Prima che diventasse uno degli slogan di propaganda dello Stato Islamico, il termine Sykes-Picot veniva difficilmente ricordato in Occidente, se non dagli esperti di Medio Oriente. Lo stesso video diffuso dal Califfato nel 2014, dove si vede la distruzione del confine tra l’Iraq e la Siria, di fatti porta il nome di “The end of Sykes-Picot”.  Il termine però, ha origini ben più lontane nel tempo. Questo, infatti, deve il suo nome ai due diplomatici, l’inglese Mark Sykes e il francese George Picot che, nel pieno corso della prima guerra mondiale, decisero le sorti del Medio Oriente, lasciando un primo segno indelebile di interferenza occidentale nella storia della regione.

.
“The End of Sykes-Picot”

La leggenda narra che il 16 Maggio del 1916, i due, seduti a tavolino con una mappa del Medio Oriente dell’epoca sotto gli occhi, divisero la regione in zone di influenza tra Gran Bretagna e Francia tracciando una linea che andava dalla “A” di Acri, città sul Mediterraneo, fino alla “K” della città irachena di Kirkuk. I due diplomatici decisero che all’indomani della guerra, tutti i territori al di sopra della linea sarebbero andati sotto l’influenza britannica, mentre i restanti, sotto quella francese. In quella notte di maggio, in cui si conclusero quelli che sono passati alla storia come gli Accordi di Sykes-Picot. Mr. Sykes e Monsieur Picot non fecero altro che gettare le basi per il futuro assetto territoriale del Medio Oriente.

Mappa dell'accordo Sykes-Picot

Mappa dell’accordo Sykes-Picot

Gli Accordi sono passati in secondo piano nella travagliata e complicatissima storia del Medio Oriente, tanto che sono stati spesso ritenuti un evento che ha pesato meno, rispetto ad altri, sul destino della regione. La stessa ricostruzione storica, infatti, pur essendo ricca di pathos, non fa altro che sminuire la portata e l’importanza storica che invece questo evento ha avuto per il futuro del Medio Oriente, facendolo passare agli occhi di chi si approccia allo studio di quest’area come una semplice “linea sulla sabbia”. Dall’altra parte invece, altri ritengono che le decisioni prese dai due diplomatici abbiano avuto importanti conseguenze dal punto di vista geopolitico, cadendo nell’errore di individuare gli Accordi di Sykes-Picot come il momento di determinazione dei confini degli stati odierni che compongono il Medio Oriente contemporaneo. Un errore storico non da poco, poiché questi saranno definiti soltanto con la Conferenza di San Remo del 1920 e con la conseguente istituzione dei mandati inglesi e francesi nelle aree definite dagli Accordi: Siria e Libano nell’area francese, Iraq e Giordania nell’area britannica. Oggi, a distanza di un secolo, si è acceso un dibattito tra gli accademici su quali conseguenze territoriali e politiche abbiano avuto gli Accordi sul Medioriente e, in particolare, su quanto abbiano contribuito alle recenti crisi che gli stati sorti nell’area di Sykes-Picot hanno conosciuto, Siria e Iraq in particolare.

Delegati alla Conferenza di San Remo (1920)

Delegati alla Conferenza di San Remo (1920)

Tra i protagonisti del dibattito spicca Patrick Cockbur, corrispondente in Medio Oriente per il giornale inglese The Indipendent, che, nel giugno del 2013, ha scritto un breve saggio sulla guerra in Siria pubblicato dal London Review of Books. Il giornalista, portando avanti la sua analisi, descrive il futuro degli stati del Medio Oriente come incerto, al punto da ipotizzare un nuovo assetto territoriale che andasse a sostituirsi a quello da lui definito “fallimentare”, previsto dagli Accordi di Sykes-Picot, causa delle crisi politiche della regione, a detta dell’autore. Lo stesso Cockbur scrive:

What will the new order in the Middle East look like? 

Hanno cercato di dare una risposta al quesito, Cook e Leheta, due accademici che hanno analizzato la validità di quest’affermazione nel loro articolo pubblicato lo scorso anno sulla rivista americana Foreign Policy. Quando si parla di Medio Oriente, la fine e il conseguente fallimento degli Accordi sono oramai una consapevolezza a tutti gli effetti. Non solo, ma il fallimento di quattro stati dell’area, Siria, Iraq, Yemen e Libia, ne è la prova diretta. Continuare a sostenere però, che l’attuale frammentazione dell’area mediorientale e che le continue crisi politiche che vi si verificano siano la diretta conseguenza degli Accordi, non è corretto. In particolare, non è corretto individuare nella ridefinizione dei confini dell’area l’unica risposta ai danni provocati dagli Accordi stipulati un secolo fa. Cook e Leheta, infatti, scrivono:

This focus on Sykes-Picot is a combination of bad history and shoddy social science

Ciò che è necessario, dunque, è cercare di andare oltre alla questione relativa ai confini territoriali e, in particolare, agli Accordi di Sykes-Picot, i quali non sembrano più poter giustificare il caos, tantomeno politico, in Medio Oriente. Il vero problema politico del Medio Oriente, infatti, non riguarda tanto il passato, quanto la legittimità dei governi attuali. Gli abitanti della regione, infatti, dopo un passato segnato dall’influenza occidentale, da scelte politiche volte al perseguimento d’interessi esterni e da regimi autoritari all’indomani dell’indipendenza, vogliono scegliere da chi essere governati. Vogliono colmare le distanze tra cittadini e cittadini, frutto delle differenze etniche religiose, e quelle tra cittadini e governo, frutto d’istituzioni fragili se non inesistenti che, sia nel periodo del mandato e successivamente con i regimi autoritari, hanno sempre favorito chi detiene il potere. Infatti, il settorialismo sia etnico sia culturale all’interno delle società mediorientali, a oggi, non è da ricondurre a questioni geografiche né tanto meno agli Accordi di Sykes-Picot.

Mark Sykes e François Georges Picot

Mark Sykes e François Georges Picot

Chi sostiene che le cause debbano essere ricondotte agli Accordi di Sykes-Picot, come lo stesso Cockburn, non prende in considerazione l’esperienza dei regimi autoritari che i paesi hanno conosciuto all’indomani dell’indipendenza e le conseguenze politiche che questi hanno portato, riducendo tutto così esclusivamente a cause legate all’origine geografica del Medio Oriente. A cento anni di distanza dunque, invocare “La fine di Sykes-Picot” in modo simbolico, per porre fine all’interferenza occidentale in Medio Oriente, è sicuramente più corretto che invocarla per ristabilire un nuovo assetto territoriale. Non solo perché sarebbe impossibile in termini pratici, salvo che l’assetto proposto non riuscisse ad accordare tutte le popolazioni e le minoranze etniche e religiose della regione, ma in particolare perché andrebbe a contrastare con la dinamicità della storia: la stessa dinamicità che caratterizza e rende il Medio Oriente, una regione unica nel mondo.