La morte non si augura a nessuno. Se però chi trapassa ha, più o meno direttamente, causato sofferenze e vite di merda a milioni di suoi concittadini un minimo di onesta narrazione delle cose va fatta. Carlo Azeglio Ciampi è morto ieri alla veneranda età di novantasei anni: subito, come è oramai tristemente uso al tempo dei social network, son volati alti nel cielo della Penisola i pianti e i commossi omaggi dei vari coccodrilli nazionali. Innanzi alla morte esiste un limite invalicabile, anche per la politica delle polemiche.

Noi non crediamo a questo mantra piccoloborghese e piccino, da gretta lavandaia beghina. La logica da bottegai, l’ipocrito ed assoluto incensamento post-mortem, va bene per il lettore di Repubblica o del Corrierone, non per chi vuole obiettivamente comprendere il passato e la traiettoria pubblica di siffatte figure. In tal senso, analizziamo il cursus honorum di Ciampi, dottore in Lettere e medico della mutua dell’economia italiana: da Governatore della Banca d’Italia, nel 1981, agisce in combutta con il Ministro del Tesoro Andreatta (altra anima bella del liberismo italiano) per rendere indipendente la banca centrale dal Governo. Termina così la possibilità di controllare il debito pubblico e, soprattutto, di monetizzare a 0 il deficit dello Stato. 

Dal 1981 il debito pubblico italiano è esploso, il benessere nazionale s’è fermato. 1 a 0. 

Sempre da banchiere maximus, nel 1992, si ostina in una sciagurata e folle difesa del cambio della lira (bloccata nelle maglie dello SME, padre orrido dell’euro). Pro bono di Soros e company, Carlo Azeglio regala alla speculazione internazionale 60mila miliardi di lire, immolando al contempo l’industria pubblica sull’altare dell’Europa. Risultato? Lira svalutata comunque, SME distrutto, IRI smembrato, italiani dissanguati da Amato sull’altare di Maastricht. Ah già, c’era Craxi che rubava. 2 a 0. 

Arriva la Seconda Repubblica. Ciampi è il primo “tecnico” a divenire Presidente del Consiglio, e assume subito le pratiche del curatore fallimentare dello Stato Sociale nazionale. A colpi di privatizzazioni selvagge e tagli lineari il Nostro ottiene poi il suo più grande successo ( pari a quello dell’8 settembre, col senno di poi): far entrare l’Italia nell’euro. 3 a 0.

Come premio, Carlo Azeglio diventa Presidente della Repubblica. Un Settennato vuoto, pieno di retorica a buon mercato e ipocrisia dilagante. Risulta infatti farsesco, e tragico, capire come si possa alludere alla Patria dopo che la si è tradita almeno tre volte in maniera così grave e profonda. Lo ricorderemo così, allora, il buon Carlo. Insieme a Romano, in un’Italia intontita di metà anni Novanta, ipnotizzata da chimere mortali racchiuse in 12 stelle infami. Nessun rispetto per chi ha rovinato per sempre una Nazione. Riposi in pace, se può.