Giuntaci in molteplici esemplari fortunosamente scampati al naufragio del mondo antico, l’immagine di Serapide, il gran nume dei misteri greco-egizi, ci osserva ancora oggi col sereno distacco che è proprio degli dèi. Alla fronte pensosa e grave, è unito un volto che esprime invece benigna disposizione verso gli uomini, e se una barba ricciuta ne copre parzialmente i tratti nobili e paterni, sul capo è adagiato a mo’ di copricapo un moggio rigoglioso, simbolo insieme di ricchezza e fecondità.

Questa, fin dal suo concepimento sotto il regno di Tolomeo I e poi per tutto il lungo tramonto dell’antichità classica, è stata l’iconografia di Serapide, magistralmente ideata dallo scultore Briasside di Caria. In essa si miscelavano – consapevolmente – le immagini tanto di Zeus, il signore del mondo celeste, che di Ade, sovrano di quello infero; vesti elleniche per una divinità che nella sua essenza nasceva come fusione di idoli ben più antichi, quell’Osiride e quell’Api (da qui il nome), da millenni venerati all’ombra delle piramidi.

Un benevolo autokrator del cosmo, insomma, un dio – Serapide – manifestatosi per la prima volta in sogno proprio al diadoco di Alessandro, Tolomeo, e divenuto ben presto instrumentum regni del regnante macedone, con il fine neanche troppo velato di riunire in un’unica figura i culti separati della popolazione mista della sua capitale Alessandria. Non senza tremore i fedeli proclamavano la verità della loro fede:

Εισ Ζευσ Σαραπισ, Zeus è Serapide.

Ricostruzione ipotetica della statua di Serapide ad opera dello scultore Briasside

Nel corso dei secoli, altrettanto celebri divennero i misteri e i rituali associati tanto a Serapide quanto a Iside, sua sposa e sorella come secoli prima lo era stata dell’Osiride di Menfi. Queste devozioni, celebrate non solo nell’Egitto ellenistico ma via via in tutto l’Oriente mediterraneo e poi a Roma (templi in onore del nume tolemaico erano situati ai piedi dell’Acropoli di Atene e sul colle Quirinale), ci sono testimoniate da numerosissime iscrizioni votive, che celebrano il dio soprattutto per il suo ruolo salvifico e taumaturgico, che solo il culto di Asclepio sarà in grado di oscurare.

Altrettanto importante, per la comprensione dei mysteria e delle loro pratiche, è la trattazione piamente erudita che ne fa Plutarco nel suo De Iside et Osiride, in cui le allegorie del mito tradizionale vengono spiegate alla luce di quello che si riteneva essere il loro reale significato mistico. Sotto il velo di immagini elementari, gli dèi nascondono se stessi e la loro azione nel mondo; anzi, essi “sono” il mondo, eternamente manifestati ciascuno nella varietà armonica delle forze naturali.

Lucerna raffigurante Iside e Serapide

Più oscure delle metafore plutarchee, sono invece le testimonianze relative ad una istituzione che nell’antichità ellenistica e romana rimase quasi una sorta di unicum, almeno durante il meriggio del culto di Serapide: la katochè, la reclusione sacra. Essa consisteva, in buona sostanza, nella dimora all’interno di specifici ambienti templari, di individui “consacrati” al dio, senza che essi potessero allontanarsene.

La presenza di katochoi all’interno del Gran Serapeo di Alessandria ci viene indicata come abituale già da papiri risalenti agli anni di Tolomeo VI (II secolo a.C), e viene presentata senza alcuna spiegazione di cosa comporti per i fedeli un simile stato, dando adito, presso gli studiosi, alle speculazioni più varie sulla reale natura del fenomeno.

Alcuni, fra cui inizialmente il Weingarten, hanno immaginato di poterla accostare alla reclusione volontaria che sarà poi tipica dei monaci cristiani, una sorta di clausura pagana assimilabile in parte a quella che in contesto greco preludeva alla celebrazione di alcuni misteri. È significativa però la differenza di durata, che nel secondo caso era strettamente funzionale all’iniziazione, mentre nel caso dei residenti nel Serapeo sembra essere stata in alcune eventualità addirittura vitalizia.

Resti del Serapeo di Alessandria

A questo proposito, tanto Bouché-Leclercq quanto Reitzensetin e altri, hanno invece preferito ipotizzare che la katochè si concretizzasse di più in un qualche tipo di noviziato, da intendersi sia come preludio al sacerdozio vero e proprio, sia come manifestazione di culto da parte di singoli adoratori particolarmente ferventi, desiderosi di non staccarsi mai dalla presenza apotropaica del dio.

Esiste però una linea di studio, incarnata per esempio dall’Otto, che identifica nei katochoi una categoria già nota alla religiosità antica, e cioè quella degli invasati, individui non necessariamente iniziati, eppure resi “entusiasti” proprio dal dio, dei posseduti che trovavano requie se non dopo cerimonie di incubazione (sonno rituale) in appositi ambienti all’interno dei serapei, e che poi vi si trattengono al fine di evitare ricadute nello stato di possessione, oppure per celebrare le lodi del nume.

Anche casi di guarigione da diversi malanni, “condizionata” dalla permanenza continua nel tempio, possono forse ascriversi a quelli della reclusione dei katochoi.

Bronzo raffigurante Serapide

Se sulla natura della katochè è dunque possibile fare ipotesi solo sommarie, altrettanto purtroppo si può azzardare per la prassi che doveva esservi associata. E’ però ragionevole supporre che, proprio in relazione alla natura sincretistica di Serapide e alla sua vocazione esoterica per la riunione degli opposti, essa convogliasse sia le pratiche di ascesi fisica tipiche della tradizione sacerdotale e magica egizia (come riportato ancora una volta da Plutarco nonché da Porfirio nel De Abstinentia), sia la tradizione sapienziale di origine greca che circolava negli ambienti pitagorici e orfici (presso cui era presente in misura ancora maggiore la pratica già citata dell’incubatio, spesso associata a culti oracolari come quello di Trofonio).

Possiamo quindi immaginare che la vita dei reclusi nel tempio fosse in una certa misura simile proprio a quella dei futuri monaci cristiani, scandita dal digiuno – probabilmente solo diurno – da un vegetarianesimo rigoroso, e dalla partecipazione quotidiana a cerimonie in onore del dio, come ad esempio vestizione e nutrimento rituale degli idoli, nonché dall’astinenza dai rapporti carnali.

A tutto ciò dovevano aggiungersi poi voti non rari nella religione egizia, come quello del silenzio, raccomandato soprattutto per non indisporre la divinità, tradizionalmente amante della solitudine ombrosa della cella sacra (si veda a questo proposito il celebre passo de La sapienza dello scriba Anii, testo risalente alla XVIII Dinastia: “non moltiplicare le tue parole, conserva il silenzio se vuoi essere felice. Non far risuonare la tua voce nella casa di pace del dio, egli ha le grida in orrore…”).

Un quadro, quello sovra esposto, che non può non rimandare ancora una volta a quello del monachesimo primitivo, che specie nelle solitudini della Tebaide egiziana vide una prima fioritura. Se è pura suggestione immaginare una contiguità di contenuti fra le due esperienze contemplative, non è certo irragionevole appaiare questo tipo di esperienze sotto il profilo di una comune risposta a simili esigenze religiose: contatto quotidiano col divino, ricerca di un’estasi già in terra attraverso pratiche di mortificazione corporale, personale inclinazione a un misticismo di stampo eremitico.

Su questo fronte però, la sapienza segreta di Serapide, trionfante nel mondo ellenistico e romano almeno fino alla metà del II secolo, subirà un notevole declino già negli anni successivi, messa in secondo piano non tanto dall’ascesa vigorosa del Cristianesimo proprio nella sua regione di nascita, quanto dal dilagare di forme di paganesimo ancor più esotiche e attraenti, non bisognose di vesti grecizzanti per dissimulare la propria natura straniera: è la stagione del Baal guerriero di Doliche, delle avventure solari di Mithra, e della magia dei teurgi entro cui tuttavia, pur decontestualizzato e rimaneggiato sotto specie gnostica, anche il sommo Serapide troverà un’ultima scintilla di gloria.


Per approfondire: 

-Giamblico, I misteri degli Egiziani, B.U.R., 2003

-Plutarco, Iside e Osiride, Adelphi, 1985

-AA.VV., Dizionario degli Istituti di Perfezione, vol. VII, Edizioni Paoline, 1974-2003

-F.Cumont, Le religioni orientali nel paganesimo romano, Ghibli, 2013

-S.Mitchell, P. Van Nuffelen, One God: pagan monotheism in the Roman Empire, Cambridge University Press, 2010