Forse la strategia di Cina e Russia si riduce nell’attendere che Trump vada a sbattere da solo, perchè le premesse ci sono tutte.
La geopolitica vive di attese, anche lunghe. E più lo scenario e complicato – e il teorema causa effetti ricco di incognite – più i tempi tendono a succedere a loro stessi, a mettere alla prova la pazienza ben accompagnata dal timore di fare la mossa infausta, quella che proprio non doveva essere fatta e complica lo scenario.

Ecco, nella brutale partita per l’egemonia in Sudamerica – una sfida troppo sfacciata, da parte di Russia e Cina perché Trump potesse ignorarla – il presidente americano potrebbe a breve essere visto nel poco inviabile ruolo di chi non ha saputo attendere. Perchè pochi giorni dopo lo show della cattura di Maduro, con Trump che osserva e non dimentica i pop corn la sensazione che qualcosa di essenziale sia stato dimenticato
Perchè il segretario di Stato Marco Rubio ha affermato che un piano per il Venezuela c’è. E’ una storia semplice, a sentire lui. Il primo passo è «la stabilizzazione del Venezuela, evitare il caos» spiegando che ciò sarà possibile grazie alla «potente» leva dell’embargo in vigore sul petrolio venezuelano sanzionato che può portare al collasso economico – se restasse in vigore – il Paese in un paio di settimane. Un’ottima forma di pressione, verso chiunque, dall’interno, osa opporsi al progetto americano. Il secondo atto dovrà «assicurare che le aziende americane, occidentali e altre» abbiano accesso al mercato venezuelano. E qui non stanno perdendo tempo: i rappresentanti delle aziende sono attesi domani alla Casa Bianca. Il terzo atto viene definito «transizione» – sebbene sia il nome meno adatto per un ultimo atto. Washington avrebbe chiesto alle nuove autorità ad interim del Venezuela di cacciare spie e personale militare – lasciando i diplomatici- di Russia, Cina, Iran e Cuba e di tagliare i legami economici con questi Paesi in modo che produzione e vendita del petrolio siano esclusivamente gestite dagli Usa.
Tutto corretto, sulla carta. Ma c’è da fare i conti con qualcosa di pressante, talvolta, che si chiama realtà
E la realtà e ben rappresentata nelle parole di Leon Panetta, ex segretario alla Difesa di Obama e in precedenza capo della Cia «Non riesco a vedere un cammino chiaro verso la stabilità in Venezuela e credo che sia questo il pericolo. Non è chiaro se ci sarà un’altra versione di Maduro, cercando di usare la vicepresidente e chi avrà il controllo, l’esercito o l’industria petrolifera. Trump non considera María Corina Machado una leader adatta perché non ha ‘appoggio dell’esercito e, con lei al potere, aumenterebbe il rischio che Washington debba intervenire”. Un dettaglio non da poco che Washington, colpevolmente ben conosceva prima del colpo di mano ” Quindi non c’è un cambio di regime. Abbiamo sviluppato un piano di pace in 20 punti per Gaza, avremmo dovuto averne uno per il Venezuela. Sapevamo che la Machado non avrebbe il controllo dell’esercito. Questo significa che militari determinano chi controlla il Venezuela. Non è un buon risultato. E’ qualcosa a cui si sarebbe dovuto pensare prima. Gli Stati Uniti non sono bravi nel nation building, è piuttosto chiaro storicamente, che si tratti dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Siria. L’unico modo per arrivare alla stabilità non è lasciare che gli Stati Uniti gestiscano lo show, ma lavorare con altri Paesi nella regione. Abbiamo fatto lo stesso errore in Medio Oriente. Quando i Paesi stavano cadendo a pezzi, non avevamo mai un piano e il risultato ha portato a Stati falliti uno dopo l’altro. Il Venezuela ha bisogno di stabilità e non vedo il cammino per raggiungerla, vedo solo un approccio che include gente che lavorava per Maduro che continua a gestire il Paese. Questo è inaccettabile».
