La lettura delle ultime decisioni da parte dell’amministrazione Trump potrebbe essere più facile di quanto non sembri. Si chiama elezioni, elezioni di Midterm, quelle di metà mandato che possono decidere il suo prossimo destino futuro. E non solo quello.
L’escalation folle sulla Groenlandia potrebbe avere una logica secondo quanto dichiarato da Carla Sands ambasciatrice Usa in Danimarca durante il primo mandato Trump

«Le terre rare non sono la maggiore attrattiva. Nel 2019 ero nello Studio Ovale con il presidente Trump – ha detto, e deve esser sembrata convincente. Lui parlava di quanto fosse importante la Groenlandia per la sicurezza Usa, di come i danesi non possano permettersi di difenderla. Hanno speso diversi miliardi di dollari per la sicurezza dell’Artico negli anni, ma è una goccia nel mare, la Russia e la Cina sono molto attive, hanno la maggior parte delle coste dell’Artico. I russi hanno rinnovato vecchie basi della Guerra fredda e ne hanno costruite di nuove. Hanno oltre 4o navi rompighiaccio, più di ogni altro Paese al mondo, alcune con missili. Lavorano con la Cina per aprire rotte commerciali man mano che i ghiacci si sciolgono. La Cina ha cercato di portare la Groenlandia nella Via della Seta: ad oggi non c’è riuscita, ma nel 2017 aveva partecipazioni di minoranza nella maggior parte delle miniere dell’isola, gli Usa no. Gli Usa garantirebbero la sicurezza, incluso lo scudo difensivo. Il governo Usa aiuterebbe i privati a investire nelle miniere e nel turismo, evitando legami cinesi».
Ma se è vero che Groenlandia sono aperte solo una piccola miniera d’oro all’estrema punta Sud e un’altra di zinco e piombo, sempre di dimensioni ridotte, sulla costa orientale. Le presenze di petrolio e gas naturale sui fondali artici restano del tutto ignorate, anche dai gruppi americani di Big Oil anche il tema della sicurezza nazionale non sembra credibile come vorrebbe mostrarsi. Se Donald Trump sembra disposto a distruggere l’alleanza atlantica in nome della Groenlandia, non può essere per un calcolo razionale sulle sue risorse. Né sembra credibile l’urgenza di rafforzare la sicurezza degli Stati Uniti dalle minacce sulle rotte artiche. Il comportamento del Pentagono dice l’opposto: oggi mantiene un’unica base militare nel Nord-Ovest dell’isola, in calo dalla ventina degli anni della Guerra fredda. Il numero di unità è crollato da un massimo di 15 mila allora a 150-200 attuali: non la scelta di chi teme «le navi russe e cinesi nella zona», come afferma Trump. Allora perché la Groenlandia? Forse perché a novembre si vota per le elezioni di Midterm, Trump è ai minimi nei sondaggi – e in calo continuo – dunque teme che una Camera dei rappresentanti a maggioranza democratica lo metta in stato d’accusa per il tentato colpo di Stato del 6 gennaio 2021. Dunque deve reagire.
è con l’occhio alle elezioni del prossimo anno che vanno lette quasi tutte le mosse del presidente e dei suoi alleati da una parte e dei suoi avversari dall’altra: al Super Tuesday in cui verranno eletti i 435 membri della House of Representatives, 35 dei 100 membri del Senato degli Stati Uniti e trentanove governatori più una piccola folla di sindaci, magistrati e rappresentanti locali. Una prova che per dimensioni e significato politico potrebbe cementare del tutto la presa di Donald Trump sul paese che nel 2024 lo elesse di misura o – al contrario – fare dei due anni che lo porteranno a fine mandato un vero e proprio Vietnam per i repubblicani.
Il nervosismo nelle file del Gop è palpabile, e la tornata elettorale che ai primi di novembre ha incoronato con maggioranze larghissime il sindaco di New York e di altre grandi città e i governatori di New Jersey e Virginia ha fatto salire la febbre di un partito che sposando le politiche MAGA ha affidato le sue sorti al carisma di “The Donald”, ma ora – con l’avvicinarsi del Midterm – legge con orrore i suoi indici di gradimento in picchiata, dal 48 per cento di inizio anno al 40 per cento di oggi. Secondo Gallup, sette americani su dieci sono insoddisfatti dell’andamento dell’economia, e sei su dieci ne considerano responsabili le politiche di Trump: poco meno del sessanta per cento degli elettori ritiene che le scelte di politica estera della Casa Bianca abbiano nociuto allo standing degli Stati Uniti nel mondo, e un gran numero di persone – il 61 per cento, contro il 54 per cento di febbraio scorso – pensa anche che Trump sia “andato troppo oltre” nell’uso dei poteri della presidenza, su questioni che vanno dai dazi alle purghe nelle agenzie federali fino alle retate contro l’immigrazione illegale, che a giudicare dal voto di New York e della Virginia sembrano avere alienato al presidente le simpatie dei moltissimi latinos che nel 2024 avevano voltato le spalle ai democratici.
