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Altro che TTIP, arriva il CETA

Articoli, movimenti e perfino manifestazioni si sono sollevate contro il Trattato Transatlantico, ma quest’ultimo è un diversivo: la vera trappola arriva dal Canada, e gli U.S.A. parteciperebbero di forza.
di - 23 marzo 2016

Negli ultimi mesi, anni perfino, siamo stati in tanti a raccontare cosa sia il TTIP, quel temibile Trattato Transatlantico di cui i media tradizionali non parlano affatto. In realtà nessuno è stato però mai davvero in grado di descriverlo dettagliatamente, per il semplice fatto che il contenuto del testo è noto esclusivamente ai suoi “negoziatori”, Presidente degli Stati Uniti da una parte (senza il Congresso, che ha lasciato ad Obama carta bianca) e la Commissione Europea dall’altra, i cui membri non sono mai stati votati dagli europei.

Ciononostante è noto a grandi linee l’obiettivo primario che questo trattato vuole raggiungere: creare un’unica, immensa area di libero scambio tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, un mercato unico equivalente a quasi la metà del Pil mondiale, assolutamente privo di barriere. Con queste ultime non si intendono solamente i dazi, ma anche le barriere non-tariffarie, quei controlli ossia volti a garantire standard minimi di sicurezza a livello alimentare, sanitario, d’istruzione, ambientale, agricolo, sociale, culturale e di molto altro ancora. L’idea di fondo, secondo chi promuove questo abominio burocratico e finanziario, è che troppe barriere impediscano un libero fluire di merci, lavoratori e beni, il che rappresenta dunque una minaccia al benessere delle economie internazionali. Peccato che vi sono alcuni elementi, come la salute ad esempio, il cui valore va ben al di là di qualsiasi affare, quand’anche il più ricco e vantaggioso, ma questo i liberisti non riescono a capirlo.

Al momento comunque si può, se non proprio tirare un sospiro di sollievo, quanto meno non essere eccessivamente sulle spine, giacché, come si diceva, il TTIP è ancora lontano dall’essere perfino stampato. Una minaccia però, uguale se non maggiore, arriva adesso dal Canada: il CETA, Comprehensiv Economic and Trade Agreement, una sigla diversa per chiamare di fatto lo stesso oggetto; si tratta infatti di un trattato che prevede la creazione di un’area di libero scambio (anche qui, senza barriere tariffarie e non) tra il Canada e l’Unione Europea. Perchè preoccuparci? Perché le negoziazioni sono finite da un pezzo, ed un testo provvisorio di circa 1500 pagine è in attesa di essere tradotto in tutte le diverse lingue che compongono l’Europa. Poi? Poi bisognerà firmarlo, e potrebbe accadere già quest’anno, un’eventualità che porterebbe alla sua entrata in vigore già nel 2017.

Paura ingiustificata? Solo chiacchere? Oh no, niente affatto! Perchè oltre a prevedere una liberalizzazione totale e sconsiderata, che già di per sé sarebbe bastevole a mettere definitivamente in ginocchio le nostre piccole/medie imprese, a spingerci alla privatizzazione (svendita) selvaggia, ad abbandonare e distruggere le nostre campagne (e molto, molto altro), prevede qualcosa di molto simile alla clausola ISDS. Questa clausola, ancora una volta protetta da un’apparentemente insignificante sigla, rappresenta un tribunale internazionale privato. Esso è composto da giudici quasi sempre contemporaneamente consulenti di multinazionali, dunque mossi da evidenti conflitti di interessi, giacché proprio le grandi società sono spesso e volentieri le principali parti in causa. Spieghiamoci subito con un esempio: immaginiamo che domani l’Italia che ratifica il CETA decida che, per il bene degli italiani, tutte le risorse idriche nazionali debbano essere gestite pubblicamente; niente di sbagliato, giusto? Il benessere di un popolo dovrebbe essere l’obbiettivo primario. Dovrebbe! Però se putacaso sul nostro territorio agissero multinazionali nel business dell’acqua, queste sarebbero (poverine!) terribilmente colpite da un tale provvedimento; tutto ciò rappresenterebbe una “discriminazione” (usano questo termine!) nei loro confronti, che darebbe loro diritto ad appellarsi al tribunale (privato!) per chiedere risarcimenti miliardari al nostro Stato (!), con la certezza quasi matematica di vincere. Non è fantasia, tribunali di questo tipo già esistono, e cause non dissimili sono già state dibattute. A ciò si aggiunga che il diritto di molti Stati europei, Italia compresa, si sta avvicinando sempre di più al Common law, un tipo di diritto nel quale -semplificando mostruosamente- le sentenze formano dei precedenti che costituiscono il diritto da seguire. Riuscite ad immaginare quali terribili precedenti potrebbero fornire sentenze che assecondano i desideri di multinazionali anziché il bene comune?

Da ultimo un’altro guaio (un fin troppo garbato eufenismo), di bibliche proporzioni: gli Stati Uniti in tutto ciò non sarebbero esenti dal Ceta, sebbene si tratti di un accordo fra l’Ue ed il Canada. Sul territorio europeo operano circa 47.000 società americane, di cui circa 41.000 possiedono una succursale in Canada. Con un banale stratagemma le multinazionali possono trasferire parte della proprietà in queste filiali, così da potersi appellare di diritto, alla bisogna, al tremendo tribunale privato appena visto!

Per noi ci sarebbe un’altrettanto semplice via di salvezza: uscire dall’Europa!

 

Per approfondire con il Circolo Proudhon

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