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“Uno dei grandi problemi del terzo mondo è quello dei ceti più colti e preparati che si trasferiscono all’estero. Invece di aiutare il loro paese a crescere lo abbandonano, spesso lo tradiscono. Io preferisco essere un cittadino di prima classe in un paese del terzo mondo, piuttosto che essere un ospite di terza classe nel primo mondo.”

Esordisce così Chandran Nair, prima ancora di entrare in aula, parlando con alcuni studenti in corridoio. Nato in Malesia, ingegnere bio-chimico di formazione, nel 2004 ha fondato il think tank Global Institute For Tomorrow (GIFT). L’obiettivo dell’istituto è fornire al Sud-Est asiatico un modello di sviluppo indipendente dall’occidente, a partire dalla formazione dei giovani. Nair fa parte del World Economic Forum, parla all’Onu, scrive spesso su Guardian, Financial Times, New York Times. Parole chiave: sostenibilità ambientale, redistribuzione delle risorse, bilanciamento degli equilibri internazionali.

Partiamo dalla sostenibilità ambientale. Quali saranno le sfide maggiori per i paesi in via di sviluppo?

Sarà molto dura. Se la gestione delle loro economie nei prossimi anni andrà bene, la grande domanda da un punto di vista ambientale sarà “come garantire l’accesso diffuso ai servizi di base senza distruggere il pianeta?” Se vogliamo garantire il diritto ad un’abitazione dignitosa, più di 3 miliardi di asiatici avranno bisogno di case migliori. Stiamo parlando di milioni di edifici nuovi. Mattoni, cemento, acciaio: sarà difficile far quadrare i conti. E queste persone avranno anche bisogno di un lavoro. È una sfida enorme, e bisogna capire come affrontarla. Per ora i paesi in via di sviluppo hanno come unico modello la crescita e il consumismo occidentali. Ma difficilmente sarà possibile considerando i limiti del pianeta. Dal mio punto di vista lo Stato sarà uno strumento fondamentale per regolare il libero mercato. Dobbiamo ridefinire il concetto di ‘prosperità’, che non significa ‘come diventare ricchi’, ma come garantire a tutti l’accesso ai servizi di base. È un modo politico totalmente nuovo di affrontare la sostenibilità, e il sistema “democratico” non lo permette, quindi siamo di fronte a un dilemma.

In che senso?

Nelle democrazie liberali, l’individuo è il re. Tutti devono avere il diritto di diventare miliardari. E diventare miliardari permette – anzi richiede – eccessi che non saranno più possibili in futuro, per la scarsità di risorse. Quindi lo Stato deve mettere delle restrizioni. Le democrazie liberali non funzionano: per la struttura del sistema elettorale, i leader che vogliono rimanere al potere non possono fare piani a lungo termine. Nei paesi in via di sviluppo, invece, avremo bisogno di regole molto severe per proteggere gli interessi della maggioranza piuttosto che quelli di alcuni singoli. In Cina, ad esempio, la popolazione ha accettato il modo in cui vengono prese le decisioni, cioè nell’interesse del bene comune. L’India è più liberale, e secondo me avrà molti più problemi nel raggiungere traguardi reali di sostenibilità ambientale.

E per i paesi sviluppati?

Per loro il problema sarà come adattarsi ad un nuovo mondo, dove non sei più il numero 1 o 2, non controlli più l’ordine globale, non scrivi le regole, e le risorse non sono gratuite come ai tempi delle colonie. Come convivere con 4-5 miliardi di persone che nel giro di una generazione vorranno le stesse cose che vuoi tu. Qualcosa dovrà cambiare, e il cambiamento sarà drastico. Una via possibile è la ‘prosperità moderata’, ma i politici e i manager occidentali non ne vogliono sentir parlare. Io invece credo che l’Europa in particolare riuscirà ad adattarsi. Tecnicamente può sfamarsi con i frutti del suo territorio, ha acqua a sufficienza, la popolazione è limitata. Essendo una civiltà antichissima, credo abbia anche gli strumenti culturali per adattarsi al cambiamento. Potrà ancora rappresentare una società molto avanzata, anche quando non sarà più il continente economicamente più ricco.

Nair a TEDx: Il caos dei modelli economici basati sul consumo

Passiamo al piano del lavoro. Cosa pensi delle sfide poste da tecnologia e automatizzazione, e della loro influenza sul lavoro.

Chi detiene i mezzi di produzione, chi oggi è al vertice del sistema capitalista, è molto affascinato dall’intelligenza artificiale e dai robot, perché misura la produttività secondo il classico – vecchio – schema economico: come fare più cose, più velocemente, con meno costi di manodopera e senza curarsi delle conseguenze esterne. Questa visione complica la grande sfida dei governi asiatici, cioè quella di garantire un’utilità sociale ai loro cittadini. Perché un paese pieno di gente come la Cina, o l’India, dovrebbe volere dei robot? Il reddito universale di cittadinanza da noi non arriverà, almeno in un futuro prossimo. E allora chi avrà i soldi per comprare i prodotti fatti dai robot? C’è un aspetto ancora più importante, e cioè il significato sociale del lavoro. Il reddito universale potrebbe minacciare questo significato, col rischio di scoperchiare una dimensione più profonda della crisi. Allora torniamo al punto di prima: dovranno essere i governi ad intervenire sui nuovi centri di potere, le compagnie tecnologiche. Sono stato molto contento di vedere la reazione della UE verso Apple, il coraggio (vedremo dove arriverà) di dire “le regole sono uguali per tutti, dovete pagare le tasse”. Lo stesso deve accadere con i robot, come recentemente ha detto Bill Gates – e come sostengo da anni: bisogna tassare i robot. È il ruolo dello stato, proteggere i diritti dei lavoratori e combattere la produttività della tecnologia, se questa produce solo concentrazione dei profitti nelle mani di pochi. È un ruolo fondamentale, e non vedo altri attori che possano svolgerlo.

Altro salto: migrazioni. Quali sono le cause principali, quali sono le ricette per arginare il fenomeno?

Innanzitutto, mi colpisce la narrazione liberal per cui chiunque si ponga il problema dei flussi dei migranti è una specie di fascista, razzista, o almeno un ottuso no-global. Al contrario, credo sia del tutto normale, specie per chi vive in piccoli centri, fare questo genere di domande. I media mainstream sembrano voler convincere tutti i cittadini ad accettare qualsiasi afflusso senza diritto di replica. Non credo sia un atteggiamento realistico.

Cosa fare allora?

È difficile parlare senza cifre chiare, ma bisogna innanzitutto riconoscere l’emergenza. Il messaggio di accoglienza della Merkel di qualche anno fa, a livello mediatico, fu un gesto estremamente coraggioso. Ciononostante, vedremo se queste nobili intenzioni saranno state realistiche ed effettivamente implementabili.
Ma andiamo alla radice: da cosa è nato tutto questo problema? A voler essere cinici, potremmo dire che gli europei se la sono cercata, dopo aver ignorato, anzi meglio, lucrato sui veri problemi del Nord Africa e del Medio Oriente. Forse per costruire risultati migliori in quelle zone sarebbe stato meglio smetterla con i giochini geopolitici, “quel leader non ci piace, buttiamolo giù”. Questo interventismo è controproducente, oggi bisogna rendere stabili questi paesi. Speriamo che gli europei finalmente abbiano capito che subire gli interessi geopolitici statunitensi nei rapporti coi vicini di casa non è una buona idea. I migranti che si imbarcano in Libia non arrivano in Florida, arrivano in Italia.
In generale, se l’Europa la smettesse di essere l’alleata servile degli Usa, il resto del mondo la tratterebbe con rispetto maggiore. Dopo la seconda guerra mondiale sappiamo che si è trovata ad avallare ogni loro decisione, ed è comprensibile, ma negli ultimi cinquant’anni – al di là del colore politico del presidente – gli Usa hanno rappresentato una vera minaccia per la pace globale. Il recente accerchiamento Nato alla Russia è di un’aggressività insostenibile. Ed è assurdo pensare che questo abbia incrinato i rapporti tra UE e Russia. Un’Europa veramente indipendente troverebbe nell’Asia un grande alleato, e potrebbe recuperare un ruolo chiave nel mondo.