Sale il numero delle vittime dell’attentato alla manifestazione per la pace di Ankara dello scorso sabato. Secondo fonti locali i morti sono 128 e i feriti 508 di cui una sessantina in condizioni gravi. Sabato sera diecimila persone si sono riversate per le strade di Istanbul al grido “Stato assassino”, “conosciamo i colpevoli”. Turchi e curdi, laici e religiosi, tutti uniti per chiedere le immediate dimissioni di Erdogan e del governo islamista AKP. Domenica stessa scena ad Ankara dove migliaia di persone, dopo aver commemorato la carneficina, hanno risposto all’appello di sindacati, gruppi laici, forze di sinistra e filo curde e si sono riunite nuovamente, sempre per puntare il dito contro il governo islamista, al grido di “Erdogan assassino” e “governo dimettiti”. Altissima la tensione tra i manifestanti e la polizia turca. I servizi di sicurezza turchi indicano l’ISIS come possibile responsabile dell’attentato: “L’attacco è nello stile di Suruc, tutti i segnali indicano che è una copia di quell’attacco. Quindi puntano all’Isis”. 1 E ancora: “Tutti i segnali indicano che l’attentato possa essere stato messo in atto dall’Isis. Siamo completamente focalizzati sull’Isis”. 2

Le altre stragi

Il 20 luglio scorso 33 attivisti filo-curdi diretti a Kobane erano stati uccisi da un kamikaze a Suruc, al confine con la Siria. Un attacco che aveva trascinato la Turchia nel caos, facendo da miccia per la riapertura del conflitto con il Pkk dopo una tregua in vigore dal 2013. Il 5 giugno, alla vigilia delle votazioni, durante un comizio dell’HDP a Diyarbakir, due ordigni erano esplosi a distanza ravvicinata, provocando la morte di 4 persone e centinaia di feriti. Sabato è toccato alla manifestazione di Ankara e proprio il giorno prima il PKK aveva annunciato un cessate il fuoco per garantire la sicurezza alle elezioni del prossimo 1° novembre, ma di essere comunque pronto a rispondere in caso di aggressione da parte dell’esercito turco. I bersagli degli attentati sono sempre gli stessi: i laici, gli schieramenti di sinistra ma soprattutto l’HDP, partito “filo-curdo” guidato dal carismatico Selahattin Demirtas, che alle elezioni dello scorso giugno ha sradicato l’egemonia dell’AKP che si è visto sfilare ben 80 seggi, dovendo così rinunciare alla maggioranza assoluta e fermandosi a un 40,9%. E’ plausibile che le stragi mirassero a inasprire lo scontro con i curdi per esasperare una situazione già incandescente e generare dunque consensi tra la popolazione?

Secondo l’esperto Gian Micalessin si tratta di “una strategia semplice ed efficace visto che lo scontro con i curdi tende tradizionalmente a polarizzare e radicalizzare l’elettorato garantendo maggiori consensi al governo. Non a caso proprio a luglio scatta la violenta offensiva di Ankara contro le basi del Pkk e delle formazioni gemelle in Siria e nord Irak. A tutto questo s’aggiunge una campagna elettorale estremamente violenta durante la quale Erdogan e i suoi puntano a delegittimare l’Hdp dipingendolo come il vero braccio politico del Pkk. Un accusa decisamente esagerata perché l’Hdp, nonostante alcuni evidenti rapporti con il Pkk, è ben lontano dal condividerne metodi e strategie”. 3 E’ possibile inoltre che il fatto di andare alle urne in uno “stato di polizia” possa in qualche modo influire sulle regolarità del procedimento elettorale? Anche questo è un aspetto su cui riflettere. Le reazioni di piazza però, almeno per il momento, non sembrano favorevoli a Erdogan, con i manifestanti che accusano lo “Stato profondo”di aver organizzato la strage e con la comunità internazionale che guarda con sospetto una Turchia che sembra sempre più lontana dall’Europa e che rischia di mettere in serio imbarazzo anche la NATO.

Timori e repressione

Erdogan teme le elezioni, teme di perdere il controllo e di riuscire a mettere in atto quelle riforme necessarie per trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale. In realtà Erdogan il controllo lo ha perso da un po’ e i continui provvedimenti per reprimere qualsiasi tipo di dissenso lo dimostrano: dai magistrati e gli ufficiali di polizia rimossi per aver preso parte alle indagini sui presunti casi di corruzione che hanno coinvolto l’entourage di Erdogan ai continui arresti di manifestanti, personaggi dei media, intellettuali e giornalisti, ultimo dei quali è Bülent Keneş, capo-redattore del quotidiano Today’s Zaman, con l’accusa di “aver insultato Erdogan”. Non è la prima volta che lo Zaman finisce nel mirino del Presidente. Il 14 dicembre 2014 la polizia turca aveva effettuato una retata nella sede del quotidiano, arrestando 27 giornalisti tra cui il suo direttore, Ekrem Dumanli, mentre una folla di sostenitori e dipendenti del giornale protestavano al grido “la stampa libera non può essere messa a tacere”. Con Erdogan la Turchia ha raggiunto livelli di repressione nei confronti dei media senza precedenti per il paese, tanto che un rapporto del Committee to Protect Journalists (CJP) ha recentemente illustrato come la Turchia sia diventata una delle più grandi prigioni per giornalisti. 4 L’accusa più frequente è quella di “insulti al Presidente”, un siparietto già visto nel 2013 sotto Mohamed Morsi, anch’egli ossessionato dalla propria immagine al punto tale che la Arabic Network for Human Rights Information aveva denunciato il triste record dell’ “epoca Morsi” per quanto riguarda le denunce nei confronti di giornalisti e personaggi legati ai media. Secondo tale rapporto il numero di denunce sarebbe di quattro volte maggiore rispetto all’era Mubarak e ventiquattro volte più grande rispetto a quella di Sadat. Non sarà un caso che tra Morsi ed Erdogan, entrambi legati all’ “area Fratelli Musulmani” c’era una notevole sintonia e ancora oggi il presidente turco si rifiuta di riconoscere il nuovo governo guidato da Abdelfattah al-Sisi.

Bilal Erdogan a Bologna

Nel frattempo è giunta la notizia che il figlio di Tayyp Erdogan, Bilal, si è trasferito con famiglia a Bologna per lavorare alla tesi di dottorato presso l’università statunitense Johns Hopkins. Secondo quanto dichiarato dal quotidiano turco Cumhuriyet e citato da Repubblica: “Bilal Erdogan ha ripreso il dottorato che aveva iniziato nel 2007, di cui gli manca solo la tesi finale: un impegno che gli garantirebbe comunque un permesso di soggiorno in Italia per due anni. Il quotidiano sostiene anche che avrebbe chiesto una scorta alle autorità italiane. Secondo quanto appreso dall’Ansa, Bilal Erdogan ha affittato un appartamento nel centro di Bologna, a poca distanza da piazza Maggiore. I suoi figli starebbero già frequentando una scuola locale”. 5 C’è però chi pensa più a una possibile fuga del figlio di Erdogan, in attesa di vedere l’esito delle votazioni di novembre e tra questi c’è il whistleblower anti-governativo Fuat Avni, secondo cui: “Bilal Erdogan sarebbe volato in Italia il 27 settembre con una grossa somma di denaro nell’ambito di un presunto “progetto di fuga” in vista del voto anticipato del primo novembre: “Pensano di tenere Bilal in Italia fino alle elezioni. Decideranno se tornerà in base alla situazione” successiva, sostiene Fuat Avni nei suoi tweet. Bilal era uno degli indagati-chiave della Tangentopoli del Bosforo esplosa nel dicembre 2013, che coinvolse anche 4 ministri del governo allora guidato da suo padre”. 6 7 Difficile stabilire quali siano le reali ragioni di tale decisione, certo è che la delicata situazione in Turchia legittima i sospetti di alcuni.

ISIS o non ISIS

Ritornando alla carneficina di sabato, la pista dell’’ISIS convince e non convince. I “volontari” dell’ISIS hanno utilizzato la Turchia come luogo di transito per raggiungere la Siria, con tanto di nascondigli nelle zone confinanti come quella di Gazantiep. L’aeroporto di Istanbul è stato meta di molti jihadisti provenienti dall’Europa, tra cui Hayat Boumedienne, la moglie di Amedy Coulibaly, l’attentatore del supermercato kasher di Parigi. Per Istanbul sono transitati anche Maria Giulia Sergio e Aldo Kobuzi, i due jihadisti partiti dall’Italia e unitisi all’ISIS. 8 9 Diversi inoltre i comandanti dell’ISIS che sono stati segnalati come ricoverati negli ospedali turchi, tra cui Abu Muhammad, presso l’Hatay State Hospital nell’aprile 2014 ed Emrah Cakan, segnalato nel febbraio 2015 in un ospedale di Denizli. 10 11 12 13 14 Vi sono poi interessanti particolari sull’attentato di Suruc, anche quello ricollegato all’Isis. L’attentatore venne identificato come il ventenne Seyh Abdurrahman Alagoz, cittadino turco rientrato da poco nel proprio paese dalla Siria, dove aveva combattuto nelle file dell’ISIS. La madre di Alagoz aveva dichiarato che il figlio era rientrato a casa il 12 luglio per poi scomparire nuovamente mentre fonti governative turche avevano confermato che erano a conoscenza dell’attività del ragazzo in Siria con gruppi legati all’Isis: “Era attivo in Siria con gruppi legati allo Stato Islamico. Sappiamo che è entrato in Siria illegalmente. Non ci è stato possibile monitorarlo durante la sua permanenza là”. 15 I quotidiani Today’s Zaman e Haberturk avevano inoltre reso noto non solo che Alagoz era ricercato dalla polizia, ma che suo padre aveva da tempo denunciato la sua scomparsa. 16 In poche parole, a Suruc l’attentatore è stato in grado di uscire e rientrare dalla Turchia per poi compiere l’attentato; nel centro di Ankara, capitale turca, invece i terroristi sono riusciti a far esplodere due ordigni, a poche centinaia di metri dai palazzi delle Istituzioni.