Il primo servizio di intelligence nacque ufficialmente nel 1866, subito dopo la conclusione della III guerra d’Indipendenza, per volontà dello stesso re. L’idea di un apparato di intelligence e controspionaggio era stato, però, precedentemente ideato e messo in atto dal conte Cavour, che aveva arruolato alle sue dirette dipendenze finanzieri e doganieri al confine con il Regno delle Due Sicilie e nel Viceregno Austriaco.

L’istituzione di una polizia di sicurezza, posta sotto il coordinamento del ministro della guerra retto dal generale Alfonso La Marmora, era ritenuta necessaria per cercare di contrastare l’avvento di possibili moti insurrezionali di stampo socialista, dovuti ad una precaria situazione politica e sociale in cui versava il neonato regno.

Fotografia della cattura  del brigante Nicola Napolitano da parte di un contingente di bersaglieri,1863

Il Mezzogiorno era contrassegnato dal noto fenomeno del brigantaggio, le cui file erano composte da renitenti alla leva, ex militari dell’esercito borbonico e contadini disperati.

Dal ministero della guerra venne deciso che il problema doveva essere affrontato tramite l’intervento della cavalleria che, per reprimere le bande armate, diede vita ad un’azione di profonda repressione. Tali azioni crearono un circolo vizioso, sviluppando atti di deliberata violenza e crudeltà da ambo le parti. Il ruolo della cavalleria non fu però risolutivo, per via di una moltitudine di fattori, quali la scarsa conoscenza del territorio e l’appoggio dato alle varie bande da parte dei civili. Qualche risultato si vide solo dopo l’emanazione di due provvedimenti: l’istituzione di un corpo di polizia regionale, denominata Guardia Nazionale, composta da elementi locali ed affiancata da bersaglieri, carabinieri e dal varo delle Legge Pica, che offriva ai briganti catturati che collaboravano una riduzione della pena.

Il Servizio di sicurezza concentrò la sua attività nella Val Padana. Nel 1869 a seguito della tassa sul macinato, si verificarono le prime ribellioni contadine appoggiate dalle neonate leghe di braccianti dove si erano sviluppate le prime concezioni socialiste. Uno dei primi compiti operativi del servizio di sicurezza fu di monitorare da vicino le attività di Andrea Costa a Bologna.

Andrea Costa nel 1880

Costa era nato a Imola, ed aveva frequentato da uditore le lezioni nella facoltà di Lettere all’Università di Bologna. In quel periodo anche la città felsinea era contrassegnata da scioperi e tumulti contro la tassa sul macinato e da un’eccessiva sperequazione economica tra il ceto borghese e quello contadino. In quel contesto nacque il “gruppo internazionalista”, i cui membri seguivano le idee anarchiche propugnate da Michail Bakunin, che pochi anni prima si era recato in Italia per costituire un gruppo federato agli altri già costituiti in diversi Stati europei, con l’obiettivo di scatenare una rivoluzione popolare. Lo stesso Costa era dell’idea che in Italia era necessaria un’insurrezione di stampo anarchico. Grazie alla sua personalità, divenne il leader politico del gruppo che già da diverso tempo era sotto il controllo dei numerosi agenti segreti giunti da Firenze (capitale del regno d’Italia), che in breve tempo riuscirono ad infiltrarsi nelle numerose cellule anarchiche della Romagna.

La polizia segreta congiuntamente agli agenti della prefettura di Bologna entrarono in azione all’alba del 2 agosto del 1874 in cui vennero arrestati 28 esponenti del “gruppo internazionalista” ed alcuni repubblicani, tra cui Aurelio Saffi, mentre stavano organizzando una riunione preparatoria presso villa Ruffi nelle campagne del riminese. Per puro caso, Andrea Costa non venne trovato, ma il 5 agosto gli agenti riuscirono ad arrestarlo presso la stazione di Bologna mentre era intento a salire su un treno con destinazione milano. Lo stesso Bakunin  si era recato a Bologna, per coadiuvare Costa nella guida alla rivolta, ma al contrario di Costa, fece in tempo a scappare e prendere il treno per Varese, dove da lì sarebbe giunto a Lugano. L’8 agosto, le rimanenti cellule anarchiche, sentendosi oramai braccate, con un gesto disperato occuparono l’arsenale situato nel Colle di San Luca e proclamarono la comune insurrezionale. I carabinieri riuscirono ad entrare all’interno nell’arsenale con notevole facilità, ed arrestarono tutti gli insorti. Nel giro di tre giorni, tutti i piccoli gruppi anarchici rimanenti vennero eliminati.

Michail Bakunin

Grazie al suo arresto, la figura carismatica di Andrea Costa acquistò una notevole rilevanza. Molti uomini politici ed intellettuali andarono a trovarlo in carcere. Nel processo contro gli internazionalisti, che iniziò nel 1876, i 78 imputati erano accusati dei reati di insurrezione, strage e saccheggio. Il processo attirò l’attenzione dell’opinione pubblica. Giosuè Carducci fu chiamato a testimoniare in favore di Andrea Costa. Carducci, davanti il giudice, descrisse Costa come un suo ex allievo modello ai tempi dell’università, e sempre nella stessa udienza, difese strenuamente gli insurrezionisti considerati come portatori di un nobile fine, volto al miglioramento delle istituzioni e delle condizioni di vita della società.

Il 17 giugno, il verdetto della Corte, condannò solamente un internazionalista Giuseppe Marchesini, reo di essere in possesso di armi senza licenza.

Nel 1878, dopo la morte di Vittorio Emanuele II, e la successione al trono di suo figlio Umberto, il servizio di informazione venne riordinato. Venne creato un ufficio per gli affari politici e riservati sotto il ministero dell’Interno, e un altro organo di informazione presso il ministero degli Esteri, composto da diversi agenti di polizia distaccati presso i consolati italiani nelle capitali europee. Per entrambi gli organi il compito rimaneva sempre invariato,  quello di sorvegliare all’estero e all’interno del Regno le attività degli anarchici, socialisti e repubblicani.