Consultare in biblioteche fredde e desolate poderose raccolte di quotidiani costituisce un piacere sottile, morbosamente patologico per chi è uso perdersi nei meandri sublimi della Storia. A volte, anzi, val più un’ora spesa tra vecchie réclame e corsivi arabescati art déco che un semestre intero perduto nell’accademica catena di montaggio dell’insegnamento universitario. Vuota- e spesso vana-  teoria contro viva carta, onusta di lustri e consunta da chissà quanti e quali mani. Si affronta l’oceano di inchiostro col rischio perenne di sbandare paurosamente, perdendo di vista il motivo della ricerca, sfracellandosi su una data fatale o su una sorpresa eventuale. Resistere alle sirene del Passato richiede mente muta e cuore sordo. Noi, inguaribili passatisti, non abbiamo tali requisiti da calvinista bocconiano. Chi scrive ha difatti perduto la barra approdando, per vie misteriose e nascoste, ad un’epopea di matite, chine e firme svolazzanti oramai ignota e dimenticata che purtuttavia merita di essere riscoperta. Mai come in questo caso il naufragar ci è dolce in questo mar.

Perduto ogni riferimento temporale, ci siamo inabissati lungo i proclivi e le vallate dell’Avanti!, il foglio di battaglia del Partito Socialista Italiano. Precisamente, nelle collezioni relative al decennio che dalla guerra di Libia- attraverso il tremendo macello di gloria e sangue delle trincee- condusse l’Italia alla guerra civile e all’avvento del Fascismo. A quel tempo il PSI, diviso tra massimalisti rivoluzionari e cauti riformisti, costituiva l’avanguardia del proletariato italiano e il primo, vero tipo di partito “di massa” nella scena politica nazionale. L’Avanti! era dunque uno degli strumenti più incisivi e diffusi della narrazione operaia: letto in tutta la Penisola, assumeva all’epoca i caratteri di un quotidiano ribelle, ostile alla Monarchia, al Regio Esercito e all’ordine borghese tanto da essere sequestrato più volte già durante il governo del liberale Giolitti. Sovente la colpa principale- più dei salaci articoli della redazione milanese rintuzzati da un certo, formidabile giornalista di Predappio-era spesso e volentieri del vignettista del giornale: Giuseppe Scalarini.

Con la moglie Carolina a Capodistria nel 1903. Notare il vezzo del fioccone da rivoluzionario

Con la moglie Carolina a Capodistria nel 1903. Notare il vezzo del fiocco

Nome oggi ignoto, ma la cui ri-scoperta vale la pena d’esser tentata. Le fotografie d’anteguerra ce lo restituiscono uomo già maturo, dalla capigliatura folta e dal baffo irriverente, agghindato con un fioccone rosso da rivoluzionario romantico. Lo sguardo è vivo e vibrante, nonostante la non più giovanissima età (era infatti nato a Mantova nel 1873): sul volto i segni della giovinezza tormentata, spesa tra Regie Questure, esili svizzeri e moti di piazza, sono ostentati in sprezzo della morale del Tempo. Ciò che non raccontano gli ovali seppiati, però, è la potenza dinamitarda della penna-pennino dell’artista socialista. Egli tratteggia in carboncino, sfuma con la china i vizi e le vergogne dell’Italia di Vittorio Emanuele III, indirizzata dai pingui capitani d’industria nostrani sui binari del militarismo imperialista, da inseguire sulla pelle dei Lavoratori d’Italia. Non a caso, Scalarini inizia a collaborare con il foglio del PSI nel 1911 durante l’avventura libica, e sin dalle primissime opere evidenzia i leitmotiv che caratterizzeranno un’epoca: l’affarismo e l’ingordigia del Capitalismo Italiano, l’appecoronamento vile dell’Esercito, l’inconsistenza della Monarchia, l’ingerenza della Chiesa, lo sfruttamento codardo in fabbrica e nei campi delle classi subalterne.

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Lungi dall’usare stinti cliché, la penna principale della satira politica del Regno denuncia coraggiosamente la connessione tra Capitale, Forze Armate e Corona che porterà di lì a breve il Paese nel baratro della Grande Guerra. Il pacifismo internazionalista di Turati e soci, combattuto dal giuda Mussolini nell’autunno 1914, trova Scalarini in prima linea nella battaglia a difesa della neutralità e del non-intervento. Scatenatasi l’orgia di morte dopo il 24 maggio, per l’artista si apre il periodo più aspro e drammatico: mentre sui campi di battaglia l’Europa celebra il proprio suicidio, l’Avanti! seguita a pubblicare- nonostante la censura- lavori duri, spietati nel ritrarre senza alcuna agiografia le brutture inumane della guerra di trincea.

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Denunce coraggiose, a maggior ragione accentuate dal silenzio complice della stampa borghese ben allineata e coperta alla causa dell’Intervento. Anche se a Scalarini sfugge forse la portata sovvertitrice e veramente rivoluzionaria dell’evento bellico, le sue vignette consegnano alla Storia la disperazione dell’umile gente che soffre e piange, schiacciata oltremisura dal fardello infernale gettatogli addosso dalle esigenze di morte e profitto del Capitalismo internazionale. E sono loro, i pescicani, gli approfittatori, i bersagli più frequentemente mirati dalla matita sovversiva dell’Avanti! una volta terminato il sabba osceno della guerra mondiale.

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Panciuti e gonfi, lardosi e vili gli arricchiti vengono ridicolizzati senza riguardo alcuno: le mani adunche e irte di gioielli e di artigli, gli stomaci collassati dalla troppa ingordigia, le testine vuote e tronfie coronate da cilindri e listini di borsa, le casseforti traboccanti di moneta sonante e ignobile oro. Spesso e volentieri, di fianco a quest’immondi spettacoli di lussuria capitalistica l’artista contrappone il proletario, spossato e immiserito da quattro anni di guerra e fame. La Belle Epoque è finita per tutti e per sempre, e più che pietà le vignette dell’epoca del Biennio Rosso cercano di suscitare rabbia, sdegno, fervore, ansia rivoluzionaria. Opera, però, destinata ad un amaro insuccesso. Annebbiati dalle sirene leniniste provenienti dal Cremlino, i socialisti italiani– Scalarini compreso- non riescono a comprendere sino in fondo le nuove e diverse esigenze di un popolo altro, temprato dalle trincee, che non accetta né condivide lo svilimento del proprio sacrificio e la dispersione dei frutti della Vittoria così a lungo inseguiti sull’aspra via di Trieste.

Rapaci di ieri, avvoltoi di oggi...

Rapaci di ieri, avvoltoi di oggi…

A quei reduci, alla trincerocrazia che invece di lauti dividendi aveva guadagnato una vita dannata, saprà parlare invece Mussolini, ancora a metà tra Reazione e Rivoluzione . E quando, in spregio al Programma di San Sepolcro e al sentimento profondo dello squadrismo, il Fascismo diverrà il cane da guardia dell’ordine borghese l’ormai anziano artista diverrà egli stesso bersaglio dell’apparato poliziesco del Regime, finendo confinato al sole delle isole del nostro mare. Farà in tempo a vedere lo sfascio della Seconda Guerra Mondiale e la fine tragica del suo fumantino ex direttore, cestinato da quei poteri che per tanti anni Scalarini aveva ben ritratto nel loro bestiale e ancora irrisolto squallore.

 

Alla figura e all’opera di Giuseppe Scalarini è dedicato un ottimo sito, questo, da cui abbiamo ricavato il materiale oggetto dell’articolo.