Dopo alcune resistenze della Vallonia, anche i Belgi hanno ceduto (non sappiamo in seguito a quali pressioni) sul CETA, il trattato che vuole realizzare un’enorme area di libero scambio fra Ue e Canada (e in realtà, ma questo non lo dicono, anche con gli Stati Uniti). L’iter legislativo prevede che ora il testo debba essere ratificato dal Parlamento Europeo, ed in seguito dai singoli governi nazionali. Prima di allora, fortunatamente, il Trattato non sarà davvero vincolante, ma (c’è sempre un “ma”) i “buontemponi” tecnocrati hanno fretta di godere dei vantaggi  – per le sole multinazionali – ottenibili col trattato; per questo motivo, prima che la ratifica sopraggiunga, il trattato potrà comunque entrare in vigore in via “provvisoria”! Chi propaganda questo folle progetto fa ovviamente appello ai “grandi potenziali” economici e finanziari che scaturirebbero da questa nuova unione, fra tutti il fatto che esso possa aumentare il volume di affari europeo “fino a 12 miliardi” annui. Fermiamoci un momento. Innanzitutto è da notare quel “fino a”, grammaticalmente infame tanto quanto gli annunci pubblicitari de “a partire da” o del 99,9 anziché 100. Quel “fino a”, difatti, si tratta di una stima basata su vari scenari ipotetici, il più “roseo” dei quali presuppone la pressochè totale liberalizzazione di beni e servizi; nonché, fattore decisamente non trascurabile, l’eliminazione quasi completa delle barriere non tariffarie, dunque di quelli livelli di standard minimi qualitativi che comportano stretti controlli su beni fondamentali quali cibo, medicine ed in generale il bene in assoluto più prezioso: la nostra salute.

Ma siamo davvero sicuri poi che una situazione di questo tipo possa condurre a più lauti guadagni? Perchè a pensarci bene sarebbe assai difficile raggiungere anche solo quei pochi miliardi se nel frattempo,per effetto della liberalizzazione selvaggia, le nostre imprese e quelle di tutta l’Europa, di piccole e medie dimensioni, fallissero o, quasi peggio, finissero ingurgitate dai big del mercato. Sarebbe arduo, con gli ospedali e le scuole in mano a privati, e ancora, sarebbe difficoltoso, se nel frattempo le nostre campagne venissero completamente abbandonate, sarebbe in definitiva impossibile, se con le imprese chiuse, l’agricoltura abbandonata, la disoccupazione a mille e con ben pochi soldi in tasca, ci trovassimo costretti a comprare solo beni stranieri di infima qualità e pericolosissimi per la salute. Perché il CETA vuole ottenere esattamente questo, l’obiettivo è che l’Europa si trasformi nel principale mercato di sbocco delle merci delle multinazionali americane, non controllate e rischiose. Politiche tanto liberiste metterebbero a rischio il mercato interno, di cui potremmo perdere importanti quote (sul mercato europeo si collocano circa due terzi delle nostre esportazioni). Diventeremmo un osso da cui spolpare tenere carni: un nuovo Terzo Mondo da colonizzare. E poi, se proprio non volessimo considerare le “piccole” esternalità negative di cui sopra,  abbiamo provato anche solo a fare i conti della serva? 12 miliardi l’anno, quand’anche raggiunti, corrisponderebbero a circa 120 miliardi in un decennio, pari alla bellezza di, udite udite, appena lo 0,3% dell’intero Pil europeo (di circa 16.000 miliardi di dollari). Quindi, col CETA potremmo guadagnare potenzialmente circa 120 miliardi, nell’arco di dieci anni, oltretutto da suddividere poi per tutto il territorio europeo. Vuol dire che, facendo una banalissima media, ognuno dei 28 Stati (compresa  l’uscente quanto fortunata Inghilterra) otterrebbe 4 miliardi scarsi (per capirci la stessa cifra che il solo governo italiano, ogni anno, spende per gli immigrati clandestini). Proprio un gran successo, non c’è che dire.

Se da una parte ci sono le unioni commerciali (e non soltanto), dall’altra troviamo le sanzioni. Già, come ad esempio quelle imposte alla Russia, che hanno già comportato un danno economico per l’intera Europa di 44 miliardi, una perdita che si stima possa presto raggiungere quota 100. Dunque, è stato firmato un trattato che potrà far potenzialmente guadagnare alla UE 12 miliardi all’anno, a costo di liberalizzare totalmente i nostri beni e servizi con i non piacevoli risultati sopra evidenziati, ma allo stesso tempo ci hanno fatto chiudere le porte in faccia alla Russia, con la quale l’intera Europa guadagnava decine di miliardi all’anno, oltretutto attraverso meri scambi commerciali, senza quindi la “scocciatura” (chiamiamola così) di dover negoziare standard qualitativi di alcunché, né politiche fiscali comuni, e ben che meno liberalizzazioni. Insomma, occhio a dar retta ai veri (e vari) populisti, che ci vendono lucciole per lanterne. Soprattutto, informiamoci bene su ciò che ci tange da più vicino, perché il CETA è un’anonima sigla dai tremendi risultati, i cui effetti si ripercuoteranno immediatamente e prepotentemente nella nostra vita di tutti i giorni, peggiorandola drasticamente.