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Esteri

Trump vuole trattare, forse

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Trump vorrebbe trattare e chiuderla qui. Gli inviati di Donald Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff starebbero per negoziare con l’Iran su ordine del presidente, mentre Israele “intensificherà” le operazioni “terrestri mirate” militari in Libano: lo ha affermato il capo di Stato maggiore dell’esercito Eyal Zamir.

Se doveva essere una faccenda breve tutto sembra tranne vicino alla fine.

Scene di distruzione a Gaza city – lintellettualedissidente.it Ansafoto

E, al contrario, persiste il rischio di un’ulteriore escalation della guerra, dopo l’ultimatum di Trump all’Iran: “Apra Hormuz in 48 ore o colpiremo le centrali nucleari” ma Teheran sembra sapere cosa rispondere: “Non appena le centrali elettriche e le infrastrutture del nostro Paese saranno prese di mira, le infrastrutture vitali, energetiche e petrolifere dell’intera regione, saranno considerate obiettivi legittimi e distrutte in modo irreversibile”, ha avvertito Ghalibaf, il presidente del Parlamento iraniano. L’Iran ha inoltre minacciato la chiusura totale dello Stretto di Hormuz se gli Usa bombarderanno le sue centrali nucleari, lo hanno riferito le forze armate di Teheran.

Teheran ha posto tra le condizioni la garanzia della fine delle ostilità, la chiusura delle basi Usa e risarcimenti. Washington chiede lo stop al programma missilistico per cinque anni a quello totale dell’arricchimento dell’uranio. Ma Washington è lontana dal fare breccia, in tutti i sensi.

Il regime iraniano calcola che le democrazie hanno una bassissima resistenza al dolore, i loro leader non possono infliggere perdite umane o anche solo disagi economici senza essere castigati. Trump non fa eccezione, conduce una guerra impopolare e si scontra con resistenze crescenti. A novembre i repubblicani rischiano la batosta alle legislative. I media sono ostili al conflitto e già celebrano la sconfitta di Trump. II Congresso è turbato dalla richiesta di 200 miliardi per la Difesa. Il Pentagono non vuole consumare gli arsenali oltre un certo limite. II secondo calcolo del regime iraniano investe la geoeconomia. La loro forza militare è semidistrutta ma non inesistente. Tanto basta per rendere plausibile un blocco di Hormuz da far salire a livelli proibitivi le assicurazioni, dissuadendo gli armatori. Poiché di lì transita il 20 per cento del petrolio, il danno economico si allarga dai produttori del Golfo e ai consumatori Europa e Asia. Teheran vuole lo choc inflazionistico e punta a ipotecare il dopo. Al termine del conflitto il mondo arabo sunnita avrà due opzioni. La prima: rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti e investire di più nella sicurezza. La seconda: scendere a patti con Teheran, «comprare» la non belligeranza delle Guardie islamiche. Questa seconda scelta potrebbe rivelarsi prudente, se l’esito del conflitto lascia intatta la capacità di ricatto iraniana su Hormuz.

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