Sono passati pochi giorni dalla bilaterale sarda tra Matteo Renzi ed il premier della Repubblica popolare cinese Xi Jinping celebrato dai media come un gran successo di Renzi in vista di investimenti cinesi nel nostro paese; la situazione è però un po’ più complessa. Huawei, colosso cinese della telefonia ed ormai terzo player mondiale dopo Samsung ed Apple nel settore, ha promesso un investimento pari a 20 milioni di € proprio in Sardegna, a Pula, dove vorrebbe creare un laboratorio di innovazione di altissimo livello. E’ chiaro come non si possa essere contrari ad una notizia così positiva. Sarebbero infatti molto utili i tanti posti di lavoro ad alta specializzazione che verrebbero a crearsi in una zona depressa dove l’emigrazione ha sempre avuto numeri non trascurabili, ma analizzando i rapporti economici tra Roma e Pechino, ci si accorge di come questo sia un mero passo su una strada già in parte percorsa, quella del controllo del dragone sul nostro paese. In vero, la Cina non è abituata alle grandi acquisizioni: si parla nella maggior parte dei casi di partecipazioni non superiori al 5%, sicuramente non irrilevanti e che possono comunque gravare sulle scelte del management. Non sono mancate comunque acquisizioni in toto.

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Il 65% di Pirelli è stato rilevato da ChemChina, colosso cinese controllato da Pechino.

Il caso che ha fatto più scalpore è stato senza dubbio quello di Pirelli, marchio storico italiano, ed ultimamente salito agli onori della cronaca sportiva grazie alla fornitura (seppur molto dibattuta) del campionato mondiale di Formula 1, marchio che è ormai per il 65% in mano alla “China National Chemical Corporation”, azienda di grandissime dimensioni a partecipazione statale cinese, anche nota come “ChemChina”. Meno conosciuti, ma non meno rilevanti sono stati invece i casi di CDP reti e Ansaldo energia. La prima, azienda a partecipazione statale, per il 60% della Cassa Depositi e Prestiti, rappresenta uno di quei tanti casi nei quali si è proceduto, a causa di diktat irragionevoli, verso una svendita della nostra industria: tre importanti imprese pubbliche italiane, costrette a fuggire dalla proprietà statale italiana, sono cadute nelle mani di un altro stato, quello cinese che, tramite la controllata “China State Grid International Development” si è accaparrato il 35% di Terna, Snam e Italgas. La seconda invece è finita per il 40% ad un’altra azienda cinese, questa volta privata, la Shangai Electric. Altre acquisizioni interessanti sono state quella di Krizia, marchio italiano che gode di ottima fama nel campo della moda, andata alla cinese Shenzhen Marisfrolg Fashion Co Ltd e la Benelli, produttrice storica di moto. Quello che accomuna tutte queste acquisizioni, in particolar modo Pirelli, Krizia e Benelli, è la ricerca da parte dei compratori di un marchio facilmente spendibile nel mondo come simbolo di made in Italy, asset davvero fondamentale in un mercato altamente brandizzato e competitivo come quello occidentale nel quale vuole immettersi la Cina partendo da una situazione di carenza di marchi. Ma oltre a prendere il controllo di marchi storici la strategia del dragone è stata quella di acquisire in settori strategici quote di capitale abbastanza piccole da non dare nell’occhio, ma abbastanza grandi da avere un’influenza decisionale, soprattutto per società con azionariato diffuso dove non vi sono grandi azionisti. I casi più emblematici sono stati quelli dei gruppi bancari: lo stato cinese tramite delle controllate ha delle partecipazioni intorno al 2-3% di MPS e Intesa, rispettivamente il terzo e il secondo gruppo bancario italiano; inoltre possiede quote di Telecom dello stesso livello. Questa tecnica, poco invasiva, ma di grande efficacia permette alla Cina di avere una forte influenza sull’Italia, senza destare scalpore, e si innesta sulla strategia di acquisizioni portata avanti da Pechino ormai da più di un decennio nel vecchio continente.

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L’influenza cinese in Italia cresce a colpi di acquisizioni abbastanza piccole da non dare nell’occhio, ma abbastanza grandi da avere una rilevanza decisionale.

Se per la Cina è un’ottima possibilità, l’Italia si ritrova in una situazione sempre peggiore, con i suoi maggiori gruppi in mano, parzialmente o del tutto, a colossi stranieri, talvolta con forti partecipazioni statali; i casi sono ormai centinaia ed hanno portato ad un incredibile impoverimento facilmente quantificabile paragonando il fatturato dei più grandi gruppi italiani agli omologhi di un altro paese europeo; la svendita inoltre non ha risparmiato praticamente nessun settore eccetto quello bancario, basti pensare al settore della moda completamente in mano francese, all’agroalimentare, al manifatturiero e alle telecomunicazioni (in un oligopolio di quattro gruppi non ve ne è uno italiano), senza trascurare l’ingrata FCA recentemente transvolata oltre la Manica. Risulta poi interessante il fatto che mentre gruppi stranieri, spesso statali, facciano “shopping” delle nostre aziende, il nostro paese è costretto da Bruxelles a svendere ogni partecipazione in suo possesso allontanandosi completamente dall’economia. Uno stato senza più aziende pubbliche è uno stato a sovranità ridotta con poteri decisionali nettamente inferiori. Di più: uno stato senza gruppi industriali e asset strategici in mani italiane (trasporti, manifatturiero, telecomunicazioni, servizi) perde di autonomia rispetto ai gruppi multinazionali e/o privati che hanno sempre maggiori possibilità di controllo nei suoi confronti. Un governante che abbia a cuore le sorti della patria dovrebbe cercare senza dubbio di invertire la rotta.