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Pensioni, si mette male per questa categoria: dovranno lavorare 5 anni in più

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Cattive notizie per quel che riguarda le pensioni: chi fa parte di una certa categoria dovrà lavorare 5 anni in più.

Ci avviciniamo sempre di più all’approvazione definitiva della Manovra di Bilancio 2026. Anche se fino al 31 dicembre non è detta l’ultima parola, possiamo, tuttavia, ragionevolmente pensare che sulle pensioni i giochi ormai siano chiusi. Si poteva fare di più? Molto probabilmente no, non con così poche risorse finanziarie a disposizione.

Pensioni, si mette male per questa categoria: dovranno lavorare 5 anni in più/lintellettualedissidente.it

Pertanto la Legge Fornero continuerà a dettare le regole anche nel 2026 mentre dovremo dire addio a due misure di pensione anticipata molto amate: Opzione Donna e Quota 103, misure che, nel corso di questi anni, hanno prosciugato le casse dell’Inps. Che cosa resterà, dunque, per chi non vede l’ora di dire addio all’ufficio o alla fabbrica?

Oltre alla classica pensione di vecchiaia, resterà in vigore anche la pensione anticipata ordinaria e ritroveremo anche Ape sociale. Brutte notizie, invece, per chi appartiene ad una determinata categoria di lavoratori: dovranno continuare a timbrare il cartellino 5 anni in più.

Pensione anticipata contributiva: al lavoro per 5 anni in più

Brutte notizie per una certa categoria di lavoratori che dovranno restare inchiodati in ufficio – o in fabbrica o in negozio – per 5 anni in più rispetto al previsto. Ma chi saranno gli sfortunati?

Stando a quanto stabilito dalla Legge Fornero, entrata in vigore nel 2012, per accedere alla pensione di vecchiaia è necessario avere almeno 67 anni e minimo 20 anni di contributi. C’è però un’eccezione e quest’eccezione è rappresentata dai lavoratori contributivi puri: coloro che, avendo iniziato a versare i contributi a partire dal 1996, avranno un assegno previdenziale interamente calcolato con il sistema contributivo.

Pensione anticipata contributiva: al lavoro per 5 anni in più/lintellettualedissidente.it

Siccome questi lavoratori, una volta in pensione, peseranno meno sulle casse dell’Inps, essi possono sfruttare un piccolo ma importante beneficio: possono andare in pensione sempre con 20 anni di contributi ma a soli 64 anni anziché a 67. Il problema è che, per poter fruire di questo vantaggio di tre anni, occorre che l’assegno previdenziale raggiunga almeno le seguenti soglie:

  • 3 volte l’importo dell’assegno sociale per gli uomini e le donne senza figli;
  • 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale per le lavoratrici con un figlio;
  • 2,6 volte l’assegno sociale per le lavoratrici madri di almeno due figli.

L’assegno sociale dal prossimo anno, in virtù della rivalutazione, salirà a 546,22 euro al mese. Questo significa che, per poter andare in pensione a 64 anni nel 2026 sarà necessario maturare un assegno bello alto: minimo 1420 euro. Raggiungere questa cifra con il sistema di calcolo contributivo può non essere facile. Per questo motivo il Governo di Giorgia Meloni ha deciso di concedere un piccolo aiuto.

In pratica si potrà utilizzare anche la previdenza privata complementare per raggiungere la cifra necessaria a lasciare il lavoro a 64 anni. Fin qui tutto bene. Ma c’è un prezzo da pagare: chi utilizzerà anche la pensione complementare per raggiungere l’importo necessario alla pensione, dovrà lavorare 5 anni in più in quanto serviranno 25 anni di contributi e non 20.

Samanta Airoldi

Sono Samanta, sono nata a Genova ma vivo a Milano da molti anni. Ho conseguito Laurea specialistica e Dottorato in Filosofia Politica e svolgo il lavoro di redattrice dal 2015. Ho pubblicato alcuni libri di Filosofia Politica in chiave "pop" e, nel corso di questi anni, ho lavorato per diversi blog. Mi sono sempre occupata, principalmente, di Politica ed Economia ma, talvolta, anche di lifestyle, benessere e alimentazione vegana essendo io stessa vegana. Le mie passioni principali sono proprio la Politica e l'Economia ma mi interessa anche il settore del benessere.

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