Gustave Le Bon fu un personaggio controverso del ventaglio intellettuale francese del secolo scorso. Filosofo, sociologo, psicologo, biologo: per una vita si fece chiamare “professore” senza mai aver conseguito la laurea. Tuttavia tra i suoi estimatori si contavano i più grandi filosofi e intellettuali del primo Novecento, che settimanalmente cenavano da Le Bon mentre egli presidiava in modo inusuale il pasto con una campanella e imponeva l’argomento del dibattito. La psicologia delle folle è oggi il suo più celebre ed attuale scritto. Un’opera che, come la stessa preparazione dell’autore, non si pretende scientifica ma intuitiva, che può essere facilmente criticata per l’approssimatezza dell’analisi e che pure ha avuto più riscontro nella realtà di quanto non si creda. Gustave Le Bon, infatti, definisce il concetto di folla, ne studia il comportamento e le tendenze, le istanze psichiche che muovono la sua approvazione o la sua disapprovazione, spiega come dominarla e persuaderla. Non a caso a leggere il suo libro con meticolosità furono Lenin, Stalin, Hitler e per ultimo Mussolini che la definì “un’opera capitale”. Ancora oggi la psicologia delle folle viene apprezzata, con tutti i suoi limiti, dai maggiori psicologi e scienziati per la genialità intuitiva dell’autore e per la sua funzionalità sul piano del consenso politico.

La folla non è obbligatoriamente un numero immenso di persone riunite nello stesso luogo, ma è piuttosto uno stato d’animo comune, è un momento in cui il singolo si disfà della sua particolarità per fare proprie caratteristiche nuove che lo rendono partecipe di un’anima collettiva. L’intelligenza individuale si perde immediatamente nella folla, ogni intelligenza si abbassa ad un grado intellettivo minore. La folla, in poche parole, è limitata. In essa le peculiarità si appiattiscono verso il basso, i sentimenti e le emozioni verso un punto preciso ed uguale per tutti. All’interno della folla, dunque, in cui sussiste la sola caratteristica dell’anonimato, vi è a tutti gli effetti un fenomeno di deresponsabilizzazione dell’individuo, che viene mosso non più dalle sue istanze regolatrici o censorie (Io e Super-Io), ma propriamente dall’inconscio. La folla è una grande anima inconscia che da sfogo alle sue più intime pulsioni. Si esalta, si lascia sedurre e adulare, è violenta e allo stesso tempo può dimostrarsi eroica, è sempre irrazionale e odia la logica ed il ragionamento. Il buon oratore, secondo Gustave Le Bon, non può fare uso del ragionamento logico e scientifico, né tantomeno del buon senso; è invece la metafora assurda ed infondata, la similitudine sbalorditiva, l’iperbole, l’esclamazione, la violenza: è tutto ciò che provoca una reazione emotiva forte ad essere in grado di animare la folla. Tutto si gioca necessariamente su questo piano, attraverso una serie di passaggi, tra cui quello che Le Bon definisce il contagio mentale, ovvero il fatto che un’idea sia in grado di trasmettersi con grande rapidità e inconsapevolmente tra gli individui che compongono la folla. E queste idee si trasmettono con tanta forza che ogni membro della folla è in grado di agire contro i propri interessi – l’interesse muove solo l’individuo isolato – contro la sua incolumità, oltre il suo istinto di sopravvivenza, secondo principi di irritabilità, mutevolezza, intolleranza. Ma la folla, pur essendo influenzabile e manipolabile è, secondo Le Bon, ostile al cambiamento ed al progresso, è conservatrice e ha una sua moralità.

Le considerazione di Le Bon rimangono tutt’oggi affascinanti e le istanze che muovono le folle, pur cambiato il contesto storico, sono sempre le stesse. Si è in effetti trasformato il mezzo con il quale si adula la folla, così come sono cambiate le dinamiche di questa, sicché il singolo individuo, dinanzi ad un programma televisivo, può considerarsi parte della folla e soggetto alle stesse condizioni.