chi siamo

Cos’è l’Intellettuale Dissidente?

Nel caos del panorama giornalistico virtuale, L’Intellettuale Dissidente – il primo progetto dell’Associazione ControCultura – è un quotidiano online di analisi, opinione e approfondimento, che vuole ritagliarsi uno spazio autonomo e autorevole in cui si affrontino tematiche che spazino dallo studio delle problematiche internazionali e geopolitiche, alla politica italiana e all’economia, giungendo a questioni specificamente culturali, tra cui i problemi sociali, antropologici, filosofi e psicologici posti dalla Modernità. L’Intellettuale Dissidente è il luogo in cui far passare il messaggio antagonista, la sfida alla cultura dominante – riflesso giustificatorio dell’attuale modello socio-economico – e al Capitalismo inteso come “fatto sociale totale” per sanare, o almeno portare alla luce, le contraddizioni sedimentate che lacerano il nostro tempo. 
Nato nel marzo del 2011, questo giornale conta una redazione giovane – in cui il termine giovane ha un puro valore di constatazione anagrafica, e non un’accezione retorica positiva – di oltre 60 persone compresi in una fascia di età che va dai 19 ai 30 anni.

Come?

Autoprodotto e autofinanziato. In rete e sui sociali. Su carta tramite l’edizione e la vendita di saggi. Sul territorio attraverso la creazione di circoli, e l’organizzazione di convegni, seminari, presentazioni, attività culturali e ricreative.

Perché L’Intellettuale Dissidente?

In opposizione all’intellettuale di regime, al sacerdote del pensiero unico, all’opinionista che frequenta i salotti televisivi, agli intellettuali come “gruppo dominato dalla classe dominante”, contro il monopolio dell’informazione di massa e la finta alternanza di punti di vista, contro lo sterile teatrino mediatico, l’Intellettuale Dissidente è una figura ideale che nasce dalle ceneri e le rovine della cultura postmoderna, ed escluso dall’omnipervasiva “società dello spettacolo”, né mina, tramite un pensiero provocatorio e sovversivo, le fondamenta. Non partecipa al banchetto del potere ma parafrasando Junger, organizza la rete d’informazioni, il sabotaggio, la diffusione delle notizie tra la popolazione. Attraverso canali nuovi, un codice lessicale che scardini e subito ripristini il senso di un linguaggio pervertito dall’ordine costituito per legittimarsi, e la presenza sul territorio tramite l’organizzazione di seminari e conferenze, l’Intellettuale Dissidente da idea vuole divenire prassi.

Una strategia sovversiva è possibile?

Supporre che attualmente, in un’era detta post-ideologica, il colpo di forza sia impossibile e che mettere in atto una nuova strategia rivoluzionaria sia irrealizzabile, è significativo di una partecipazione incondizionata all’apparato riproduttivo dell’ultima ideologia rimasta. Come si diceva per Satana, oggi la più grande beffa del pensiero unico è quella di aver convinto il mondo della sua inesistenza. Ma per il fatto stesso che questa ideologia esiste, e la percepiamo quotidianamente, allora deve esistere anche una strategia rivoluzionaria in grado di smascherarla e di sovvertirla. E questa strategia non può venire dalle istituzioni ideologizzate, né dal movimentismo militante fine a sé stesso; essa sarà il risultato di un processo culturale di informazione e formazione irregolare e anti-istituzionale, che l’Intellettuale Dissidente e i progetti ad esso correlati vogliono adempiere. E la sua azione mirerà non ad abolire l’utilizzo della televisione – che risulterebbe essere l’altra faccia di quella medaglia che oggi la impone sotto l’ipocrita illusione di una scelta consumistica democratica – ma a fare in modo che la gente la spenga consapevolmente e di propria iniziativa. Non brucerà le sedi dei grandi quotidiani, ma lascerà le loro copie invendute appassire nelle edicole. Non obbligherà all’acquisto di alimenti biologici provenienti da piccole realtà rurali collettivizzate, ma svuoterà di acquirenti i grigi reparti dei supermercati. Non si farà partito politico ma evidenzierà le contraddizioni del sistema democratico, ma aiuterà le persone ad attuare una scelta imparziale, spassionata, decisiva. L’ultima strategia politica rivoluzionaria è un mutamento antropologico in grado di trasformare il nostro essere in quanto essere esclusivamente per produrre e consumare, e può provenire soltanto da una cultura legata ad una produzione alternativa, sicché un giorno, tutto ciò che è ufficiale ed istituzionale, tutto ciò che, tra imprese, aziende e multinazionali, è organico al grande Capitale e costretto nei suoi rapporti di forza, non avrà più un popolo ideologizzato che lo riprodurrà idealmente e materialmente. Si chiederanno: che fine hanno fatto i nostri clienti?

Un progetto in movimento: crea il tuo circolo o converti il tuo spazio

Il politologo Carl Schmitt pensava la politica come la scelta di un amico, con il quale si condivide un’identità, e di un nemico, contro cui si combatte. La politica contemporanea, nonché il movimentismo militante e le varie organizzazioni extraparlamentari, compiono questa distinzione eseguendo ancora delle derive ideologiche che non permettono di concepire ed inquadrare nella sua totalità, il nemico reale. La politica deve trovare una nuova forma di espressione che non abbia più connotazioni ideologiche e settarie per vivificare il reale conflitto vigente all’interno di una società frammentata. Per questo stesso motivo l’azione politica deve essere “spoliticizzata”, e deve trasferirsi interamente nella cultura, nella garanzia di accessibilità che questa offre, al di là delle fazioni e degli schieramenti, come rete unitaria, come apparato organico, attraverso l’adesione ad un progetto unico, non delineato, non scritto, non manifestato, che non sia programmatico né schematico, ma che sia in medias res, nel mezzo delle cose, che non frammenti secondo la contrattualistica di un accetto o non accetto i termini, perché non vi sono condizioni, né obblighi di identificazione formale o oggettuale, ma la sola criticità nei confronti dell’ordine costituito attraverso cui ripensare nuovi modi di organizzazione dell’esistente.

Lo scopo è quello di legare direttamente cultura e produzione alternativa. Questo complesso di forze unite, che deve essere pubblico ma non statale, immerso nella realtà della vita quotidiana, clandestino nei confronti delle istituzioni, deve organizzare la rete di contatti tra i suoi diversi componenti: spazi liberi, autonomi e convertiti alle finalità del progetto. Ma questa conversione deve garantire anche la sussistenza economica di queste attività “convertite”, proprio per rendere la lotta durevole. Che siano esse librerie, teatri, radio, giornali, riviste, associazioni, aziende agricole, imprese artigianali, istituti di credito speciali, o qualsivoglia attività utile ai fini di concepire un’alternativa ai rapporti di forza e di produzione dominanti, questi esercizi necessitano di essere sincronizzati e promossi per diventare il primo mezzo in cui far confluire risorse umane ed economiche, di modo da svincolarci dalla sudditanza nei confronti dei grandi monopoli e dei mercati internazionali. Di rimando, proprio attraverso questi spazi liberi, si potranno prendere le mosse per immettere le radici di una nuova cultura profondamente antimoderna, quando per modernità intendiamo la progressiva rovina antropologica attuata dallo sviluppo capitalistico.

Da qui nasce l’idea di creazione ex novo di Circoli di persone che vogliano promuovere questa cultura alternativa in tutte le sue forme, o di conversione delle attività da una modalità operativa ad un’altra, che possa creare sinergicamente una rete logistica che bypassi tutto ciò che è ufficiale e che non faccia più riferimento alle istituzioni, ma per il proprio sostentamento culturale ed economico si richiami esclusivamente alle sue specifiche risorse. Si può partire dalle librerie slegate dai circuiti di distribuzione della grande editoria, dalla creazione di giornali e radio che medino la connessione delle attività, dalla creazione di comunità agricole collettivizzate, a piccole imprese autogestite, alla creazione di istituti di credito autonomi su base partecipativa e slegati dall’attività speculativa in cui si pratichino tassi di interesse bassissimi, sul modello della Banca del popolo di Pierre Jospeh Proudhon, o dalle società di assicurazioni mutualiste. Un’azione politica valida deve dunque dare vita a questi spazi irregolari, coordinati in un unico progetto, in cui far convergere le risorse umane ed economiche che altrimenti si perdono nell’anonimato apolide del mercato capitalistico alimentandone la dominazione. Si deve quindi necessariamente rivolgere la tensione tra idealità e prassi verso la creazione di una nuova dialettica tra cultura e produzione che ci liberi dalla sovrastruttura ideologica dell’ordine costituito e dalla sua pretesa in – trasformabilità per modificare parallelamente l’organizzazione capitalistica del reale.

L’Intellettuale Dissidente, in collaborazione con il Circolo Proudhon (collana editoriale e servizio di distribuzione di libri), lancia quindi il progetto di creazione di Circoli sul territorio che medino il processo di egemonia gramsciana, costituendo una  rete nazionale di persone e che organizzino attività ed eventi di carattere culturale e metapolitico (convegni, letture di gruppo, dibattiti, presentazioni, cineforum, attività ricreative). A questo proposito si accosta l’idea di conversione di spazi produttivi, come detto precedentemente, che vogliano entrare e servirsi del canale di questo progetto per attirare a sé, grazie l’alternativa che rappresentano (pensiamo a librerie che distribuiscono una cultura anticonformista, o alle realtà agricole collettivizzate), una base di acquirenti che non siano solo clienti/consumatori, ma persone facenti parte di uno stesso progetto in movimento.

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