Cufra pacificata.

27 Aprile, 1932: Cielo terso su Cufra. Un bambino Tebu sta riposando su un tronco, circondato da capre al pascolo nei pressi della sua Izba. Tiene ben salda con ambe le mani una foglia di palma secca mentre si diletta con gaudio al fantasioso mestiere del soldato:

BAM! BAM!

Partono colpi immaginifici dal suo Carcano foglia di palma 91.

La guerra permea e conquista i sogni dei bambini Tebu di Cufra. Solo un anno prima le case della tribù venivano spazzate via dalla furia delle bestie alate pilotate dai taylan provenienti da Bir Zighen. Ora la depressione di Cufra è pacificata: magabra e zwaya conducono un’esistenza tranquilla nell’oasi.

Un Ufficiale chiama a raccolta i meharisti durante la marcia verso Cufra. Nella prima parte di questa storia ci eravamo lasciati con la presa delle oasi cufrite da parte delle truppe italiane

Colpo di scena nel bel mezzo della battaglia condotta con ardore dal giovinetto. Il nostro amico tebu sgrana gli occhi, un’ombra fa capolino dalle palme: naso adunco, berretto da aviatore, figura slanciata, corpo esile, camicia color kaki. Lo sguardo è un concentrato di furia omicida e fervida curiosità. L’uomo è accompagnato da due neri che con aria pacifica e imbelle attendono in una grossa autovettura poco distante. Sembrano sudanesi. Quello strano figuro parla una strana lingua:

mi chiamo Laszlò Almasy, da che parte per el Tag?

Scriteriato di un Almasy, nonostante il rischio ce l’ha fatta. L’avevamo lasciato euforico mentre si apprestava in preda all’eccitazione a preparare le sue Ford model A: lo ritroviamo più pazzo e scriteriato che mai fiondarsi nell’oasi pacificata. Dopo giorni di navigazione a vista tra le dune a est della depressione di Cufra, conturbato tra il grande caldo e i capricci dei suoi gregari sudanesi, Laszlò Almasy piomba rumorosamente a el Tag: nessuno aveva mai raggiunto l’oasi giungendo da oriente. In un’afosa giornata di fine aprile la nostra storia vive l’aggiunta di un nuovo tassello. Un impaziente Almasy è in attesa nel forte, l’accoglienza gliela presta un uomo abbronzato e prestante: Governatore italiano del gruppo di oasi, Maggiore Ottavio Rolle.

Terzo da sinistra, Laszlò Almasy

Rolle vive di concretezza, non ama la notorietà. Istantanee di vita in rapida successione: Grande guerra; furiosa battaglia sul monte Nero: ferito; linea dell’Isonzo, comando della 16° compagnia del battaglione “Cividale”, lotte furiose sul monte Grappa, sul monte Spinoncia, sul monte Solarolo. 27 ferite nel corso del primo conflitto mondiale, tre Medaglie d’Argento e tre Medaglie di Bronzo: mai domo.

16 aprile 1930, Marmarica, Libia. Un presidio italiano è minacciato dalla spinta delle forze anticoloniali libiche, quando un uomo di grossa statura decide di fiondarsi armato di baionetta contro le linee nemiche: un’altra Medaglia di Bronzo per Rolle. Nel corso dello stesso anno gli italiani preparano la traversata di 800 km che li spingerà verso Cufra attraverso il gran mare di sabbia. A Roma e Bengasi si rendono conto che marciare nel deserto in direzione dell’oasi sfruttando unicamente la potenza degli autocarri Fiat non è una grande idea. Urgono truppe cammellate, serve un uomo che sappia organizzare con competenza e perizia questo nuovo corpo d’assedio: Ottavio Rolle. Gennaio 1931, Cufra è caduta, c’è bisogno di una personalità che sappia consolidare la presenza italiana nella regione, dare il là a infrastrutture civili, un lavoro sporco lontano dalle copertine delle riviste militari dell’epoca: Ottavio Rolle. Tra le colonne dei rotocalchi dei primi anni ’30 si accalcano in una sferzante tonnara mediatica le figure di Graziani, Lorenzini, Nasi e Maletti. Ci sono anche Lordi e il Duca d’Aosta. Manca solo Ottavio Rolle.

Sulla sinistra il Maggiore Ottavio Rolle. Uomo di stazza imponente.

L’accoglienza italiana per Almasy e i due sudanesi sarà delle migliori: pasti abbondanti, bagni e ogni genere di conforto accompagneranno la breve permanenza di Laszlò nell’oasi. Il Conte visita la Cufra conquistata solo un anno prima insieme a Rolle, il resoconto offre una nuova versione della vicenda rispetto a quella tratteggiata nella prima parte di questa intricata, intricatissima vicenda: nell’oasi descritta da Almasy gli autoctoni sono felici della presenza italiana. Rolle racconta di 300 schiavi liberati dal Governatorato italiano, della possibilità per i più facoltosi mercanti di Gawf di comprare camionette leggere, di terre coltivate senza che alcun membro della famiglia Senussi reclami per sé parte del raccolto. Gli stessi sudanesi che accompagnano Almasy in quest’intrepida toccata e fuga su Cufra riporteranno al Conte i resoconti benevoli degli abitanti della depressione cufrita. Testimonianze davanti a una tazza di caffè aromatico in compagnia dello sceicco di un villaggio dell’oasi:

I talyan non sono uomini malvagi, non hanno punito nessuno di quelli che sono rimasti.

Tra la storia scritta grazie alle testimonianze rese da chi è fuggito oltre confine in Egitto e la storia narrata dai superstiti di Cufra corre una bieca discrepanza.

Cammelli in marcia verso Cufra (1931). (Foto da archivio privato)

Riavvolgiamo il nastro. 1932, anno cruciale per la contesa coloniale tra italiani, inglesi e francesi: i confini tra la Cirenaica e l’Egitto sono tracciati in base al trattato del 1925 fino all’intersezione tra il 25° meridiano e il 22° parallelo. Sul fronte meridionale, lungo il confine tra Sudan e Cirenaica, è ancora tutto da stabilire. Un ungherese facente parte di una spedizione composta prevalentemente da inglesi piomba a Cufra, nel bel mezzo dell’ultima conquista geografica italiana: il motivo?

sono alla ricerca di un’oasi leggendaria, il suo nome è Zerzura!

Cosa nasconde la calorosa accoglienza di Ottavio Rolle? A Roma non sfugge il dettaglio, l’arrivo di Almasy inquieta (e non poco) il Ministero delle colonie. Sono le 21.30 del 28 aprile 1932 quando da Bengasi parte un fonogramma firmato dal reggente Moretti e diretto a Tripoli. Le autorità superiori vengono avvisate dell’arrivo di Almasy a Cufra:

Sotto zona Cufra comunica che 27 corrente sono colà giunte due vetture Ford con ungherese Ladislans Edward de Almasn

Sotto la patina di ospitalità giace un coacervo di allarmi e timori militari. Non solo accoglienza per il Conte.

Torniamo a Cufra. Almasy offre la sua versione dei fatti, la fonte cui attingere è sempre “Sahara Sconosciuto”:

ho la chiara impressione che la maggior parte degli indigeni sia soddisfatta del suo nuovo destino. Quali fossero i sentimenti della popolazione ce lo diceva già il comportamento dei bambini, che, mentre passavamo per l’oasi, dovunque correvano fuori dalle case per salutare il governatore del braccio teso. In ogni colonia il sentimento dei genitori si esprime molto chiaramente attraverso il comportamento dei figli.

Prima di partire per ricongiungersi alla sua spedizione Laszlò è ospite a una cena d’onore nella mensa ufficiali di al-Tag. Al tavolo sono presenti otto ufficiali, tra questi c’è anche Orlando Lorenzini. Grande italiano il Lorenzini, Toscano d’eccezione nato a Guardistallo in provincia di Pisa, ne sentiremo parlare. Almasy mette il naso negli affari delle truppe coloniali italiane ritagliandosi un ruolo da attore protagonista nel corso del banchetto: una folta schiera di uniformi bianche è assiepata intorno a quell’uomo dal profilo smunto e slanciato, sguardi penetranti si addensano sul magiaro. Primo principio della legge di el-Tag: le bottiglie di Chianti si svuotano, la curiosità del Conte sale a dismisura. Quell’indisciplinato domanda, chiede, indaga. A tavola c’è chi osserva con molta attenzione la discussione in corso d’opera:

ai profughi di Cufra sono stati assicurati impunità e risarcimento delle spese per il viaggio di ritorno.

Risposta laconica di Ottavio Rolle agli interrogativi di un ungherese ficcanaso.

Uno dei meharisti schierati dalle truppe coloniali italiane per prendere Cufra nel gennaio del 1931. (Foto da archivio privato)

Il lieto banchetto si conclude a notte fonda, gloria eterna per Laszlò Almasy:

evviva l’esploratore ungherese, evviva l’Ungheria!

Chianti in sostituzione del sangue al forte di Al-Tag: il succo di bacco scorre copioso sulla magnifica tavola imbandita dagli italiani. Momenti di convivialità tra un intrepido magiaro e gli uomini al servizio di Rolle: primo eclettico intreccio tra le vite dei personaggi di questa bella storia.

28 aprile, 1932: prime luci dell’alba, aria fredda e pungente. La strana comitiva si prepara a partire alla volta del Gilf Kebir, giusto il tempo di un commiato in grande stile alla presenza di otto ufficiali italiani. A Cufra Almasy e i suoi strappano un ricco bottino: polli vivi, verdure, una cassa di Chianti, uova fresche e duecentocinquanta litri d’acqua. Intorno alle 17 la Ford condotta dal magiaro e dai tre sudanesi giunge alla base dell’imponente plateau rosso: un momento, che diamine è quello?

Qualcosa brilla e lampeggia alla luce del sole […] ci avviciniamo […] un gigantesco uccello che manda riflessi d’argento

Ecco apparire i tre inglesi! Penderel, Robert-Clayton-East-Clayton e Patrick Clayton! Quell’immensa macchina di ferro si rivelerà essere il De Hallivand Gipsy Moth G-ABDK” di Penderel.

Hubert Penderel, croce militare nel ’17 e grande esperto di volo sul deserto, personaggio carismatico, uomo d’azione, una vita spesa nei cieli africani. Hubert Penderel, Wing Commander. L’inglese si avvicina ad Almasy, ha un messaggio importante da comunicargli:

Questa mattina abbiamo fatto un volo sul Gilf. A circa sessantacinque chilometri da qui abbiamo avvistato una valle con grandi macchie verdi di vegetazione!

La bocca di Almasy assume una piega sinistra: che si tratti di Zerzura?

La valle scoperta da Penderel e Clayton la mattina del 27 aprile 1932 si rivelerà essere Wadi Abd el Malik. (Foto da archivio privato)

Un ospite indesiderato

6 ottobre 1932. Pendici meridionali del Gebel Kissu, massiccio montuoso situato 300 km a sud-est di Cufra. Sono trascorse circa due settimane dalla visita di Almasy a Cufra ma la nostra storia sente la vibrante necessità di spostarsi sempre più a sud, proiettata in una folle corsa verso il Centro Africa. Gebel Kissu, molosso in granito, cugino orografico del Gebel Auenat, gigante in granito: al suo cospetto il primo impallidisce. Massiccio di Auenat, custode roccioso di due sorgenti d’acqua fondamentali, le uniche tracce di vita nel raggio di centinaia di chilometri. L’acqua è efflusso vitale: Ayn Dua e Maaten Sarra, uniche fonti d’acqua da Cufra in poi. Teatro di contesa coloniale tra italiani e inglesi: l’acqua è strategia.

Il massiccio di Auenat, la montagna solitaria. Le tracce degli autocarri utilizzati da Rolle, Almasy, Bagnold e da tutti gli altri protagonisti di questa storia sono ancora oggi chiaramente visibili.

Quattro Ford T procedono all’ombra del massiccio di Kissu. 40 miglia all’ora e formazione di guardia: spostamenti cauti, prudenti, c’è del pericolo in agguato. Prima che gli italiani prendessero Cufra nel ’31 i predoni della tribù Guuran infestavano le pendici del Gebel Auenàt: tra le nere rocce della montagna solitaria giacciono tibie, costole e teschi delle loro vittime. Dal gennaio 1931 nessuno ha più notizie di quei luoghi dimenticati da Dio. Un’autovettura fa da apripista, seguono a ventaglio le tre sorelle: due fucili puntati per ciascuna Ford, due uomini terrorizzati per ciascun veicolo. Elmetti britannici ben calcati in testa, cinture in cuoio, shorts color beige, barbe incolte, camicie cenciose. Caldo asfissiante: il primo bottone non è chiuso.

Manipolo di esploratori, uomini di scienza e militari inglesi. Sono tutti inglesi. Il Maggiore Ralph Bagnold è a capo di questa spedizione. Tra i fondatori dello Zerzura Club, (esclusiva combriccola solita radunarsi una volta l’anno a Londra, nel baldanzoso Cafè Royal di Regent Street), nel ’32 Bagnold, di ritorno dall’India, organizza una spedizione in Libia con il supporto della Royal Geographical Society: Otto uomini, un solo comun denominatore. Quel serraglio di amanti del deserto disprezza la staticità, l’immobilismo, la scrivania, la sistematicità: a morte l’ordinarietà. Bestie da viaggio terrorizzate dall’ordinario, Bagnold non lo nasconde:

Eravamo nuovamente liberi di andare ovunque desiderassimo, lontani da strade e barriere, da mosche e traffico, con quell’allegro senso di essere gli unici esseri viventi.

Ritratto di Ralph Alger Bagnold.

Drappello di scalmanati perdutamente innamorati della vita: sono partiti dal Cairo il 27 settembre del 1932. Spedizione scientifica, dalla Gran Bretagna al triangolo di Sarra. Botanica, geologia, geografia, archeologia: nella notte dei tempi Sarra Wells fu un eden ricco di acqua, di fauna, di vita. Le pitture rupestri presenti in loco lo dimostrano. Durante l’epoca coloniale la musica è cambiata: carcasse di cammello, arbusti secchi, dura roccia granitica. Sarra Wells nel 1932 è terra di nessuno.

Pitture rupestri nella “caverna dei nuotatori” scoperta da Almasy nel 1930. Queste preziose testimonianze dal passato sono state rovinate e danneggiate dai numerosi visitatori attratti dai racconti di avventurieri come Almasy e Bagnold.

9 giugno 1932: Torniamo indietro di quattro mesi. Roma, Ministero degli Affari Esteri. Arriva una nota verbale dall’ambasciata inglese. Nota verbale n.179.

L’ambasciata di Sua Maestà omaggia il Ministero degli Affari Esteri ed è onorata di rivolgere le seguenti comunicazioni: c’è l’intenzione di effettuare, durante il prossimo autunno una spedizione scientifica britannica nella zona di Sarra Wells, situata a una latitudine di 21° 39’ 40” e a una longitudine di 21° 50’ 36”.

Una spedizione scientifica a Sarra Wells. Zona problematica, i confini sono tutti da tracciare. Il Sudan francese è preoccupato dalla conquista italiana di Cufra del 1931 e a Roma sono ben consapevoli del fatto che il Gebel Auenàt sia un clamoroso trampolino di lancio per le sue mire commerciali nel Centro Africa. Fino al 1924 la montagna solitaria fa il paio con Zerzura. Auenàt e Zerzura, luoghi evocatori di fascino e mistero: nessun uomo occidentale vi ha mai messo piede. Dopo la prima leggendaria visita di Hassanein Bey, le scorribande del principe Kamal El Din (grande amico di Laszlò Almasy, nonché suo finanziatore) le spedizioni nel febbraio e nel giugno 1932 di Ottavio Rolle e l’immancabile visita di quel demone magiaro di Almasy nell’aprile dello stesso anno, il massiccio assurge ad avamposto fondamentale nello scacchiere coloniale libico/sudanese. Roma non può rinunciarvi.

Chi occupa le due fonti d’acqua, occupa l’intera area a sud della Cirenaica. Per meglio dire: Chi prima arriva, meglio alloggia. A Bengasi giunge una comunicazione d’Oltremanica.

l’ambasciata di Sua Maestà ha ricevuto l’ordine di effettuare questa comunicazione in quanto, mentre si sta ancora aspettando una replica all’osservazione orale riguardante Uweinat che l’Ambasciata ha avuto l’onore di rivolgere al Ministro italiano il 13 marzo del 1931, il Governo di Sua Maestà nel Regno Unito ha considerato di avere a riguardo un accordo in rapporti amichevoli e ha calcolato di prevenire il rischio di incidenti sconvenienti, informando il Regio Governo italiano che una spedizione esclusivamente scientifica […] lavorerà nella regione di Sarra Wells durante il prossimo autunno.

Mire espansionistiche britanniche mascherate con il turlupinante abito della cortesia? Nell’infida contesa coloniale tutto è possibile. Il mistero s’infittisce.

Le memorie di Ralph Bagnold sono contenute nel suo noto diario di viaggio “Lybian Sands, Travel in a dead world”. Contrariamente a quanto fatto dagli italiani, gli inglesi, futuri vincitori del II conflitto mondiale, scrissero moltissimo a proposito delle loro imprese coloniali.

7 ottobre 1932, Auenàt:

Da quello scambio di telegrammi tra cancellerie sono trascorsi quattro mesi. Ad Auenàt ci sono ospiti: passiamo in rassegna l’allegra (quanto sospetta) brigata anglosassone mentre grossi massi di roccia granitica alle pendici della montagna solitaria scorrono via sulla destra delle Ford T capitanate dal Maggiore Bagnold.

Dopo aver piazzato il campo base ai piedi del Gebel Kissu, la spedizione inglese si scinde in due gruppi. Le riserve di benzina vanno esaurendosi, quattro uomini partono alla volta di Selima per fare rifornimenti: il Maggiore Ralph Bagnold; il tenente D.R. Paterson del Regio Corpo dei Segnali; il tenente R.N. Harding-Newman, Royal Tank Corps; il Maggiore J.E.H. Boustead, comandante delle truppe cammellate sudanesi a El Obeid.

Il secondo gruppo inizia l’esplorazione di Auenàt: ci sono Shaw, ideatore di quest’avventura nel deserto insieme a Bagnold; il Dottor K.S. Sandford dell’università di Oxford, geologo; Craig si occupa dei rifornimenti di cibo e della rotta da seguire; Prendergast degli autoveicoli.

Otto uomini uniti da un’invereconda passione per il deserto. Otto uomini capaci di procurare non pochi grattacapi all’Italia fascista. Da destra a sinistra: Harding-Newman, Shaw, Craig, Prendergast, Paterson, Bagnold, Sandford, Boustead. Alle loro spalle tre delle quattro Ford utilizzate nella spedizione del 1932.

8 ottobre 1932: a mezzogiorno Shaw, Sandford, Prendergast e Craig raggiungono ‘Ain Duwa, la fonte d’acqua più orientale del massiccio. Sorpresa: ad attenderli c’è un uomo tozzo, robusto, pallido in viso e dall’aspetto severo.

Welcome to ‘Ain Duwa, volete unirvi a noi per pranzo?

Il Maggiore Ottavio Rolle si avvicina ai quattro avventori inglesi: tutto intorno ci sono autocarri fiat 611, tende e uomini in uniforme dell’esercito italiano. Ad Auenat è stata organizzata una festa a sorpresa: Ain Doua, nota anche come Ain Gazel, è presidiata. Imbarazzo inglese all’ombra del gigante di granito.

Fare presto.

2 ottobre 1932: retroscena si rincorrono tra Roma e Bengasi: la macchina della diplomazia olia i propri ingranaggi mentre una delegazione scientifica capitanata dal Maggiore Bagnold si appresta a fiondarsi nel Sarra Wells. Il telegramma di Emilio De Bono inviato da Massaua non lascia spazio a fraintendimenti:

[…] ho telegrafato a Governo Cirenaica invitandolo, in base alle istruzioni già date agosto scorso, a rinnovare ricognizione su Auenàt sostandovi qualche giorno e spingendosi verso Maaten Sarra […] è necessario che codesto Ministero (ndr affari esteri) dia positiva notizia sue intenzioni e istruzioni concrete circa contegno che noi dovremmo al caso tenere qualora, per esempio, ci si dovesse incontrare con inglesi.

Da Roma nessuna risposta. La delegazione inglese è ormai prossima a fare il suo ingresso nella zona più calda della contesa coloniale, non c’è tempo da perdere. Ottavio Rolle viene spedito ad Auenàt, il Maggiore Lorenzini a Maaten Sarra: l’obiettivo è presidiare i pozzi d’acqua presenti in queste due località allestendo a tempo di record due accampamenti. il 4 ottobre dal Comando Truppe di Bengasi parte un marconigramma cifrato:

10344/I stop Prego consegnare Maggiore Lorenzini at suo arrivo a Cufra et lanciare se possibile da aereo at Maggiore Rolle aut telegrafargli in cifra appena pianta sua stazione seguente telegramma […] Ritengo opportuno riassumere direttive cui dovranno improntare condotta comandanti due distaccamenti durante loro permanenza Auenat et Sarra Stop PRIMO cercare conoscere itinerario con programma et vario scopo spedizione inglese astrazion fatta quanto dichiarato ufficialmente nota verbale Ambasciata britannica stop.

Il Colonnello Lordi nel suo ufficio a Bengasi. (Foto da archivio privato)

Da Roma giungono finalmente risposte, il telegramma del Ministero degli Esteri è datato 5 ottobre:

Nostri ufficiali riceveranno con migliori attenzioni missione britannica dandole sensazione ch’essa trovasi nostro territorio et est perciò considerata nostra ospite […] Regio Ministero Esteri raccomanda poi che qualora componenti spedizione inglese dovessero accennare nostri ufficiali questione confine et tentare discussione su pertinenza due località (Auenat e Maaten Sarra) ufficiali se ne asterranno limitandosi eventualmente osservare che località stesse sono state presidiate ordine Governo Colonia et pertanto nessun dubbio può sorgere per essi circa loro appartenenza territorio italiano.

Ci sono tutti i presupposti per un incidente diplomatico tra Roma e Londra. Il destino della Cirenaica scivola repentinamente tra le mani di pochi uomini, tutti racchiusi nel medesimo spicchio di deserto libico. Fasci di nervi contratti tra le rocce nere di Auenat: ad Ain Doua e Maaten Sarra serve un lavoro certosino.

Bagnold tea party.

8 ottobre 1932. Torniamo ad Ain Duwa. Sguardi incrociati, lunghi silenzi e mandibole contratte all’ombra della montagna solitaria: nella tenda del Maggiore Ottavio Rolle si beve del the.

Cheerful tea-party in Rolle’s tent

Gli italiani sono tutti in uniforme, gli inglesi sono vestiti di stracci e camice sudicie: si respira imbarazzo. La discussione gravita intorno ai piani di Ralph Bagnold nell’immediato futuro. Il contingente anglosassone deve raggiungere Sarra: Rolle e i suoi non sono sorpresi e consigliano ai commensali anglosassoni di evitare un passaggio a sud per percorrere le piste percorse sei anni prima dal Principe Kemal el Din. Le nocche di Shaw tormentano nervosamente il tavolo da campo allestito dagli italiani: nessuno osa intavolare un dibattito sulle dispute coloniali tra Italia e Gran Bretagna. l’argomento viene sfiorato indirettamente dalle domande velate degli inglesi:

quanto tempo intendete fermarvi qui?

Questa postazione militare degli uomini di Gheddafi fotografata nel 2010 da Michele Soffiantini sorge nel punto esatto in cui il 7 ottobre 1932 Ottavio Rolle pose il presidio italiano di Ain Doua.

Tourbillon di interrogativi inutili teso a comprendere lo scopo del presidio italiano. Rolle è uomo schivo, diffidente. Osserva gli inglesi, li studia, ne segue ogni singolo battito di ciglia. Pur non intervenendo attivamente nella conversazione, ne tiene il filo: è l’uomo giusto per lasciar intendere ai suoi commensali di essere ospiti, senza la necessità di doverlo dire in maniera esplicita.

Ad Ain Dua il contingente italiano nutre dei sospetti, il rapporto spedito da Rolle a Graziani lo dimostra:

Da quanto ho potuto osservare mi è parso evidente che lo scopo scientifico della spedizione non fosse altro che una scusa per mascherare il vero lavoro che la missione stessa si proponeva di compiere. Ritengo che il vero scopo della spedizione fosse quello di rilevare il terreno adiacente ad Auenàt ed al Gebel Kissu, sino al pozzo di Sarra, riconoscerne le risorse idriche onde avere elementi sicuri nelle eventuali future discussioni sul confine della Cirenaica con il Sudan.

Gli inglesi sono accampati al Gebel Kissu per timore di incappare nella temibile tribù dei Guraan. Shaw, Bagnold e gli altri faranno ritorno ad Auenàt la mattina seguente per attendere l’arrivo sul campo atterraggio allestito dagli italiani di un certo Hubert Penderel a bordo del suo Wickers Victoria. Bizzarro viavai di inglesi sotto gli occhi guardinghi del Maggiore Rolle.

Il campo di fortuna per atterraggio allestito dagli uomini di Rolle ad Ain Doua. La scritta “Auenat” è stata realizzata con ossa di cammello, rinvenibili in abbondanza nell’area. (Foto da archivio privato)

9 ottobre,1932:

Frastuono di motore dai cieli, nasi all’insù: due Ro.1 atterrano per la prima volta sul campo di atterraggio allestito in fretta e furia dagli italiani ad Ain Doua. Il Tenente Colonnello Roberto Lordi è arrivato ad Auenàt. Descriverà i successivi incontri tra inglesi e italiani come:

improntati a fredda cortesia

Di Penderel non c’è traccia, i primi quattro membri della missione inglese si congedano definitivamente da Ain Doua facendo ritorno al loro campo base.

10 ottobre, 1932:

Accampamento inglese alle pendici del Gebel Kissu, è l’alba. Si dormono sonni tranquilli nelle tende da campo anglosassoni: Bagnold, Sandford, Boustead, Shaw, Craig, Prendergast, Paterson, Harding-Newman. Ci sono tutti. C’è anche Hubert Penderel, atterrato poche ore prima a bordo del suo Wickers “Victoria”: in aprile solcava i cieli libici in compagnia di Laszlò Almasy, ora segue gli spostamenti dei suoi connazionali supportandoli con rifornimenti da Heliopolis.

Le sorprese per gli anglosassoni non sono finite. Suona la sveglia italiana, o per meglio dire rintrona la sveglia italiana: d’altronde gli inglesi sono ospiti. Alle 6 del mattino un frastuono infernale si sprigiona all’esterno delle tende da campo inglesi: Roberto Lordi sfiora il campo base anglosassone con il suo Romeo Ro.1 10477, flagello dei cieli di Libia. Le memorie di Bagnold lasciano trapelare un lieve fastidio per il buongiorno offerto dal Tenente Colonnello di stanza a Bengasi:

After an early visit from Lordi […], who came flying round Kissu, Penderel, shaved and transformed once more into an officer of His Majesty’s Service, took off to pay an official visit to the Italians.

Ad Auenàt non si scherza, Penderel sembra averlo capito.

Il campo base degli inglesi alle pendici del Gebel Kissu. La foto è stata scattata dall’aereo del Tenente Colonnello Roberto Lordi durante la sua visita all’alba del 10 ottobre. (Foto da archivio privato)

11 ottobre, 1932:

A distanza di due giorni dall’ultima visita di Shaw, Craig, Sandford e Prendergast un’altra Ford T fa visita all’accampamento di Ain Doua. È il resto della spedizione inglese. Bagnold e Rolle si stringono la mano, morsa d’acciaio: tra i due non scatterà mai la scintilla. Caratteri e indole agli antipodi: il primo è uomo da prima pagina, intrepido, d’azione. Esploratore d’assalto; l’italiano è un faticatore delle retrovie, odia mettersi in mostra. Tra i quattro nuovi arrivati c’è anche Boustead: le piste del deserto libico si intrecciano, intersecano, non seguono nessuna logica. La Cirenaica è epicentro di storie, percorsi, incontri, corsi e ricorsi: follia del deserto. Ottavio Rolle e Hugh Boustead si rincontreranno in altra occasione: Sudan, 15 ottobre 1940, II conflitto mondiale. Rolle è alla testa di 1500 uomini in direzione Roseires con il compito assegnato dal comando superiore di interrompere il flusso di rifornimenti ai partigiani di Taffere Zellechè. 130 chilometri di spinta e ardore nel deserto sui 170 da percorrere complessivamente: scorte alimentari esaurite, i muli stramazzano al suolo. C’è un problema: le truppe di Rolle avvertono il fiato sul collo dei Sudan Frontier battalions posti proprio sotto il comando di Hugh Boustead. Inseguimento senza tregua. Il comandante italiano dovrà ritirarsi davanti alla spinta dei sudanesi.

Esattamente otto anni prima bevevano del the nella stessa tenda: ritrovare un vecchio amico è pur sempre un piacere.

Bagnold comunica le proprie intenzioni al presidio italiano: la missione inglese è diretta a Maaten Sarra. Rolle offre supporto, una guida esperta e sicura che possa accompagnare il contingente inglese a destinazione. Rifiuto britannico, c’è puzza di bruciato:

Declinano l’offerta dicendo che non possono caricare oltre le macchine […] l’offerta di una guida che li accompagnasse a Maaten Sarra li lasciò assai impacciati.

Il presidio italiano di Ain Doua fotografato dall’aereo del Tenente Colonnello Roberto Lordi. A sinistra si distinguono chiaramente due autocarri FIAT 611 utilizzati nel corso delle operazioni, mentre a destra delle tende si nota Ottavio Rolle con i pugni sui fianchi in tenuta bianca da ufficiale. (Foto da archivio privato)

15 ottobre, 1932:

Il contingente guidato da Bagnold è certo di essersi finalmente liberato dell’ingombrante presenza di Rolle: gli otto inglesi seguono il consiglio degli italiani e si mettono in marcia percorrendo la pista segnata sei anni prima dal principe Kemal el Din. La spedizione scientifica ha i nervi a fior di pelle per via di quegli italiani che in fretta e furia si erano accampati ad Ain Doua:

Rolle evidently had no intention of losing track of our movements

Quattro ford T Arrivano a Maaten Sarra alle ore 12, il caldo si insinua viscidamente sotto la stoffa delle camicie luride. Bagnold strabuzza gli occhi, è incredulo: un uomo in uniforme bianca sta attendendo gli otto membri del contingente inglese al centro di un campo arrangiato dagli italiani:

At Sarra Well another surprise awaited us

Barba folta, sguardo vispo, di media statura; scaltro, alla mano, audace. Cultura sopra la media e un amore smisurato per il deserto.

Chi è l’ennesimo ostacolo a ergersi tra gli inglesi e le loro mire coloniali? Nove anni più tardi, nella strenua resistenza italiana di Cheren, in Eritrea, un Generale di brigata si sarebbe distinto lanciandosi in prima linea contro le truppe inglesi: Orlando Lorenzini. Impeto e tempra d’acciaio, guida i suoi ascari verso morte certa. Cadrà sventrato da una scheggia di granata alle ore quindici del 17 marzo 1941. I suoi compagni, raccogliendone il cadavere sul campo di battaglia, ritroveranno un pizzino nella tasca destra della sua uniforme, scritto dal generale Carmineo alle 13.30 del giorno della sua morte:

mantieni la posizione e avanza lungo la gola del Dongolaas. Riprendi il forte Dologorodoc

Traduzione: “prendi i tuoi uomini e vai a morire”. Dologorodoc, suoni gutturali evocatori di sacrificio e distruzione: ultima funesta impresa del Generale Lorenzini.

Il Tenente Colonnello Orlando Lorenzini (secondo da destra) attorniato dai suoi uomini. (Foto da archivio privato)

La sua caduta segnò l’ecatombe delle linee difensive italiane. Ancora oggi gli ascari eritrei piangono il loro amato Generale:

io mi ricordo che quando mi hanno detto che Lorenzini era morto era un martedì. E io ho pianto che, giuro, sembrava sangue e non lacrime perché un uomo come Lorenzini non c’è.

Morto Lorenzini i cuori delle milizie eritree vacilleranno sotto i bombardamenti dell’aviazione nemica, fino a soccombere. Leone del deserto; Ambesa, “l’invulnerabile”; grande capo dalla grande barba”. Medaglia d’oro al valor Militare Alla Memoria. Orlando Lorenzini: la sua fiamma arde in eterno sull’ambe orientale del Dongolaas.

Non c’è margine di dubbio: Bagnold e i suoi hanno un’altra gatta da pelare.

Orlando Lorenzini, medaglia d’oro al Valor Militare alla Memoria.

Tra il 4 e il 15 ottobre a Maaten Sarra non si è perso tempo: tende verdi dell’Italia coloniale vengono ben piantate nell’arido suolo ai piedi del Gebel Auenàt, una trentina di uomini presiedono il pozzo armati di tutto punto. Si sono precipitati da Cufra a bordo di alcuni autocarri FIAT 611: c’è anche una torre di trasmissione. Gli inglesi meritano la miglior accoglienza.

Lorenzini invita il contingente a fermarsi per la cena e nonostante un’iniziale resistenza da parte degli inglesi la tenacia dell’ufficiale italiano porterà Bagnold ad accettare. Sarà un banchetto che segnerà la storia della Cirenaica: una grezza tavola di ferro viene poggiata su due fusti di benzina per poi essere imbandita di pollo arrosto e spaghetti. Il buon cibo scioglie la diffidenza che corre da un capo all’altro del tavolaccio. Innumerevoli bottiglie di amabile Chianti la spazzano via. Se poche ore prima ad Ain Doua l’aria era intrisa di tensione e sospetto, fiumi di ottimo vino rosso trasformano la cena del 15 ottobre in un memorabile simposio.

Lorenzini in tenuta da ufficiale bianca seduto a tavola con la spedizione inglese. Quella di Maaten Sarra sarà una serata memorabile. (Foto da archivio privato)

A Mateen Sarra si respira del sano cameratismo. La discussione viene condotta da Lorenzini, l’ufficiale italiano riesce con sagacia a destreggiarsi con il francese e l’arabo, tocca nei momenti giusti le corde dei temi più disparati: le teorie del Führer, le manovre della Divisione motorizzata francese, l’impiego degli automezzi nei terreni sahariani. A Maaten Sarra l’atmosfera è conviviale, gli ospiti sono piacevolmente divertiti. Nessuno osa ingaggiare una discussione sui confini, gli ordini dai rispettivi comandi sono stati chiari. Durante l’epica bisboccia non mancheranno momenti di tensione e goliardia grazie alla verve di Orlando Lorenzini, che da buon toscano non le manda certo a dire:

Il Nilo ad Assuan dista solo novecento chilometri da Auenàt. Se scoppiasse la guerra, quale divertimento sarebbe raggiungere Assuan con un battaglione e occupare la diga! Come potreste impedirlo?

Uomini uniti da una grande passione del deserto, come riconoscerà nelle sue memorie Ralph Bagnold, seduti alla stessa tavola nel mezzo del deserto libico. Uomini destinati a farsi la guerra pochi anni più tardi, uniti spensieratamente davanti a innumerevoli bottiglie di Chianti. Un affascinante ed epico ritaglio di storia coloniale libica.

Questa foto fu scattata durante la giornata che culminò con l’epica cena di Maaten Sarra. Da sinistra a destra: Shaw, Sandford, Bagnold, Lorenzini, Craig, Paterson, Boustead, Prendergast, Harding-Newman.

Lorenzini e Bagnold. Caratteri simili, uomini assetati di scoperta, azione, conquista: non nasconderanno mai l’ammirazione reciproca scaturita da quell’indimenticabile incontro sotto la luna di Maaten Sarra. Uno scambio di doni suggellerà la stima tra i due: Lorenzini conferì a Bagnold un portasigarette del XIV battaglione eritreo; gli inglesi fecero incidere con cura un vassoio d’argento triangolare, la cui forma non fu certo frutto del caso, per l’ufficiale toscano: su questo sono riportate le firme di tutti i componenti della spedizione inglese, un tratteggio dei confini del triangolo di Sarra (ironicamente culminanti con dei punti interrogativi, a riprova della contesa coloniale tra italiani e inglesi). Su ciascun angolo del vassoio è presente un simbolo: una tenda in ricordo dell’accampamento di Maaten Sarra; una ford T dello stesso modello usato dalla missione inglese; un pozzo nel deserto sovrastato da una botola semi-aperta.

Vassoi di ringraziamento furono conferiti dagli inglesi anche a Rolle e Penderel. Oggetti a testimonianza di un leggendario incontro. Reliquie custodite gelosamente ancora oggi dai parenti di questi uomini straordinari.

Il volo dimenticato.

Il caso fortuito volle che un passaggio di primaria importanza in questo intreccio di storie, vicende e personaggi rimanesse occultato agli onori e alle cronache per lunghi decenni. I fiumi di Chianti scolati durante il memorabile banchetto del 15 ottobre non impedirono il commiato di Bagnold e dei suoi: alle 8 del mattino del 16 ottobre 1932 gli inglesi levano le tende, direzione Tibesti. Pochi minuti dopo la loro partenza quattro Romeo Ro.1 planano sul campo atterraggio allestito a Maaten Sarra: Bagnold e il Tenente Colonnello Roberto Lordi non si incontrarono per una manciata di minuti. Ciò che avvenne la mattina seguente, quella del 17 ottobre, varca i confini dell’ordinario per approdare in una terra di selvaggia illogicità.

Il tenente colonnello Roberto Lordi nella base aerea di Bir Zighen, 1931. (Foto da archivio privato)

Il sole è ancora nascosto dietro la linea dell’orizzonte, tinte rosseggianti bagnano le pietre all’ombra del maestoso Gebel Auenat: sono le 5.30 e al campo di atterraggio di Maaten Sarra c’è grande agitazione. Gli italiani approfittano dei nuovi avamposti e due Romeo Ro.1 decollano per affrontare una ricognizione sui confini meridionali del territorio italiano. È un volo che rimarrà nella leggenda. Il Ro.1 – 10477 ha ai propri comandi il Colonnello Lordi, il capo osservatore è Nino Caselli; l’altro apparecchio, il Ro.1 – 10324, è pilotato dal Sergente Maggiore Guerrini, accompagnato da Ferraris e dal Sergente Guerra. Navigano a vista, l’angolo di rotta è stato determinato basandosi sull’unica fonte topografica a disposizione: carta della Libia-scala 1:5.000.000 dell’Atlante Internazionale del Touring Club italiano. Pilotare bendati sarebbe stato più semplice.

Provano a seguire la carovaniera Sarra-Tecro (la stessa che nel frattempo avrebbero percorso via terra Bagnold e i suoi) con estrema difficoltà dato che l’altitudine di 1000 metri ne impedisce una chiara visuale. I due equipaggi si affidano all’ago della bussola e al proprio coraggio: la terra che scorre veloce sotto la pancia dei due velivoli non concede alcun tipo di orientamento ai piloti italiani, costretti a correggere l’angolo di rotta a causa dei forti venti. Dopo due ore di volo, date le condizioni atmosferiche ostili, i due aerei sono costretti a effettuare un larghissimo giro che li porterà a spingersi laddove nessuno aveva mai osato: Unianga Chebir e Unianga Seghir, i due laghi situati tra il massiccio del Tibesti e l’altopiano dell’Ennedi, situato nell’odierno Ciad, fino a raggiungere la depressione di Uadi Doum. Unianga Seghir e Unianga Chebir, maestosi laghi dalle acque turchesi: mai nessuno li aveva sorvolati. Lordi, Caselli, Guerrini e Guerra sono i primi uomini della storia dell’aeronautica ad aver accarezzato con i propri Ro.1 le pendici orientali del Tibesti e dell’Ennedi. Un’impresa leggendaria portata a termine con coraggio e ardore.

Uno dei due Romeo Ro.1 che il 17 ottobre del 1932 si spinsero fino ai laghi di Unianga. (Foto da archivio privato)

Il Romeo Ro.1 di Guerrini in volo sopra Unianga. (Foto da archivio privato)

 

Il lago di Unianga Chebir fotografato dal Romeo Ro.1 pilotato dal Colonnello Lordi. Un documento di straordinaria importanza. (Foto da archivio privato)

Questo mitico volo rimase a lungo sepolto sotto il peso di una storia scritta in larga parte dagli inglesi: non avendo visto arrivare Lordi la mattina del 16 ottobre, Bagnold e i suoi credettero che il Colonnello avesse desistito a causa della tempesta di vento in arrivo su Maaten Sarra. In realtà il pilota italiano si era attardato per un motivo ben preciso: negli ultimi due giorni si era intrattenuto a Bengasi in compagnia di Rodolfo Graziani per aggiornare il Governo della Cirenaica sugli ultimi sviluppi legati alla stessa missione britannica.

Grazie allo straordinario lavoro sul campo di Michele Soffiantini, Roberto Chiarvetto e Alessandro Menardi Noguera, impegnati per dieci anni in numerose spedizioni sul campo in Libia, in Ciad e in Sudan e in altrettanto numerose opere di ricerca negli archivi militari e di Stato tra Londra e Roma, questa straordinaria impresa ha finalmente ritrovato una collocazione nella storia dell’aeronautica: “in volo su Zerzura”, edito dall’Aeronautica nel 2015 è una testimonianza chiave che il tempo non potrà scalfire. La traduzione di quello che può a tutti gli effetti definirsi un testo scientifico in lingua inglese suggella la rivincita di una Nazione su una narrazione lacunosa offerta dagli storici britannici. Saul Kelly, solo per citare il più rinomato, ha negato per anni l’impresa di Lordi nel suo “The Lost Oasis: The True Story Behind The English Patient”, basandosi esclusivamente sulla versione parziale fornita da Bagnold. È il fiore all’occhiello di una storia del deserto tutta italiana, capitolo leggendario di due intensi anni di esplorazioni geografiche nel deserto.

“Flying over Zerzura”: il testo tradotto in lingua inglese verrà presentato prossimamente a Londra.

EPILOGO.

Gilf kebir, Gebel Auenat, Gran Mare di Sabbia: quadrante geografico messo integralmente a nudo solo nel XX secolo, frammenti inesplorati di deserto, aspra culla allevatrice di tribù, pastori e nomadi. Il serìr sahariano è un Crocevia di storie, spaccati di vita, ne conserva tutt’oggi le tracce: solchi di carri, automezzi e cammelli resistono fieramente nella sabbia. Laszlò Almasy, Ottavio Rolle, Roberto Lordi, Ralph Bagnold, Orlando Lorenzini: uomini, compagni, nemici, avversari, eroi. Tutti sono passati di qui, il destino di ognuno di questi personaggi è legato alla leggendaria Zerzura. La città bianca come una colomba cinge tra le sue leggendarie mura il pathos di questi uomini straordinari: ma qual è il confine tra leggenda e realtà quando si parla di Zerzura? Laszlò Almasy spezza le catene del mito e del mistero: per il magiaro Zerzura corrisponderebbe alla già menzionata Wadi Abd-el Malik. Nel marzo del 1933 il Conte scoprì l’origine del nome di questa valle del Gilf Kebir grazie alla testimonianza resa a Cufra da un beduino Tebu, Ibrahim, poi incontrato una seconda volta proprio in quella Ain Dua presidiata dagli uomini di Ottavio Rolle:

il Wadi Abd al-Malik, come ti ho già raccontato a Cufra, deve il suo nome a un uomo che ha vissuto lì con il suo gregge

Laszlò cercò quel vecchio pastore Zwaya per anni. Riuscì a trovarlo nella primavera del 1936 al Cairo, ottenendo così finalmente la storia legata al nome di Wadi Abd-el Malik: anni prima a Cufra c’era bisogno urgente di cammelli e Ibrahim Ab del Malik Zueia fu incaricato di cercarli presso tale valle su ordine di Sayyed Idris al-Sinussi, futuro primo Re di Libia.

Dopo anni di missioni e spedizioni nel deserto Almasy si ritrova seduto davanti alla risposta a lungo agognata:

nelle valli ci sono mufloni, volpi e molti piccoli uccelli (zarazir) e credo che in passato la valle fosse chiamata Zarzura proprio a causa di questi zarazir.

Fu così che per molti cadde il mito di Zerzura, perla del deserto: ammaliante, seducente, calamita di velleità e sogni. Zerzura magnetica, Zerzura elettrizzante, Zerzura ingannatrice, Zerzura castigatrice.

L’esistenza degli uomini protagonisti di questo racconto è rimasta sospesa, seppur per un breve lasso temporale, attorno al suo mistero. Frammenti di vita intrecciati, accostati, respinti, ora vicini, ora lontani. Zerzura forza concentrica, Zerzura incubatrice di vissuti spinti oltre l’ordinario.

Ralph Bagnold non accettò mai la posizione di Almasy a proposito dell’identità di Zerzura. Il suo diario di viaggio, “Lybian Sands”, costituisce ancora oggi una speranza per orde di affamati cercatori di fortune nelle sabbie del deserto libico:

Fino a quando una qualunque parte del mondo rimarrà inesplorata, Zerzura sarà là, ancora da scoprire. Col trascorrere del tempo questa parte diverrà sempre più ristretta, più delicata e particolare, ma sarà ancora lì. Solo quando tutte le difficoltà di viaggio saranno superate, quando l’uomo potrà vagare per periodi illimitati su tratti di terra dove normalmente la vita non esiste, allora Zerzura comincerà a decadere. Forse verrà il tempo in cui tutta la superficie della terra sarà stata vista e rilevata, quando nulla sarà rimasto da scoprire. Fantastichiamo di poter ritrarre lo scavatore che rivolta col suo piccone l’ultimo scampolo di suolo non ancora esaminato. Dietro di lui intravediamo un gruppo di esperti, microscopi e quaderni di appunti, mentre in fronte, a lui molto vicino in quel momento, si ergono le porte serrate delle mura caliginose della città. Il piccone viene ritirato. È giunto il tempo infine in cui gli esperti possono chiudere i loro quaderni d’appunti poiché non rimane più nulla che non sia già stato trovato. Vediamo Zerzura crollare rapidamente in polvere. Piccoli uccelli si sollevano dal suo interno e volano via. Una nuvola attraversa il sole ed il mondo appare ottuso e incolore.

1935, una profezia di destabilizzante attualità: manifesto per illusi e sognatori che, seppur costretti nella morsa del XXI secolo, continuano ad affollare biblioteche, giungle, scantinati, retrobotteghe, deserti, caffè, osterie, altopiani e lande desolate. Chi si nutre di mistero e di storie avvincenti, chi stropiccia la propria esistenza inseguendo il fascino del mito non può certo crepare assistendo a quella stramaledetta ultima picconata. Zerzura continua a vivere nel cuore di chi sa immaginare.