Donald Trump non invaderà la Groenlandia, non subito,ma se la prenderà lo stesso, in un modo o in un altro.. Il dietro front su quanto dichiarato nei giorni scorsi, con un crescendo folle e sadico, è solo apparente. Il piano è solo sospeso, celato dietro un paravento di carta, o in un sentiero laterale.
La sostanza non cambia. Perchè il bluff dell’invasione è acclarato ma non la brama di possesso. Trump, come Putin per l’Ucraina sebbene su scala minore, non può permettersi un fallimento.

Deve almeno portare a casa una vittoria parziale, spendibile per le elezioni di Mid term dove sa che i Democratici potrebbero facilmente rimproverarle di aver portato le relazioni diplomatiche ad un passo dalla rottura senza aver ottenuto nulla. Dunque è una tregua e neanche così chiara nel disegno. Perchè se Trump ha detto di non voler applicare i dazi ritorsivi per quelle nazioni che hanno osato mandare un contingente su un’isola che non è ancora sua ma dovrebbe esserlo, una promessa di tal fatta, proveniente da giocatore d’azzardo come il tycoon rischia di valere quanto il giornale di due settimane fa. Carta straccia, più o meno.
L’Europa, anche la meno accorta, ha ormai capito il gioco. Resta da capire se questo gioco, brutale ed infantile, sia troppo grande e pesante per il Vecchio Continente e la sua classe politica, talvolta incontinente nel sussiego verso l’uomo di Washington. Sembra verosimile che i rapporti tenderanno a normalizzarsi per un po’ di tempo. Ma sarà solo apparenza, da una parte e dall’altre. L’Unione europea cercherà alternative, dopo aver forse capito, ormai ben oltre il limite massimo che fare di Putin un paria ha significato togliere un contrappeso fondamentale all’ego americano, che si è a dismisura, come un rospo, e non sembra possa diventare un principe.
