Trump credeva di poter giocare con l’Iran. Ha dovuto rinviare l’incontro con Xi Jinping a Pechino. Non può fare progetti con l’Iran, che non si decide a cadere.
Trump pensava di giocare con una lucertola ha scoperto che era un drago di Komodo. E’ l’assurda distrazione della realtà di chi vive nelle vesti dell’uomo più potente del mondo, e lo è, restando in qualche modo bambino. Uno di quei bimbi che su detestano a pelle: prepotente, viziato, egoista. E alla fine l’ennesimo gioco ad insolentire il prossimo si è rivelato più grande di lui.

Trump non si sarebbe potuto presentare da Xi con lo stretto di Hormuz ancora chiuso e un conto aperto con uno dei principali alleati di Pechino. Con un nuovo ordine a Teheran, invece, sarebbe sbarcato nella capitale cinese da vincitore assoluto. Magari è questione solo di qualche giorno in più, magari no. La strategia di Usa e Israele è chiara: uccidere tutti leader politici e militari dell’Iran, uno a uno. Dopo la Guida Suprema Ali Khamenei è toccato al segretario del consiglio supremo Ali Larijani e il capo della milizia religiosa Basji Gholamreza Soleimani. La speranza di Trump e Netaniyahu è che nessuno voglia sostituirli, per paura di fare la stessa fine. Ma quella di Trump non è una strategia: è la rabbia di chi spara nel mucchio
Il no della Nato è l’emblema dell’isolamento che in un solo anno Donald Trump ha creato sull’America.
Più passa il tempo, quindi, più l’unica mano tesa che The Donald rischia di trovare è di Vladimir Putin che sembra poter dare, silenziosamente, le carte come ha creduto di poterle dare e in parte lo ha fatto Trump sull’Ucraina. Piiù passa il tempo, e più l’Ucraina si appresta a diventare l’agnello sacrificale.
Più passa più per Trump si apre il fronte interno. Le dimissioni del capo dell’antiterrorismo Usa Joe Kent, un repubblicano di destra da lui stesso nominato è il segnale dell’insofferenza interna per la guerra in Iran. Che più si dimostrerò un pantano più aprirà la faglia.
Tutto questo lo sanno benissimo a Teheran, a Mosca, a Pechino: più resistono più per Trump sono guai. E anche Trump lo sa benissimo: Teheran deve cadere con le buone o le cattive, o rischia di essere l’errore fatale
