È la Calabria, precisamente Casignana, piccolo centro nella provincia di Reggio Calabria, la mise en roman che Mario La Cava sceglie per il suo romanzo storico “I fatti di Casignana”, riportando all’interno del dibattito letterario e politico-sociale uno dei momenti più drammatici della storia del Novecento. Le polemiche erano sorte nell’immediato già nel 1974, quando Einaudi pubblicò per la prima volta lo scritto dell’autore calabrese, sia perché considerato tardivo rispetto all’accaduto avvenuto cinquant’anni prima, sia – questione più attendibile – per la riconoscibilità all’interno del romanzo di alcune figure storiche locali, quindi realmente esistite. Quest’ultimo caso, in effetti, valse a La Cava non poche minacce da parte di parenti e discendenti dei veri protagonisti che, sebbene celati sotto nomi di fantasia, sono perfettamente riconoscibili dalla gente del circondario di Casignana.

È necessario quindi premettere che i nomi dei protagonisti della strage, i veri nomi utilizzati in questa occasione, sono stati rivelati dalle attestazioni storiche effettuate per riportare alla luce quella parte di Calabria che fu una delle protagoniste nel panorama post bellico della Prima Guerra Mondiale. L’importanza del romanzo di Mario La Cava fa riemergere con prepotenza una delle tante situazioni che il governo italiano, durante la prima metà del Novecento, ha tentato di nascondere, non considerando però l’esistenza farla riemergere e che, con la recente riedizione a opera di Rubbettino, riporta la questione nel dibattito dopo ben novantasette anni dalla strage.

“I fatti di Casignana” di Mario La Cava (Rubbettino, 2018)

È lo stesso Goffredo Fofi, autore della prefazione al romanzo, a considerare “I fatti di Casignana” «il capolavoro assoluto di La Cava» nella misura in cui è il meno letterario dei suoi testi, poiché, al suo interno, oltre alla dimensione romanzesca – necessaria per dare forma a un testo del genere – si rileva un ibridismo assoluto che tocca lo studio antropologico e la riflessione politica e sociale non solo calabrese, ma italiana in generale. Lo scrittore infatti, sebbene narri gli eventi delle rivolte contadine del paesino della Locride, fornisce al lettore un quadro molto chiaro del contesto storico italiano.

La Cava si ispira per il suo romanzo alle prime stragi del 1969, in particolare quella di Piazza Fontana a Milano, che aveva fatto riemergere il senso di fratellanza offeso nel suo cuore quando, ancora ragazzo, aveva sentito parlare dei movimenti popolari e del trionfo del fascismo. Quello stesso fascismo, dopo la sua caduta, non aveva cessato di esistere e così «il serpente nero» si era insinuato tra le strade italiane fino a raggiungere i cardini dello Stato proprio negli anni di piombo. E così la strage di Casignana del 1922 si pone al centro del suo pensiero come un episodio del quale «nessun poeta aveva raccolto la voce».

La Grande Guerra era terminata, l’Italia aveva vinto ma il suo popolo era stremato. Il conflitto non aveva destabilizzato solo l’assetto politico, ma aveva riposto nelle genti un sentimento di speranza nel cambiamento della Nazione. Era necessario lasciare nel dimenticatoio il passato per entrare nell’azione immediata, sull’onda rivoluzionaria d’ispirazione russa.

Accanto al propagandistico “mito della rigenerazione” del nuovo movimento nazional-rivoluzionario di Benito Mussolini, il ritorno di Lenin in Russia e la rivoluzione del febbraio 1917 avevano riposto nel Partito Socialista Italiano «un’opportunità concreta e percorribile» che contrastasse l’azione interventista mussoliniana. Le elezioni del 1919 avevano visto i socialisti primo partito. Il PSI era considerato da operai e contadini, reduci di guerra, lo strumento adatto per una rivoluzione proletaria in Italia. Il socialismo quindi era determinato a spingere lo Stato a mantenere le promesse fatte. Il giornale di partito “Avanti!” scriveva:

Sentiamo che è venuta l’ora di tenere fede agli impegni presi, di passare dalle parole ai fatti. Compagni sorgiamo! La grande ora sta per scoccare!

Le masse popolari dovevano insorgere su coloro che le avevano sfruttate nel corso della guerra; in fondo era grazie a loro, contadini, braccianti, operai – insomma, quella che era ancora definita plebe – che l’Italia era arrivata alla vittoria.

Sostanzialmente il Paese era diviso in due fazioni: da una parte coloro che la guerra l’avevano fatta, dall’altra quelli che erano rimasti a casa, continuando a coltivare sentimenti interventisti e rivoluzionari, in netto contrasto rispetto ai veri reduci che, tornati dal fronte, erano praticamente rimasti con in mano un pugno di mosche.

L’esercito italiano era un esercito di contadini che di certo conoscevano bene la situazione delle campagne. Nelle lettere nulla era celato, tutto era scritto e, nonostante i tanti “disertori” che abbandonavano le armi per rientrare nei campi, molti erano rimasti a combattere il nemico, guidati dalla fiducia riposta in quelle promesse fatte loro dal governo: sarebbero tornati vittoriosi e avrebbero ricevuto il diritto di proprietà della terra. Ma i contadini, oltre alle perdite nelle famiglie, alla mancanza di lavoro, alla povertà incombente e al rincaro della vita post-bellico, una volta tornati dal fronte dovettero affrontare la dura realtà: non avrebbero avuto alcun riconoscimento.

D’altronde la storia ce lo dice: il popolo non doveva scalare la gerarchia sociale bensì rimanere al suo posto di servo della gleba, sfruttato per la ricchezza di chi la guerra l’aveva voluta come pretesto economico e militare per mostrare il peso della nazione italiana, un “rinnovamento” – per riprendere il concetto futurista messo poi in atto da Marinetti – per sradicare le tradizionali istituzioni liberali.

Le regioni che nel corso del biennio rosso risentirono maggiormente di questa situazione furono quelle del Meridione, dove il sistema feudale non aveva alcuna intenzione di mostrare cenni di indebolimento. Il 1920 fu quindi un anno pregno di sangue e rivendicazioni. Arturo Colombi, ex combattente socialista, racconta come

La lotta era aspra, per il fatto che i contadini, malgrado ponessero delle rivendicazioni di carattere contrattuale, si ponevano l’obiettivo della conquista della terra

Nel 1922 non si era spenta la fiamma del sentimento di giustizia e, spinte dall’ondata di rivendicazioni, anche in Calabria le masse contadine decisero la ribellione. Nel piccolo feudo di Casignana, appartenente alla principessa di Roccella, il 22 settembre di quell’anno si consumò una delle stragi più violente e ignobili di tutta la storia meridionale moderna.

Alla base della rivolta contadina c’era un decreto del 1919 (noto come legge Visocchi) emanato dal governo presieduto da Francesco Saverio Nitti su proposta del ministro dell’agricoltura Achille Visocchi, che finalmente consentiva alle classi povere italiane, ai reduci di guerra, di ricevere le terre incolte dei latifondisti, sebbene con piccole concessioni. In base al decreto Visocchi, Casignana avrebbe ricevuto la Foresta Callistro, feudo dei principi Carafa di Roccella, assegnata alla custodia di Luigi Nicita, affittuario della principessa.

Achille Visocchi, ministro dell’agricoltura del governo Nitti, padre del cosiddetto “decreto Visocchi”

È bene precisare che il decreto era stato emanato proprio al tempo delle prime insurrezioni operaie e contadine per timore che queste, specialmente al sud, sfociassero in una rivolta ancor più grande. Nitti, l’anno successivo, avrebbe consegnato le dimissioni, poiché incapace di affrontare il difficile equilibrio sociale e parlamentare, e avrebbe ceduto le redini del governo a Giovanni Giolitti, già reggente della scena politica italiana prima della Grande Guerra e i cui provvedimenti erano fortemente contrastati dalla maggioranza socialista, che lo riteneva incapace di risolvere la crisi.

Al contrario di quanto si possa pensare, quella di Casignana non fu un’insurrezione, come era accaduto per altre regioni italiane, bensì una simbolica occupazione, una protesta pacifica utilizzando un’espressione odierna, con l’obiettivo di instaurare un dialogo tra la massa contadina e i latifondisti.
Mario La Cava si inserisce dirimpetto nella storia contadina di questo luogo. Tramite uno studio antropologico si immerge tra i vicoli della campagna, quasi come un testimone oculare che narra le vicende e la psicologia di entrambe le parti, contadini e padroni. Fa riflettere che La Cava, basandosi su profonde ricerche storiche, sia l’unico scrittore italiano, calabrese, a riportare alla luce una vicenda che sia la storia sia la politica hanno tentato di celare. Il massacro di Casignana, ad opera di Luigi Nicita alleato al corpo di polizia e al fascismo, si consumò nel silenzio volutamente eretto da uno Stato che si stava avviando a un secondo tempo dittatoriale.

Tra il luglio e il settembre del 1920 il fascismo non aveva ancora trovato l’appoggio totalitario del popolo, sia perché il movimento era ancora in fase embrionale, sia perché la situazione delle masse insorte non garantiva la strada spianata per instaurare quello che sarebbe stato il nuovo regime. Poiché già nelle piazze italiane la propaganda di nazionalizzazione era cominciata tramite metodologie violente, i fascisti si fecero strumento anche di quei sentimenti di paura e rivolta dei proprietari terrieri, i quali non esitavano a utilizzare la forza contro le organizzazioni sindacali. Squadre armate sorsero e agirono un po’ ovunque, soprattutto nelle campagne, e si attuò ciò che il liberale giolittiano Eugenio Artom spiegò in un’intervista (e che La Cava espone al lettore) ovvero l’impiego di una:

nuova forma di violenza, con una tattica ben chiara: non combattere le masse, ma nelle masse individuare una serie di persone, altolocate e non, contro cui esercitare individualmente e personalmente una violenza repressiva

Luigi Nicita, affittuario della Foresta Callistro, puntò a frenare l’azione di due soggetti in particolare che non si erano accontentati solo di attuare la legge Visocchi, ma avevano indotto i casignanesi ad abbracciare le idee socialiste. L’obiettivo era l’annichilimento di Francesco Ceravolo, medico tornato dalla guerra con forti idee socialiste, e di Pasquale Micchia, che nel 1921 era stato espulso dall’Arma dei carabinieri dopo aver tenuto un comizio contro la guerra a Reggio Calabria. Essi erano rispettivamente il sindaco e il vicesindaco di Casignana.

Il 22 settembre – a pochi giorni dalla marcia su Roma – Ceravolo e Micchia, accompagnati da un cospicuo numero di contadini, avevano deciso l’occupazione della terra dopo che il prefetto aveva disposto il riesame e il ritiro della legge. Esattamente sul punto delle Tre Croci furono sparati 101 colpi d’arma da fuoco, 39 cartucce a pallottole e 62 a mitraglia, sotto il comando del vicecommissario Rossi spalleggiato dai carabinieri e dai fascisti. Dalle fonti storiche si apprende che quel giorno, oltre a Micchia, morirono anche Girolamo Panetta e Rosario Micò. Restarono invece gravemente feriti, oltre al sindaco Ceravolo, Rocco Mollaci, Natalino Russo, Rosa Ombrello, Giulio Scappatura e Domenico Di Gori.

L’orrore che seguì è quello che esalta l’angoscia del lettore: i carabinieri e i fascisti nascosero i corpi delle vittime per paura di un’insurrezione del paese e ancora, gli autori e i complici della strage non furono puniti se non con semplici trasferimenti, come per il prefetto Ferrara, il sottoprefetto di Gerace, Leone, e il vicecommissario Rossi, o con qualche giorno di galera per i fascisti Cagliostro e Di Giorgio. La vicenda di Casignana si pone come esplicito esempio di quella dittatura che aveva iniziato a insinuarsi tra i vicoli dei paesi. È tra le strade, mescolandosi alla gente, che si impone il potere. La dittatura parte dal basso. Il ragionamento attuato è molto semplice: annientare il pensiero di pochi, per annientare il popolo.

Ed è ciò che accade a Ceravolo nel romanzo: non fu sconfitto perché aveva perso una battaglia, ma perché aveva preso coscienza della macrostoria, comprendendola e assorbendola. Essa lo avrebbe condotto a un esilio auto-imposto, fino al suicidio. Ceravolo, come molti leader delle rivolte contadine, aveva commesso il grave errore di riuscire a sopraffare il fascismo ormai alle porte, illudendosi di uscirne vincitore.

Gli onorevoli socialisti Mancini e Mastracchi si recarono a Casignana subito dopo la strage portando al Parlamento la denuncia di quel massacro. Non valse a nulla. Non fece breccia neanche nei cuori del governo successivo alla dittatura. Il socialismo aveva perso colpi, schiacciato dal peso del nuovo partito fascista. Infatti lo stesso Mussolini si interessò alla vicenda di Casignana inviando sul posto Giuseppe Bottai, altro pretesto per accanirsi su quella gente. Bottai raggiunse il paese per l’inchiesta, ma qualcuno sparò un colpo d’arma da fuoco che lo ferì di striscio. Ecco l’ennesima scusante! Alcune persone vennero arrestate e la colpevolezza si concretizzò sui casignanesi. Ma erano stati loro a sparare? O fu un pretesto per inasprire ancora una volta gli animi contro i contadini? Questo non lo sapremo mai.

Mario La Cava

La strage non è dimenticata ma rivelata in tutte le sue fattezze da Mario La Cava, il quale comprende che i contadini avevano preso coscienza di essere importanti, di avere un grosso peso politico, di avere pagato più delle altre classi sociali e in quel momento presentavano il conto al governo. Essi erano coloro che avevano resistito alle trincee, avevano difeso la linea del Piave contro l’attacco austro-ungarico, quindi avevano il diritto di essere ripagati dalla patria secondo giustizia sociale. Casignana si ammanta però del dolore del silenzio, della notizia dapprima celata e poi giunta con due giorni di ritardo alle orecchie del governo, rimasto volutamente indifferente nonostante i nomi dei colpevoli.

La strage di Casignana è la dimostrazione di uno Stato che sfruttava il suo popolo per i propri interessi. Il popolo è ignorante e tale deve rimanere: sottomesso, indebolito, svuotato di ideali differenti dalla dittatura sorgente.

Un articolo sul giornale “La Calabria” del 29 settembre 1922, a pochi giorni dalla strage, riportava con grande ironia queste parole:

Questo il contadino di Calabria non deve sapere, poiché diversamente potrà spezzarsi il servilismo tradizionale e il governo per infrenare e strozzare ogni fremito santamente rivoluzionario, dovrà chiedere l’aiuto dei somali e dei beduini. Viva Ferdinando di Borbone!