornare a Milano dove continua a lavorare. Le sue ultime traduzioni sono un disastro. Non traduce più, inventa. È un delirio. Trasporta le sue paure e i propri incubi nei libri che dovrebbe curare. A Maria confida: “Sopportami, duro ancora poco”. Ma, dopo un periodo difficile, lei lo abbandona e parte per Parigi.

Luciano Bianciardi nell'illustrazione di Giorgio Visani per la rivista "Il Bestiario degli italiani"

Luciano Bianciardi nell’illustrazione di Giorgio Visani per la rivista “Il Bestiario degli italiani”

Per un giorno intero, Luciano, non risponde al telefono. L’amico Vacchelli lo va a trovare a casa. Le bottiglie riverse sul pavimento non si contano. È in condizioni pietose, respira a fatica. Poi, la corsa all’Ospedale San Carlo e le numerose chiamate per convincere Maria a tornare, perché Luciano la vuole con sé. Lei crede sia un inganno, ma alla fine si convince, prende il bambino e lo raggiunge. A Luciano però resta poco, ha fretta di morire. Fiaccato dalla vita, deluso dalla società e sconfitto dalla debolezza delle sue rinunce, muore per cirrosi epatica il 14 novembre 1971. Il troppo alcol ingerito per dimenticare il sapore amaro di un’esistenza difficile ha finito per ucciderlo. Non ha fatto in tempo a compiere 49 anni. La città non gli ha fatto certo bene. Scrisse, riferendosi al capoluogo lombardo:

“Lassù mi hanno ridotto che a fatica mi difendo, lassù se caschi per terra nessuno ti raccatta, e la forza che ho mi basta appena per non farmi mangiare dalle formiche, e se riesco a campare, credi pure che la vita è agra, lassù”.

Il figlio della Maremma, che è sopravvissuto ai boom dei bombardamenti alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, non è sopravvissuto alla Milano del boom economico. Se n’è andato “l’ultimo bohémien possibile. Seduto sulle macerie di un romanticismo perduto” (la definizione è di Giovanni Arpinio). Termina così la vita agra di un delicato.

La copertina di Vita agra di un anarchico, l'unica biografia di Bianciardi ad oggi mai scritta, ad opera di Pino Corrias

La copertina delll’unica biografia di Bianciardi ad oggi mai pubblicata, scritta di Pino Corrias


Articolo pubblicato sul numero 3 della rivista “Il Bestiario degli italiani”