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Aurora, la violenza era già in famiglia

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«Due giorni dopo la morte di Aurora lui è tornato in Italia, visto che era all’estero per lavoro. La prima cosa che mi ha detto, appena aperta la porta, è stata: “Io te l’ho lasciata viva e l’ho trovata morta, è colpa tua”.

“Devi essere educata”, mi diceva. Frasi che ripeteva ogni giorno, anche davanti ai miei parenti. E sosteneva che l’assassino fosse innocente. Non ha avuto nessuna reazione nei confronti di questo ragazzo che ha ucciso nostra figlia. Al funerale siamo stati molto distaccati.

Aurora, la violenza in famiglia (Foto Ansa) Cityrumors

Poi il giorno dopo la cremazione ha iniziato a insultarmi, a darmi della poco di buono, mi ha fatto togliere gli oggetti che avevo addosso in ricordo di nostra figlia, dicendomi: “La collana non te la puoi mettere perché era di Aurora”. Oltre alle botte, schiaffi e calci, mi versava l’alcol addosso, mi tirava per i capelli, mi metteva la testa nel water, il viso nella spazzatura piena di mozziconi di sigarette spenti. Una volta mi ha portato anche sul balcone e mi ha detto: “Adesso ti faccio attaccare con le mani e te le schiaccio così ti faccio provare la stessa cosa perché se è morta la colpa è la tua”».

Mesi insostenibili

A raccontare i terribili mesi di botte, insulti e minacce subiti dall’ex marito, Morena Corbellini, la mamma di Aurora Tila, 13enne uccisa dal fidanzato a Piacenza il 25 ottobre 2024. Due giorni fa il papà della vittima, Saimir Tila, è stato condannato per maltrattamenti e lesioni a tre anni e mezzo di reclusione, ma il giudice gli ha riconosciuto le attenuanti generiche, nonostante dal carcere non abbia mai smesso di contattare e minacciare – con due cellulari detenuti illegalmente in cella – l’ex moglie e l’altra figlia della coppia.

«Erano passati due giorni dalla morte di Aurora e lui non faceva che alimentare quel senso di colpa che poi ti rimane addosso in queste situazioni tragiche, per tutta la vita. Ho deciso di denunciarlo ad aprile 2025. Ho aspettato qualche mese perché speravo si calmasse, credevo fosse il dolore a farlo comportare così, pensavo che ognuno reagisse a suo modo. Non è facile affrontare la morte di un figlio. Lui è entrato in carcere a fine aprile. Ma ero terrorizzata perché ricevevo delle minacce quindi ho ritirato la denuncia e il 2 maggio è uscito dal carcere».

Aurora Tila (foto Ansa) Cityrumors.it

«Il 4 maggio, mi aveva svegliata tirandomi i capelli, dopo una notte passata tra urla e botte. Dopo avermi fatto vedere una foto di Aurora e avermi fatto togliere i suoi bracciali perché diceva che non ero degna di portarli, mi aveva sollevata di peso dal letto tirandomi per i capelli e mi aveva sputato in faccia. Mi aveva portato in camera di Aurora, aveva aperto la finestra, per poi dirmi di buttarmi: “La tua vita non vale niente, m…”. Sono riuscita ad avvisare mia figlia che, con l’aiuto di mia cugina, ha chiamato il 112. È intervenuta la polizia e lo ha portato di nuovo in carcere. Io sono finita in ospedale con 5 giorni di prognosi».«Tornato in carcere ho iniziato a ricevere telefonate e sms. Ho bloccato diversi numeri dai quali ha provato a contattarmi. E faceva lo stesso con mia figlia.

Mi minacciava dicendomi che se andavo in televisione ero morta, che questa cosa non doveva venire fuori perché ne andava della sua reputazione. Io mi sono esposta anche per dare voce ad altre donne e dimostrare che devono lottare, ma la legge mi ha deluso perché gli ha concesso le attenuanti generiche. Al telefono mi diceva: “Appena esco dal carcere ti uccido, lui ha fatto bene a uccidere Aurora”».

Il 13 luglio inizierà il processo di appello a Bologna nei confronti del ragazzo condannato a 17 anni in primo grado per aver gettata sua figlia dal settimo piano, quel maledetto 25 ottobre del 2024. Secondo i legali del 17enne Aurora si sarebbe buttata.
«Spero sinceramente nella giustizia, mia figlia non si è buttata, l’ha buttata lui. Aurora ha un primato bruttissimo, quello di essere la vittima più piccola d’Europa e questo nessuno lo ha mai detto».
E nessuno le ha creduto quando si era preoccupata per la frequentazione di sua figlia con quel ragazzo di due anni più grande di lei.

«L’avevo incontrato qualche volta, si mostrava come un ragazzo educato e Aurora era molto chiusa, non raccontava le sue cose. Quando ho iniziato a vederla triste sono andata a segnalare lui ai servizi sociali perché sapevo che era seguito. Mi hanno risposto che ero troppo ansiosa, che di ragazzi così ne avrebbe incontrati diversi nella vita. Ne è bastato uno e l’ha uccisa, il mio presentimento era giusto. Aurora andava dallo psicologo, aveva detto che era preoccupata e le hanno detto che era esagerata, che era normale con le prime cotte. Nessuno ha dato il giusto peso alla cosa e ora mia figlia non c’è più».

Riccardo Sciarretta

Mi chiamo Riccardo Sciarretta e vivo in provincia di Roma. Sono un Giornalista pubblicista iscritto all’ordine del Lazio e mi piace essere sempre informato sulle ultime notizie nel mondo. La mia passione più grande è la cucina, oltre ovviamente alla mia famiglia.

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