«Dopo il Timavo c’è la costa degli Istri fino a Pola, che fa parte dell’Italia»

Strabone

 Tra le conseguenze della sconfitta Italiana nella Seconda Guerra Mondiale, la perdita dell’Istria, della Dalmazia e di parte della Venezia Giulia, risulta assai dolorosa e atroce, specie per le sofferenze che la popolazione di quelle zone subì durante il periodo 1943-1945 a causa del solo fatto d’essere Italiani.

Eppure quelle terre erano, per Storia, tradizione, cultura, a stragrande maggioranza italiana: dopo essere state per lungo tempo sotto il dominio illuminato di Venezia, erano state amministrate per un secolo dalla diligente burocrazia Austro-Ungarica, orgoglio di quell’ Impero Asburgico ribollente di nazionalità diverse. Solo tramite la Grande Guerra e la Vittoria Italiana le ultime terre irridente, insieme a Trento e Trieste, divennero ufficialmente territorio del Regno d’Italia. Molti combattenti di quel conflitto, pur essendo formalmente austriaci, venivano da queste zone e combatterono per le forze armate del Regno: fra i tanti eroi, ricordiamo Nazario Sauro, nativo di Capodistria, splendida figura di marinaio, fucilato dopo essere stato catturato durante un’ardita azione notturna nel 1916.

Il trattato di Rapallo del 1920 cedeva al Regno d’Italia la quasi totalità del precedente Margraviato d’Istria, che fu diviso nella tradizionale ripartizione amministrativa Italiana in tre province, aventi rispettivamente come capoluoghi Pola, Fiume, Trieste. Dal punto di vista etnico, la concentrazione delle popolazioni slave era preponderante nelle zone interne, povere e rurali, mentre le coste e i principali centri urbani vedevano la netta prevalenza dei madrelingua Italiani. Il censimento del 1921 rilevava, nella sola Provincia di Pola, 199.942 italiani (67%) e 90.262 croati (23%), più un 9% fra tedeschi e sloveni, principalmente ex-dipendenti pubblici austriaci. Unica lingua ufficiale era l’Italiano: successivamente alla Marcia su Roma e al consolidamento del Regime, la parte slava fu costretta a un forzato processo di “italianizzazione”: veniva vietato l’insegnamento nelle scuole del croato e dello sloveno; i toponimi non italiani erano aboliti e sostituiti d’ufficio con nomi italianissimi; stesso procedimento veniva infine applicato ai cognomi slavi, convertiti in italiano.

La prevaricazione e la discriminazione anti-slava fu accentuata dopo l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno del 1940: con l’invasione e la conquista della Jugoslavia nel corso del 1941 le disposizioni si fecero sempre più pressanti, a causa della comparsa delle prime bande partigiane antifasciste. Solo 6 giorni prima dell’8 settembre, il Prefetto dell’Istria comunicava allarmato a Roma che si diffondeva nella provincia un diffuso senso di paura di vendetta, che avrebbe potuto spingere le popolazioni slave, dopo vent’anni di sudditanza, a sollevarsi con la forza contro gli italiani. Soltanto l’occupazione tedesca dell’Istria, nell’ottobre 1943, impedì ai partigiani titini di compiere appieno l’opera di morte che espleteranno, invece, due anni più tardi. Tra il 1943 e il 1945 la penisola istriana diviene zona di guerra, non soggetta alla giurisdizione della RSI, bensì incorporata al Reich tedesco con denominazione di OZAK Operations Zone Adriatisches Küstenland (Zona d’operazioni del Litorale Adriatico), a causa della volontà Hitleriana di riportare, a guerra finita, i vecchi territori Asburgici in seno alla Grossdetuschland nazionalsocialista.

In questo lasso di tempo la difesa del confine orientale fu affidata, oltre che alle divisioni della Whermacht, a due reparti regolari dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana (Battaglione Bersaglieri Mussolini e Reggimento Alpini Tagliamento), distintisi nei feroci scontri con le bande partigiane, composte da comunisti jugoslavi e italiani. Con la fine della guerra, l’Istria e la Venezia Giulia subirono la drammatica dittatura delle forze Titine, che continuarono la pulizia etnica iniziata nel settembre 1943, uccidendo sistematicamente oltre 20mila Italiani. I superstiti furono costretti all’esilio, che assunse presto i contorni di un drammatico Esodo, con l’emigrazione forzata di oltre 300mila profughi.

Il destino di questa martoriata terra fu deciso alla Conferenza di Parigi del 1947, che certificò il passaggio dell’Istria alla Jugoslavia. Nel dopoguerra, il regime di Tito concesse alcune libertà agli istriani italiani (tra cui la famosa radio-tv Telecapodistria), mentre la gran parte del territorio, rimasto spopolato a causa del massiccio esodo, fu ripopolato da croati, sloveni e, in misura minore, serbi, bosniaci, montenegrini. In seguito al disfacimento dello stato jugoslavo, all’inizio degli anni 90, l’Istria è ora divisa tra Croazia e Slovenia.

L’amaro destino toccato in sorte alla gente d’Istria, per lungo tempo tenuto forzatamente nell’oblio da una determinata area politica, non ha comunque impedito la difesa dell’identità e della tradizione istriana, in giro per il Mondo. Rimane, però, il rimpianto per una parte d’Italia e d’italiani che pagò, in uno dei momenti peggiori della nostra Storia, per tutta la Nazione il prezzo terribile della sconfitta. Gli Italiani d’oggi è bene che non lo dimentichino.