Il passato, il presente e il probabile futuro del Brasile si sono intersecati, confondendosi l’uno con l’altro, in un’occasione di grande cordoglio e rammarico per tutto il Paese, apparsa al tempo stesso come il possibile punto di ripartenza di una fase storica che le gravi vicissitudini degli ultimi mesi avevano portato a considerare anzitempo archiviata. I funerali della moglie dell’ex Presidente del gigante latinoamericano Luiz Inácio Lula da Silva, Marisa Leticia Rocco Casa, scomparsa lo scorso 3 febbraio, hanno visto un’ingente partecipazione popolare e portato a un compatto stringimento attorno all’uomo che ha cambiato i destini dello Stato e di milioni di suoi concittadini guidando un’intensa fase di progresso e sviluppo all’inizio del XXI secolo. Nell’ora della massima sofferenza personale, Lula non è stato lasciato solo dai brasiliani, che in precedenza non si erano dimenticati di lui mentre affrontava una fase di intensa preoccupazione sul piano personale, dovuta alla rapida accumulazione di una serie di accuse che ruotano attorno al ruolo del leader del nello scandalo-tangenti e nel caso Petrobras che da oltre un anno perturbano la politica brasiliana.

A tali accuse, è bene puntualizzarlo, non si sono mai sommate in seguito prove tangibili volte a dimostrare l’impianto istituito dalla magistratura federale brasiliana, secondo la quale Lula sarebbe stato “la mente di un tentacolare schema di corruzione” finalizzato a portare a un progressivo consolidamento del potere nelle mani del suo Partido dos Trabalhadores (PT). Gli attacchi a Lula si sono intensificati dopo che l’ex Presidentessa Dilma Rousseff lo ha nominato nel delicato ruolo di Ministro della Casa Civil mentre in Brasile infuriava la tempesta politico-giudiziaria dell’inchiesta Lava Jato, che sommandosi alle accuse rivolte contro la stessa Dilma per la presunta falsificazione di alcuni bilanci ha portato nel lungo periodo al completamento della controversa procedura di impeachment che ha visto 62 senatori ribaltare il verdetto espresso da 54 milioni di brasiliani, aprendo la strada all’ascesa di Michel Temer alla Presidenza, ottenuta in seguito di un “golpe parlamentare” senza precedenti. Per interposta persona, gli attacchi a Dilma miravano di fatto a colpire lo stesso Lula e il sistema da questi edificato e in seguito trasmesso nelle mani della sua storica compagna di militanza politica, dimostratasi poco all’altezza dell’operato del suo predecessore ma ritrovatasi, in ultima istanza, a venire processata e condannata in solitaria in rappresentanza di un intero sistema, come scritto a maggio in un editoriale del Guardian.

Una gigantografia raffigurante Lula con la moglie Marisa Leticia recentemente scomparsa. I due si erano sposati nel 1974, dopo che la prima moglie del futuro Presidente, Maria de Lurdes da Silva, era morta nel 1971, anno in cui era scomparso anche il primo sposo di Marisa, ed hanno avuto tre figli dalla loro relazione durata oltre quarant’anni. Marisa è sempre stata una presenza costante nella vita politica di Lula, tanto da essere stata a lungo ritenuta la sua prima e più importante consigliera

Una gigantografia raffigurante Lula con la moglie Marisa Leticia recentemente scomparsa. I due si erano sposati nel 1974, dopo che la prima moglie del futuro Presidente, Maria de Lurdes da Silva, era morta nel 1971, anno in cui era scomparso anche il primo sposo di Marisa, ed hanno avuto tre figli dalla loro relazione durata oltre quarant’anni. Marisa è sempre stata una presenza costante nella vita politica di Lula, tanto da essere stata a lungo ritenuta la sua prima e più importante consigliera

Sotto attacco Lula, sotto attacco il suo sistema basato sulle politiche sociali ad ampio respiro come Fome Zero e Bolsa Familia che hanno strappato oltre 20 milioni di persone alla povertà ma che non ha in seguito saputo affrontare con dovuta risolutezza le nuove istanze propugnate dalla nascente classe media urbana e ha pagato direttamente le cause della recessione economica che ha iniziato a manifestarsi a partire da fine 2014. Sotto attacco da parte della “controrivoluzione neoliberista” di cui si è fatto paladino l’ex alleato di governo del Partido dos Trabalhadores Michel Temer, il vicepresidente che ha organizzato nei minimi dettagli la procedura di rovesciamento di Dilma per poi succederle alla massima carica dello Stato ed operare uno dei più repentini e immediati cambi di prospettiva ideologica da parte di un governo latinoamericano degli ultimi decenni. La scelta di ridimensionare notevolmente il programma sociale Brazil Alfabetizado e di procedere a una “costituzionalizzazione dell’austerità” attraverso il varo dell’Emendamento 241, che di fatto congela le possibilità per i governi brasiliani di espandere la spesa pubblica nei prossimi vent’anni, hanno rappresentato le lettere di presentazione della nuova presidenza, costituitasi mentre in Brasile regnava un’atmosfera da caccia alle streghe e il fuoco di sbarramento del sistema mediatico e dell’apparato giudiziario si abbatteva sulla figura di Lula, giustificando de facto lo smantellamento delle sue politiche operato dal nuovo esecutivo. Denunciando una situazione che vedeva una riproposizione amplificata del craxiano “clima infame” dopo che la versione brasiliana della nostrana “Tangentopoli” aveva assunto ramificazioni colossali a seguito di uno spudorato sfruttamento politico delle inchieste giudiziarie e della gogna mediatica. Lula, in un’intervista rilasciata al regista Oliver Stone, ha bollato, la somma di episodi che nell’ultimo anno ha coinvolto la sua persona, quella di Dilma e l’intero PT, come:

«Una guerra […] un processo violento contro la democrazia» 

L’ex Presidente ha inoltre aggiunto chel’obiettivo ultimo di questa strategia sarebbe impedirgli di concorrere per la massima carica dello Stato quando il Brasile tornerà alle urne nel 2018.

Lula a colloquio con l’Ayatollah Ali Khamenei nel corso della sua visita di Stato in Iran nel 2010. Fautore dello sviluppo dei BRICS e del multipolarismo, Lula ha unito alle politiche sociali sul piano interno una visione strategica dei rapporti internazionali decisamente antitetica a quella portata avanti dall’attuale leadership brasiliana, che in sintonia con il governo argentino di Macri sta premendo per rompere l’asse di solidarietà creatosi nella “decade dorada” del socialismo del XXI secolo e propugna l’espulsione del Venezuela dal Mercosur

Lula a colloquio con l’Ayatollah Ali Khamenei nel corso della sua visita di Stato in Iran nel 2010. Fautore dello sviluppo dei BRICS e del multipolarismo, Lula ha unito alle politiche sociali sul piano interno una visione strategica dei rapporti internazionali decisamente antitetica a quella portata avanti dall’attuale leadership brasiliana, che in sintonia con il governo argentino di Macri sta premendo per rompere l’asse di solidarietà creatosi nella “decade dorada” del socialismo del XXI secolo e propugna l’espulsione del Venezuela dal Mercosur

Le prospettive di successo di un’eventuale candidatura di Lula alle presidenziali del 2018 sarebbero tutt’altro che ridotte, dato che il rapido esaurimento del bluff di Temer ha messo alle spalle al muro questi e il suo governo, composto da personaggi discutibili come il Ministro dell’Agricoltura Blairo Maggi, famoso per aver contribuito alla devastazione del Mato Grosso attraverso l’estensione indiscriminata della coltivazione della soia e ora favorevole a una completa deregulation della normativa ambientale e del compound produttivo agroalimentare. L’annuncio di una contestatissima riforma del lavoro destinata ad alzare l’età pensionabile a 65 anni ed a portare avanti un ingente taglio del personale nella pubblica amministrazione ha inflitto un grave colpo alla credibilità del governo Temer, che nei sondaggi è precipitato al 13% dei consensi, come riportato sul numero di Almanacco Latinoamericano di dicembre, nel quale erano riportati anche gli allarmanti dati relativi al tasso di disoccupazione, attestatosi a fine 2016 all’11,7% e pari al 27,7% per gli under 30.

Nella prima intervista concessa dopo la destituzione dalla presidenza, rilasciata al network Calle2, Dilma Rousseff ha dichiarato il proprio incondizionato endorsement alla nomina di Lula per la corsa alla presidenza destinata a scatenarsi nei prossimi mesi. Il voto del 2018 è destinato ad acquisire importanza capitale per il Brasile e per l’intera America Latina: esso potrebbe decidere nel lungo periodo le sorti di un Paese ove alle problematiche economiche e al caos politico si sta aggiungendo un preoccupante aggravamento della conflittualità sociale, esemplificato dalla truculenta escalation della guerra tra bande criminali e narcotrafficanti nelle favelas delle principali metropoli verificatasi negli ultimi mesi. Al tempo stesso, se Lula riuscirà a presentarsi, scansando gli attacchi concentrici rivolti nei suoi confronti e le strumentalizzazioni politiche dei suoi tormenti giudiziari, egli potrebbe essere il primo leader di una formazione afferente al “socialismo del XXI secolo” a rientrare al potere dopo la conclusione di una precedente parabola di governo per dimostrare le capacità reattive dell’ideologia populista e progressista alla crisi che ha colto negli ultimi anni.

Il popolo brasiliano stretto attorno a Lula nel cordoglio per la perdita da questi subita ha trasmesso un messaggio di unità e speranza. Combattente nato, è nell’agone politico che Lula ha sempre saputo dimostrarsi all’altezza delle sfide via via incontrate sul suo cammino, ed è sulla strada della lotta che la sua vocazione l’ha sempre portato. Non piegato da una prova di forza che avrebbe stremato molti altri uomini dotati di minor tempra, Lula è stato colpito direttamente nel suo affetto più caro, ma siamo certi che saprà portare avanti anche in futuro la sua nuova, dura ma cruciale battaglia: in nome di Marisa, in nome della sua nazione, in nome di un popolo ingannato e bistrattato da un governo che chi scrive non ha problemi a definire inetto e vigliacco, il ritorno di Lula potrebbe segnare una svolta. Conscio delle problematiche che hanno tarlato i frutti della sua precedenza esperienza di governo, Lula è ora pronto alla sfida di rimettere in marcia un’esperienza progressista che ha garantito visibilità planetaria al “socialismo del XXI secolo” e non merita di cadere sotto i colpi di scure dell’austerità imposta da Temer.