Nell’immaginario collettivo il Sud Africa è la terra di Nelson Mandela, dell’apartheid e del primo campionato mondiale di calcio maschile giocato in Africa nella storia. Finita anche l’euforia data dall’entrata nei BRICS, per via del rallentamento della crescita economica, del problema della disoccupazione e della povertà diffusa, il Sud Africa affronta oggi diverse crisi di natura sociale di cui si parla poco, sia a livello nazionale che internazionale. Secondo l’Unaids – programma strategico dell’Onu per la lotta all’Aids–, la Repubblica Sud Africa è il paese con il più elevato numero di infetti da Hiv e Aids al mondo, tanto che nel 2016 un sieropositivo su sei viveva tra Cape Town e Pretoria. Nel 2007, secondo il Cia World Factbook, su una popolazione di 47 milioni e 600mila abitanti, gli infetti erano circa 5 milioni e 700mila. La stessa pubblicazione stimava che il 18,9% dei sudafricani fra i 15 e i 49 anni fosse infetto, posizionando il paese al quarto posto per incidenza di Hiv e Aids sulla popolazione – emblematico il fatto che dei primi 30 paesi della classifica, ben 27 fossero africani.

Secondo il Centre for the Aids Program of Research in South Africa (Caprisa), la pandemia sarebbe stata resa possibile, non solo per l’ignoranza in tema di malattie sessualmente trasmissibili e per la diffidenza nei confronti dei contraccettivi, ma anche per il radicamento d’una cultura sessualmente libertina, basata sulla promiscuità, sui rapporti a pagamento, sui favori sessuali e sul sesso non protetto. La risposta dei governi dopo-Apartheid all’epidemia di Hiv e Aids è stata essenzialmente basata su una semplificazione ed estensione dell’accesso alle terapie antiretrovirali e su campagne di sensibilizzazione come LoveLife. Le campagne messe in atto, però, non sono riuscite a scalfire quella cultura sessuale denunciata da Caprisa anche alla Conferenza Internazionale sull’Aids tenutasi l’anno scorso a Durban. I numeri della crisi, infatti, sono drammatici: 7 milioni e 100mila gli infetti totali, 110mila i decessi, 270mila i nuovi contagiati, di cui 12mila per trasmissione madre-figlio alla nascita.

Una grande manifestazione tenutasi a Durban in occasione della Conferenza Internazionale sull'Aids, gli attivisti chiedevano maggiore impegno da parte governativa a fornire assistenza medica ai sieropositivi

Una grande manifestazione tenutasi a Durban in occasione della Conferenza Internazionale sull’Aids, gli attivisti chiedevano maggiore impegno da parte governativa a fornire assistenza medica ai sieropositivi

Collegata al problema dell’Aids è la questione delle madri sieropositive. Secondo il Dipartimento Nazionale della Salute, nel 2011, il 29,5% delle donne in maternità nel paese erano sieropositive – una cifra più che quadruplicata rispetto al 7,6% del 1994. Uno studio dello stesso dipartimento, effettuato nel 2006, aveva evidenziato i caratteri razziali dell’epidemia, essendo presumibilmente sieropositivi il 13,6% dei neri sudafricani, rispetto allo 0,3% dei bianchi. Il Sud Africa è anche uno dei paesi con il maggior numero di violenze sessuali al mondo. Secondo le cifre fornite dal South African Police Service (SAPS), sono stati 51.895 i crimini sessuali denunciati nell’annata 2015/16. Nel periodo 1998-2000, secondo lo United Nations Office on Drugs and Crime (UNOCD), è stato il primo paese al mondo per numero di stupri pro-capite, una posizione corroborata dalle statistiche del Community Information Empowement and Transparency Africa, secondo il quale nel 1998 una donna su tre, residente a Johannesburg, aveva subito violenze sessuali.

Una situazione che non è migliorata nel corso degli anni, dato che secondo il SAPS ogni 36 secondi una donna viene stuprata. Come nel caso della diffusione dell’Aids, anche parlando di stupri sembra esserci una motivazione (in)culturale dietro la loro larga diffusione. Uno studio del Centre for the Study of Violence and Reconciliation ha evidenziato come nel paese sia presente una pericolosa cultura dello stupro, soprattutto nella comunità nera, che porta la maggioranza degli intervistati a non ritenere la violenza sessuale un crimine gravemente scioccante, a considerare l’appetito sessuale come un diritto del marito da esercitare verso la moglie ogni qualvolta ne senta bisogno e a non individuare il sesso non consenziente come violenza se la vittima ha in precedenza accettato da bere da parte dell’aggressore.

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Nonostante la fine dell’apartheid, il razzismo continua a pervadere ogni strato della società, come evidenziato dalla fuga di bianchi sudafricani verso l’estero e dai crimini d’odio commessi nei confronti di questa minoranza. Secondo R. W. Johnson, autorevole giornalista e scienziato politico, il razzismo antibianco è stato utilizzato strumentalmente nel dopo-Mandela, in particolare dalle presidenze di Thabo Mbeki e Jacob Zuma, per scopi elettorali e di potere politico. Dichiarazioni pesanti, a cui han fatto seguito le denunce dell’ultimo presidente bianco del Sud Africa, Frederik De Klerk, secondo il quale i bianchi sarebbero discriminati in tutto in favore dei neri e l’astio tra comunità razziali sarebbe aumentato dal dopo-Mandela.

Importanti partiti politici come l’African National Congress e l’Economic Freedom Fighters sono stati accusati di fomentare il malcontento sociale e l’animosità interrazziale per ragioni di consenso, esacerbando una situazione già esplosiva la cui più ampia ed emblematica manifestazione sono gli omicidi di agricoltori e proprietari terrieri bianchi.

Il cosiddetto genocidio boero gode di notevole fama nell’ambiente delle estreme destre occidentali, ma non è per niente una teoria del complotto ed è stato oggetto di una dichiarazione scritta da parte di tre europarlamentari, Philis Claeys, Andreas Mölzer e Fiorello Provera, nel 2011, diretta all’Alto rappresentante per la politica estera per spronare le istituzioni comunitarie a fare pressioni sul governo sudafricano affinché riservasse maggiore attenzione al problema. Nel primo quadrimestre del 2017 sono stati denunciati più di 70 attacchi, nei quali sono rimasti uccisi 25 agricoltori (bianchi), secondo i dati della Transvaal Agricultural Union, l’organizzazione di rappresentanza del settore agricolo nazionale. Dal momento che il governo sudafricano ha messo al bando le statistiche sul crimine in relazione all’etnia/razza, la TAU e il Genocide Watch sono rimasti gli unici enti a monitorare la situazione dei crimini antibianchi.

277 attacchi e 67 morti nel 2014, 318 attacchi e 64 morti nel 2015 e 345 attacchi e 70 morti nel 2016; 1848 le persone assassinate durante gli attacchi alle fattorie tra il 1998 e il 2016 di cui non soltanto lavoratori della terra e proprietari, ma anche semplici dipendenti e malcapitati. Sulla base di questi dati, la TAU ha stimato che sebbene il Sud Africa abbia un tasso di 54 omicidi ogni 100mila abitanti (il tasso mondiale è di 9), nella comunità agricola questo è di 138, il più alto al mondo per una occupazione. Una commissione d’inchiesta governativa del 2001 sull’argomento aveva concluso che gli attacchi non erano guidati da moventi razziali, trattandosi di furti organizzati da bande operanti anche in ville, appartamenti ed attività commerciali e che la convinzione che i bianchi fossero il target principale di questi crimini andasse sfatata. Eppure, secondo un rapporto dell’Afriforum presentato da Ernst Roest nel 2017, sebbene gli attacchi non colpiscano soltanto proprietà di sudafricani bianchi, questi sono vittime di violenze, quali tortura, pestaggi mortali e stupri, che invece sono assenti nel caso di attacchi perpetrati contro altre etnie.

Una bambina boera cammina su un terreno riempito di croci bianche il giorno del Black Monday, una delle più grandi manifestazioni occorse in Sud Africa per protestare contro gli attacchi ai boeri

Una bambina boera cammina su un terreno riempito di croci bianche il giorno del Black Monday, una delle più grandi manifestazioni occorse in Sud Africa per protestare contro gli attacchi ai boeri

Genocide Watch ha recentemente accusato il governo sudafricano di insabbiare la vicenda degli attacchi alle fattorie di bianchi, la cui evoluzione nel tempo – in negativo, potrebbe essere segnale dell’inizio di un potenziale genocidio. Nell’ottobre di quest’anno il paese è stato scosso dal brutale omicidio di Joubert Conradie, durante un attacco alla fattoria, scatenando l’ira della minoranza bianca, debole, anziana e sorverchiata nel numero, che ha inscenato una manifestazione a Città del Capo a cui hanno preso parte oltre 10mila persone. Una protesta contro l’odio razziale che, però, non ha trovato l’appoggio dei maggiori partiti di governo, come ANC ed EFF, o delle associazioni per l’uguaglianza, come la Nelson Mandela Foundation, ricevendo l’accusa di voler polarizzare il paese, di ignorare i neri morti durante gli attacchi e di essere stata organizzata da nostalgici dell’apartheid. Mentre i crimini d’odio antibianchi aumentano, nella totale impunità e nell’indifferenza di politica e società, il Sud Africa affronta un’emorragia di cervelli, essenzialmente legata alla fuga senza sosta dei bianchi, imprenditori, medici e laureati. Soltanto nel periodo 1995-2005 un milione e mezzo sono stati i bianchi che hanno lasciato il paese, citando come moventi principali l’aumento del razzismo e della criminalità e politiche discriminatorie su base razziale come l’Affirmative Action e il Black Economic Empowement che hanno portato all’impoverimento e all’esclusione sociale e lavorativa dei bianchi.

Un altro problema di rilevanza nazionale è la criminalità. Negli anni 2000, dati SAPS alla mano, accadevano in media 49 omicidi al giorno; una tendenza aggravatasi con il passare del tempo. Nel periodo aprile 2016 – marzo 2017 è stata registrata una media di 52 omicidi al giorno, per un totale di 19.016 assassinii. Numeri che hanno fatto guadagnare al Sud Africa il record di unico paese industrializzato ed occidentale presente nella top-dieci della classifica stilata dall’Unodc dei paesi per tasso di omicidio. Secondo il World Competitiveness Survey in Sud Africa avvengono 50 omicidi, 100 stupri, 330 rapine a mano armata e 550 aggressioni violente al giorno e 6 sudafricani su 10 credono che la criminalità sia aumentata con la fine dell’apartheid. La diaspora dei bianchi non è l’unico riflesso dell’emergenza criminalità, perché il Sud Africa vanta anche un altro triste record: è il primo paese dell’Africa per numero di gated communities, circa 6500 sono quelle contate da un censimento del Lightstone Group del 2016. La percezione di insicurezza e la fuga dei ricchi dai grandi centri urbani in comunità chiuse, recintate, isolate e protette da sorveglianza armata privata sono fenomeni di una portata talmente ampia che il paese vanta l’industria della sicurezza privata più florida del mondo secondo un’inchiesta della CNN: oltre 9mila le compagnie registrate, 450mila le guardie in attivo e circa 1 milione e 500mila quelle in riserva; ci sono 2,6 guardie private per ogni poliziotto – 193mila nel 2015.

Le gated communities, comunità isolate e protette presenti in numerosi paesi avanzati e in via di sviluppo, massima espressione della polarizzazione spaziale, sociale ed economica caratterizzante i paesi capitalistici

Le gated communities, comunità isolate e protette presenti in numerosi paesi avanzati e in via di sviluppo. Massima espressione della polarizzazione spaziale, sociale ed economica caratterizzante i paesi capitalistici

Chi può fugge all’estero, qualcuno preferisce restare ma in paradisi artificiali lontani dalla mondanità e protetti da muri invalicabili, telecamere ed eserciti privati, ma la massa che non può nessuna delle due subisce la violenza del crimine, la brutalità delle pandemie di malattie gravi ed incurabili, sprofondando nel malessere esistenziale. Non è un caso che il Sud Africa, come le altre società del malessere, soffra del problema dei suicidi, particolarmente diffusi tra giovani, uomini (soprattutto bianchi) e forze dell’ordine. Uno studio del Medical Research Council risalente al 2012 ha evidenziato come il suicidio sia la quarta causa di morte fra i giovani tra i 15-24 anni (la prima è l’Aids), motivato nella maggior parte dei casi dalla disillusione nel futuro e dalla difficoltà di espatriare. Lo stesso ente ritiene i maschi bianchi i più esposti al suicidio, cadendone vittime ad un tasso 2,5 maggiore alla media nazionale.

La Saps ha invece commissionato un’inchiesta per fronteggiare l’epidemia di suicidi che da anni la affligge: nel biennio 2012-13, a fronte di 29 poliziotti caduti in servizio, ben 115 si erano tolti la vita; quattro agenti di polizia suicidi per ogni uno morto sul lavoro. L’inchiesta ha evidenziato come oltre 10mila poliziotti soffrano di depressione e circa 3mila di disturbo post traumatico da stress. I sudafricani si sono liberati dell’apartheid, ma oggi si scoprono prigionieri di un male ancora peggiore, il malessere, che ha trasformato una delle più grandi scommesse economiche e sociali del nuovo secolo in un incubo.