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Domenica 19 febbraio dodici milioni di votanti saranno chiamati alle urne in Ecuador per le elezioni presidenziali ed il rinnovo dei 137 deputati dell’Assemblea Nazionale, il parlamento monocamerale previsto dalla Costituzione varata nel 2008. Per la prima volta dal 2007 tra i candidati alla carica presidenziale non ci sarà l’uscente Rafael Correa, artefice della crescita economica del paese nel corso di questi ultimi dieci anni. Si tratta della terza puntata della sfida, interna al continente sudamericano, tra i successori ai leader di riferimento del socialismo del XXI secolo e le opposizioni di destra liberale. E’ necessario sottolineare come in Ecuador ci sia stato un forte movimento popolare teso a convincere Correa, ad un’altra ricandidatura, per opera del comitato “Rafael contigo siempre” che non ha, però, raggiunto l’obiettivo di convincere il presidente mestizo. Comunque vadano le elezioni l’Ecuador non sarà l’unica nazione interessata ai risultati elettorali. La vicina Bolivia, dove il presidente Evo Morales sembrerebbe intenzionato a modificare la Costituzione per poter ottenere un’ulteriore candidatura al mandato presidenziale, e il Venezuela di Nicolas Maduro sperano in un’affermazione capace di ridare slancio ai movimenti populisti dell’intera America Latina. Le destre liberali, d’altro canto, si augurano un replay delle ultime presidenziali argentine in cui il delfino della presidentessa uscente Cristina Fernandez de Kirchner, l’ex governatore della provincia di Buenos Aires Daniel Scioli, dopo aver sfiorato la vittoria al primo turno dovette arrendersi al ballottaggio alla coalizione guidata dall’imprenditore Mauricio Macri.

Il candidato designato dal partito Alianza Pais (Patria Altiva Y Soberana, “Patria Orgogliosa e Sovrana”), riferimento ecuadoregno del socialismo del XXI secolo, è Lenin Moreno, ex vicepresidente di Correa dal 2007 al 2013 e candidato al Premio Nobel per la Pace nel 2012. Gli attuali sondaggi riportano Lenin Moreno in testa, tra il 35,6% e il 28,6%, ma lontano dal 40% che gli consentirebbe di evitare un secondo turno in cui gli oppositori potrebbero coalizzarsi sul suo sfidante. I principali contendenti saranno: Guillermo Lasso, ex ministro dell’Economia dal 1998 al 2000 nel governo di Jamil Mahuad, accreditato tra il 22,3% e il 17,7%, e Cynthia Viteri, socialdemocratica vicina agli oppositori venezuelani della MUD, indicata tra il 19% e il 10,9%. Sembrerebbe più indietro Paco Moncayo, ex generale dell’esercito e già sindaco della capitale Quito, tra il 14,8% e il 6,9%.

Le parole di Moreno quando più di un anno fa accettò la sfida propostagli dal Presidente Correa

Tra le principali tematiche della campagna elettorale l’economia risulta essere la vera e propria padrona. Il deprezzamento del dollaro interessa da vicino la nazione che, nel 1998, abbandonò la propria moneta nazionale, il sucre, in favore di quella statunitense nel corso di una grave crisi finanziaria che portò al collasso del sistema bancario. Mentre la relativa intesa tra i paesi Opec, tra cui figura lo stesso Ecuador, e gli altri principali produttori mondiali di petrolio sta ridando ossigeno dopo il lungo deprezzamento dell’oro nero. Guillermo Lasso, invece, si sta proponendo come interprete delle regioni più ricche alle quali vorrebbe concedere lo status di “zona franca” con esenzioni dalle tasse per tre decenni. L’eventuale ballottaggio è stato già fissato per domenica 2 aprile, una data a cui le forze socialiste sperano di non dover arrivare e che le opposizioni di questi ultimi dieci anni hanno già fissato in agenda per un colpo che risulterebbe quasi mortale ai governi rivoluzionari del Sudamerica, già in difficoltà dopo le tornate presidenziali argentine, quelle parlamentari venezuelane e l’impeachment alla presidentessa Dilma Rousseff in Brasile.