Il panorama geopolitico medievale mediorientale, tra la fine dell’undicesimo e l’inizio del dodicesimo secolo, fu vittima di vari sconvolgimenti la cui onda d’urto coinvolse principalmente tre aree geografiche e tre corpi politici straordinariamente importanti. La dinastia dei Selgiuchidi, che aveva condotto le popolazioni turcomanne dalle immense steppe centroasiatiche fino alle porte dell’Anatolia (passando oltre il Mar Caspio), si era abbattuta sul debole Impero Bizantino – ormai incapace di riprendersi dalle secolari guerre contro i Sasanidi e indebolito economicamente dalle invasioni arabe del settimo ed ottavo secolo – e dopo cinquant’anni di scaramucce l’aveva pesantemente umiliato a Manzicerta (1071). Fu con ogni probabilità con questa battaglia che si assistette ad un passaggio di consegne definitivo nel Mediterraneo orientale, con quest’ultimo che passò interamente e definitivamente, per i successivi mille anni (crociati e veneziani permettendo), da un’influenza greco-romana pagana ad una arabo-turca musulmana.

La battaglia di Manzicerta, museo militare di Istanbul.

La battaglia di Manzicerta, museo militare di Istanbul.

Allo stesso tempo, dopo l’appello di Urbano II a liberare la via per la Terra Santa, la Palestina e la Siria erano state sconvolte dalla Prima Crociata, conclusasi con la presa di Gerusalemme (1091) e la nascita di vari stati e principati cristiani in quell’area. L’affermazione, a nord, della Contea di Edessa e del Principato d’Antiochia, e a sud del Regno di Gerusalemme, aveva creato scompiglio nel Sultanato Fatimide d’Egitto; oltre ad una crisi spirituale e culturale dovuta alla traumatica perdita di un luogo di culto importante per l’Islam, i vari stati crociati avevano reso difficili, per motivi logistici, le relazioni con i Selgiuchidi più a nord poiché andavano a posizionarsi lungo le rotte commerciali via terra nella mezzaluna fertile. I Turchi, dunque, avendo perso importanti risorse e subito gravi danni economici, decisero (viste le conseguenze, con non troppa lungimiranza) di pretendere più tasse dal tributario Regno di Georgia, creando malcontento.

La vittoria a Manzicerta non aveva infatti assunto solo un importante significato storico, ma aveva permesso ai Selgiuchidi di conquistare un’assoluta egemonia su tutta la penisola anatolica e di scacciare i Bizantini oltre l’Ellesponto; susseguentemente, poi, aveva liberato loro la strada verso il Mar Nero ed il Caucaso, isolando e tagliando fuori stati importanti come Georgia e Armenia dall’orbita politica di Costantinopoli. La Georgia, storicamente, era sempre stata una regione di notevole importanza per il controllo del Medio Oriente; nel V secolo era suddivisa fra i regni di Lasica ed Iberia, schiacciata nella morsa degli imperi Romano d’Oriente e Persiano Sasanide. Quest’ultimo l’aveva trasformata in provincia e dotata di una certa indipendenza sul piano amministrativo.

Papa Urbano II al Concilio di Clermont (1490)

Papa Urbano II al Concilio di Clermont del 1095 (1490)

Successivamente, le conquiste arabe del settimo e ottavo secolo avevano spazzato via ogni ingerenza persiana negli affari di stato georgiani; al contrario, però, dei tutto sommato placidi rapporti ed accordi che avevano portato Lasica ed Iberia nell’orbita sasanide, l’invasione musulmana condotta da Marwan Ibn Muhammad venne descritta dagli storici contemporanei come violentissima, con devastazioni in tutto il paese e con molti georgiani costretti a scappare tra le foreste e le montagne. Non sappiamo però se, nel tramandare tali avvenimenti, la storiografia cristiana georgiana abbia forse esagerato su alcuni aspetti, rendendo quasi epocale la crudeltà di Marwan e le sue torture su dissidenti e ribelli.

In ogni caso, l’invasione islamica aveva portato alla nascita dell’Emirato di Tbilisi nell’anno 750, ma i focolai di resistenza degli autoctoni erano rimasti più accesi che mai per quasi trecento anni; il dominio arabo si rivelò poco tollerante in quanto a divergenze religiose, ed oltretutto si adoperò molto nell’immigrazione forzata di coloni musulmani per conquistare anche etnicamente le terre georgiane. Nel 978, dopo due secoli di strenua opposizione, i due regni indipendenti di Imereti ed Abkhazia (appoggiati da Bisanzio) si unificarono grazie a Bagrat III andando a formare un forte regno di Georgia, opposto all’emirato e alimentato da un odio verso l’Islam senza paragoni. Cento anni dopo, però, si era passati dalla padella alla brace, e (come già detto in precedenza) una volta venuta meno l’epoca d’oro araba, i Turchi si erano presentati alle porte.

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Sin dalla metà dell’undicesimo secolo tutto il Caucaso occidentale era stato vittima delle loro razzie ed attacchi, e la situazione era precipitata dopo il 1071: re Giorgio II fu costretto a cedere e a versare annualmente un tributo al sultano, pur di non passare da stato autonomo tributario a provincia selgiuchide. Quando (per recuperare l’oro perduto per via delle crociate) queste tasse erano state aumentate, in Georgia era da poco salito al trono un altro sovrano, figlio di Giorgio II; nel 1089 il primogenito sedicenne era stato incoronato con il nome di Davide IV. Questi dimostrò subito doti fuori dal comune ed una precocità nel comando e nel governo assolutamente uniche (complici forse una folta schiera di esperti consiglieri); dotato di una fede cristiana a dir poco incrollabile e ferrea, rese le alte cariche religiose del paese fondamentali nei processi decisionali della monarchia.

Durante il suo regno vennero costruite in tutto il paese centinaia di monasteri e chiese, che favorirono l’inizio di un’epoca di grande produzione culturale per tutto il paese; anche l’arrivo di studiosi dall’Impero Bizantino fu importante in tal senso. Avendo dimostrato un grande decisionismo in politica interna, certamente Davide IV non fece fatica a porsi, nei confronti dell’esterno, come baluardo di una Georgia cristiana e indipendente. Nell’ultimo decennio del secolo decise di escludere da ruoli rilevanti nella cerchia monarchica il ducato filo-turco di Kldekari, da tempo acerrimo rivale della sua casata (quella dei Bagration); oltretutto iniziò a manifestare una certa insofferenza nel pagare il tributo annuale, finendo per rifiutarlo completamente nel 1097.

Il Regno di Georgia all'apice dell'espansione, tra il 1184 ed il 1230

Il Regno di Georgia all’apice dell’espansione, tra il 1184 ed il 1230

Davide IV fu però non soltanto artefice di una crisi diplomatica con il sultano, ma anche di un allontanamento da Costantinopoli, avendo rifiutato un titolo onorifico assegnatogli dall’imperatore bizantino; mentre quest’ultimo però non era più capace di reagire (se non con sdegnata ripicca), al sultano Mahmud II un tale affronto non andò giù facilmente. Oltretutto, tra il 1103 e il 1118 i Georgiani reclamarono svariate cittadelle di fondamentale importanza strategica sparse su tutto il territorio: Lore, Aragani, Dzerna e Kaladzore erano le più grandi, e furono un duro colpo al potere esercitato sulla regione dai Turchi.

In questo ventennio (nonostante lo sviluppo di ostilità non troppo velate) Davide IV si era ben guardato dal dichiarare guerra apertamente, complice anche il fatto che, numericamente, l’esercito georgiano aveva veramente poche possibilità di tenere testa in uno scontro in campo aperto; conscio forse di una vicina rappresaglia e dei limiti della sua forza militare, pare che il monarca decise di alimentare i ranghi delle sue armate in un modo piuttosto peculiare: tra il 1118 ed il 1119 egli invitò l’intera tribù dei Kipčaki (noti in Europa come Cumani ed in Russia come Polovci) a stabilirsi nella sua terra. Questi accettarono quasi subito, poiché indeboliti da una guerra terminata non positivamente contro gli Ungheresi, e poiché bisognosi di protezione. Fu una scelta a dir poco rischiosa da parte di Davide IV, vista la mole di un tale esodo (circa quarantamila famiglie) e l’eventuale pericolo di un non-inserimento nel contesto socio-politico ospitante; pericolo fortemente presente visto il radicato nomadismo di questa tribù e la sua tradizione militare ben consolidata, coadiuvata da una fama nei principati russi non proprio positiva.

Elmo kipchako

Elmo kipchako

La solida esperienza dei quasi trentamila maschi adulti kipčakiani ottenuta precedentemente come mercenari spinse Davide IV, dopo una pausa di quasi tre anni, a riprendere le ostilità intorno al 1121; il suo più grande obiettivo era sicuramente riprendere l’antica città di Tbilisi (ormai capitale dell’omonimo emirato da quasi quattro secoli) e lanciare un messaggio forte e deciso a Mahmud II. Così avvenne: si ha notizia di un assedio nel giugno del 1121 concluso non con una definitiva conquista, bensì con un pesante tributo pagato dal governatore della città al monarca georgiano.

Una simile azione, oltre che un annunciato punto di non ritorno nelle relazioni turco-georgiane, non può aver avuto altro significato che una raggiunta consapevolezza della propria forza e dell’arrivo della resa dei conti finale. La risposta dei Selgiuchidi non si fece attendere, fu coordinata e repentina. Mahmud II inviò una gigantesca spedizione militare verso Tbilisi, con l’obiettivo di usarla come base per prendere il resto del paese. Al comando di tale esercito vennero posti Ilghazi Ibn Artuq, l’esponente degli Al-Mazeedi Dubays II e il fratello del sultano Tughnul (signore di Nakhichevan), i quali decisero di puntare la città entrando nella valle di Trialeti e, in attesa di rinforzi, di accamparsi alle pendici del Monte Didgori, a pochi chilometri da Tbilisi: siamo al 10 di agosto del 1121.

Accampamento kipchako

Accampamento kipchako

Basandosi sulle fonti storiche si hanno poche informazioni sul piano di Ilghazi, soprattutto su quale strategia volesse adottare; visto il periodo storico e la cultura militare turca dell’epoca è probabile che l’armata fosse composta per la gran parte da schermagliatori, arcieri e truppe leggere, con cavalleria d’assalto come supporto ed una buona quantità di fanti. Era certamente conscio della sua superiorità numerica e le avanscoperte dei suoi esploratori (che gli riportarono l’avvicinamento di un esercito molto più esiguo) non fecero altro che aumentare la sua inopportuna sicumera. Dall’altra parte re Davide IV era stato ben informato dei movimenti dei Turchi ed era deciso ad intercettarli dove si erano accampati, sul monte Didgori. Dopo le sue numerose riforme l’esercito georgiano si era rivelato una forza compatta, resiliente e dal morale incrollabile, oltre che ben esperta del territorio e di tutti i suoi pregi e difetti.

Il suo nucleo era la guardia di Monaspa che consisteva di cinquemila veterani ben equipaggiati e, nel caso, dotati di cavalcatura; secondo fonti dell’epoca i Georgiani erano circa 60.000, con un’ampia rappresentanza di Kipčak, Alani ed Armeni, con in più una simbolica delegazione di trecento crociati franchi inviati da Antiochia e Gerusalemme. Niente a che vedere con i numeri messi in campo dei Selgiuchidi: oltre seicentomila per gli studiosi dell’epoca, circa duecentocinquantamila secondo la storia moderna georgiana e centocinquantamila per le stime più conservative contemporanee. In qualunque caso, un’armata dalla mole assolutamente spropositata per quella che era la tecnologia del tempo: uno scontro “regolare” in campo aperto era fuori discussione. Davide IV doveva trovare un modo per rendere inutile la superiorità numerica nemica.

Memoriale della Battaglia di Didgori

Memoriale della Battaglia di Didgori

Ci sono due diverse versioni su come iniziò la battaglia: la prima appartiene alla storiografia georgiana e spiega che il re inviò un’ambasceria di duecento cavalieri per trattare i termini della resa, la seconda è di Ali Ibn al-Athir (1160-1233), che racconta che tale delegazione era formata da disertori che intendevano unirsi ai Turchi. Entrambi sono concordi nel narrare che, non appena i comandanti avversari più importanti si avvicinarono per parlamentare, la delegazione li caricò (era formata principalmente da crociati e nobili georgiani) e ne fece strage; l’enorme armata musulmana era stata praticamente decapitata. Tutto ciò avvenne senza che i Turchi si fossero accorti di nulla; si trovavano dall’altro lato del monte e non avevano completa cognizione di quanto era accaduto, avendo sentito solo un certo clamore in lontananza. Non appena l’assalto alle alte gerarchie nemiche si concluse, Davide IV ordinò di attaccare frontalmente con la cavalleria pesante il fronte turco, obbligando gli arcieri e le truppe leggere (ancora una volta colte di sorpresa vista la posizione sfavorevole) al combattimento ravvicinato e causando gravissimi danni. Simultaneamente, approfittando del caos generale, il re in persona guidò un’altra carica sul fianco sinistro avversario, con il figlio Demetrio che fece lo stesso sulla destra.

La pendenza favorevole del Monte Didgori aiutò enormemente la cavalleria georgiana e costrinse i Turchi a stare sulla difensiva; a tutto questo trambusto si aggiunsero la guardia reale ed i mercenari kipčakiani rinforzando il centro, causando il panico nell’armata selgiuchide che batté definitivamente in ritirata, con gran parte della sua retroguardia ancora inutilizzata. I prigionieri furono decine di migliaia e continuarono ad essere catturati per giorni e giorni tra le foreste e le vallate circostanti; dalle armi ed equipaggiamenti lasciati sia sul campo di battaglia che nell’accampamento turco i georgiani ricavarono uno spettacolare bottino che accelerò ancor di più la crescita del regno. Tbilisi venne assediata e conquistata l’anno seguente (1122), diventando (da un cronista georgiano del tempo) per sempre fortezza e capitale per i figli di Davide, e secondo Al-Ayini (1360-1451) il re si mostrò misericordioso nei confronti dei musulmani che vi abitavano.

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La battaglia sul monte Didgori segnò positivamente la storia della Georgia e di tutta la regione caucasica, ma ebbe anche un grande impatto su tutto lo scenario mediorientale: come ricordato all’inizio, Manzicerta (1071), Gerusalemme (1091) e Didgori (1121) indebolirono rispettivamente i Bizantini, gli Arabi ed i Selgiuchidi, segnando Anatolia, Palestina e Caucaso. I Georgiani ripulirono la loro terra e addirittura tentarono di cogliere la palla al balzo, passando al contrattacco e diventando una seria minaccia per le terre dei Turchi, svuotate di uomini in età da combattimento e rimaste virtualmente indifese. Dal punto di vista turco, tale sconfitta portò alla fine della dinastia dei Selgiuchidi ed aprì il passo ai Mongoli nel secolo successivo, i quali arrivarono senza troppe difficoltà fino alla Terra Santa spazzando via la Corasmia e radendo quasi al suolo Baghdad, neutralizzando uno dei centri di potere e cultura più importanti del mondo islamico. I Turchi ci misero tre secoli a riprendersi, e lo fecero nettamente con la presa di Costantinopoli nel 1453.

Discorso diverso per la Georgia, che vide il proprio territorio e la propria influenza crescere per un paio di secoli, il XII ed il XIII; secoli che vengono indicati per questo paese come “età dorata”, corrispondente ad un periodo di pace e prosperità senza paragoni. La vittoria a Didgori viene ancora indicata come “vittoria miracolosa” (ძლევაჲ საკვირველიdzlevay sakvirveli) e ricordata ogni anno con la festività settembrina chiamata “Didgoroba” (lett. “il giorno di Didgori”). In realtà, col senno di poi, l’aver spazzato via i Turchi fu un’arma a doppio taglio per i Georgiani, poiché li espose alle invasioni mongoliche del ‘200 come unica entità indipendente e cristiana di tutto il panorama mediorientale, portandoli inesorabilmente ad un lento declino in seguito alla morte del trentunenne Giorgio IV nel 1223 e all’inizio di una serie di guerre contro gli invasori durate quasi 100 anni.

დიდგორობა - Didgoroba

დიდგორობა – Didgoroba

E se a Didgori le cose fossero andate diversamente? Innanzitutto il controllo di Georgia e Armenia avrebbe permesso al sultano di chiudere rapidamente la pratica con Bisanzio, anticipando il corso della storia di alcune centinaia di anni, forse addirittura spingendosi fin dentro ai Balcani; è da vedere, poi, se gli europei avrebbero avuto la forza in quel periodo storico di reggere un tale impatto; visto però l’allora pulsante spirito delle crociate, probabilmente avrebbero fatto fronte comune, pur trovandosi in un periodo di frammentazione politica a dir poco radicata. Sarebbe poi da vedere se gli interessi turchi ed arabi sarebbero entrati in collisione nella rivendicazione della Palestina, che toccò al curdo-egiziano Saladino poiché i Turchi erano troppo deboli, e come la minaccia mongola sarebbe stata affrontata.