Il 2019 sarà l’ultimo anno in cui i discendenti degli ebrei sefarditi espulsi dai Re Cattolici nel 1492 potranno richiedere la cittadinanza spagnola, dopo aver dimostrato di esserlo effettivamente tramite documentazioni precise ed accreditate. In tal modo, la Spagna cerca di riparare un torto ormai vecchio più di cinque secoli: la legge risale al 2015, quando viene approvata dal Congreso de los diputados all’unanimità. Dopo la conquista di Granada, nel gennaio di quello stesso anno in cui svariati eventi scossero veementemente le fondamenta del Vecchio Continente (il viaggio di Cristoforo Colombo, la morte di Lorenzo De Medici che significò il tramonto del Quattrocento italiano e la fine, appunto, della Reconquista), uno spirito inquisitorio animò improvvisamente il neonato Regno di Spagna. Sì, le élites islamiche erano state effettivamente scacciate dall’Andalusia oltre Gibilterra, ma in quella stessa terra mezzo milione di musulmani coltivava (con tecniche avanzatissime sconosciute agli europei, peraltro) le fertili valli di Siviglia, Cordoba e Granada.

La resa di Granada, di Francisco Pradilla

Nell’intera Sefarad (il nome adottato dall’intero popolo di Sion con cui viene indicata la penisola iberica nel libro di Abdia), oltretutto, viveva un cospicuo manipolo di ebrei dediti soprattutto al commercio e all’artigianato, limitati a quelle occupazioni da leggi discriminatorie ad hoc sia nel lembo di terra cristiano che in quello musulmano, e concentrati soprattutto nel Levante aragonese e nel sud della Spagna. Il sacro furore con cui Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia decisero di trattare la questione sconvolse totalmente lo strato sociale ed etno-religioso del Regno: venne imposta la fede cristiana tramite abiura e conversione forzata, pena l’espulsione coercitiva.

La maggior parte dei musulmani decise di convertirsi, ma una grossa fetta della popolazione si riversò nel Nordafrica, privando la Spagna di numerosa manodopera altamente qualificata e gettando le basi per le svariate crisi economiche e carestie dei due secoli successivi: lo stesso accadde agli ebrei. Molti si convertirono, alcuni senza remora, altri solo fintamente divenendo criptojudìos, che di giorno giravano per la città da cristiani, di notte celebravano i riti dei loro antenati in estremo segreto e pericolo.

Una cospicua parte di tale comunità, però, decise di emigrare: molti in Italia, alcuni addirittura nell’Europa dell’est ed in generale in tutto il continente. Nessuna città, però, ricordò loro l’amata Sefarad come l’antica Salonicco poggiata placidamente sul golfo macedone a sud-ovest della Penisola Calcidica, dove moltissimi di loro trovarono riparo dando vita ad un piccolo Paradiso ebraico che durò circa quattrocento anni, finché l’annessione alla Grecia, l’Olocausto e la nascita di Israele non cambiarono le carte in tavola.

Le rotte della diaspora ebraica verso Salonicco

La greca di fondazione Θεσσαλονίκη si trasformò durante il proprio apogeo (sotto l’egida musulmana ottomana) nella dimora della comunità ebraica più grande, prospera ed influente sul globo terrestre. Grazie ovviamente all’impulso sefardita venne soprannominata affettuosamente “Gerusalemme dei Balcani”, “la nuova madre di Israele” o “la nostra Salonicco” dagli altri ebrei sparsi in tutta Europa.

La città era nata nel 315 a.C. grazie a Cassandro, generale macedone aspirante al trono di Pella: egli s’era sposato con la sorellastra del defunto Alessandro Magno, chiamata  Tessalonica. La principessa, figlia di Filippo II, era stata chiamata così per celebrare una vittoria sui Tessali durante la gloriosa conquista dell’Ellade prima dell’improvviso attentato alla sua vita, che aveva spinto Alessandro sul trono e cambiato la storia per sempre. Chiamando così la città Cassandro volle ingraziarsi il popolo macedone, e ci riuscì.

Prima ancora dei sefarditi, Salonicco aveva accolto una grossa fetta dei romanioti provenienti  da Alessandria D’Egitto e degli ashkenaziti fuggiti dalle persecuzioni quattrocentesche in Germania ed Ungheria (famigerati i pogrom di metà ‘400 scatenati dall’accusa di aver “avvelenato i pozzi”): oltre ad essere un porto parecchio trafficato, la città controllava via terra sin dall’epoca romana un fitto nodo di rotte mercantili tra i Balcani e l’Ellesponto. L’Impero Ottomano aveva voluto assicurarsi il suo controllo sin dalle sue prime fasi espansive, e l’aveva conquistata nel 1430 durante il regno di Murad II.

Murad II

Pur essendo dunque una città a maggioranza musulmana, le autorità garantirono a cristiani ed ebrei (in quanto “popoli del Libro”, ovvero monoteisti e di religione abramitica) libertà di culto ed un alto grado di autogoverno della propria comunità, oltre a varie esenzioni fiscali. Tale blando trattamento ebbe conseguenze fondamentali per gli ebrei della città, poiché questi ultimi identificarono i propri interessi con quelli dell’Impero. I sultani, difatti, avevano accolto gli ebrei a braccia aperte: non capivano perché la Spagna si fosse liberata di un tale pregiato capitale umano.

Solimano il Magnifico si meravigliò dell’espulsione dei Giudei dalla Castiglia, poiché significava espellere la ricchezza” secondo la testimonianza di un diplomatico europeo alla sua corte: a rinvigorire una Salonicco depressa economicamente alla fine del secolo giunse un primo contingente di circa quindicimila unità.

Significò un investimento assolutamente straordinario per l’Impero, poiché già all’inizio del secolo successivo molti di questi ebrei portarono le proprie conoscenze a Costantinopoli, tra le quali quella della costruzione dell’archibugio e della maestria della polvere da sparo. Oltre ad ingegni militari, portarono con sé le rudimentali stampe ideate da Gutenberg meno di cinquant’anni prima ed un alto numero di medici, banchieri e traduttori che già sotto Murad II prestarono servizio nella capitale.

Nel 1520 la popolazione giunse alle 30.000 unità, coadiuvata dall’arrivo di molti cripto-ebrei già stanchi di vivere nel terrore in Spagna e Portogallo. Visto anche il grande numero di abitanti, che peraltro portò alla frettolosa costruzione di nuovi quartieri e ad un tempestivo miglioramento della somministrazione d’acqua nella città, gli ebrei iniziarono a ghettizzarsi tra loro. I sefarditi guardavano con sdegno i romanioti, che a loro volta non si sentivano appartenenti allo stesso popolo degli ashkenaziti, spesso biondi e con gli occhi azzurri, poco mediterranei. I sefarditi, i più compatti, diedero il nome della propria regione di provenienza alle loro congreghe professionali: Lizbon, Aragòn, Katalàn, Ispanya, Portukal.

Pur avendo grossi vantaggi in quello che può essere definito “il secolo d’oro di Salonicco”, gli ebrei erano naturalmente considerati cittadini di seconda fascia rispetto ai musulmani. Dovevano ad esempio pagare una tassa speciale, così come i cristiani, ma allo stesso tempo ogni sinagoga in città poteva tassare il proprio vicinato per il proprio mantenimento e dotarsi di regole proprie, purché conformi alle leggi imperiali.

Economicamente parlando, nel ‘500 gran parte dello zenit pecuniario della comunità tessalonicese fu dovuto all’incarico di confezionare le uniformi dei Giannizzeri, guardia pretoriana del sultano e crescente, man mano che l’espansione militare nei Balcani portò i suoi frutti, in numero ed influenza. Dal vestire i soli militari a fornire abbigliamenti all’intera regione il passo fu breve e a dir poco remunerativo, ed il commercio di lana toccò città d’Europa che di lì a poco divennero nemiche militari, come Venezia, Genova e Barcellona. A metà secolo Salonicco era già divenuta la città più ricca dell’Impero dopo Costantinopoli.

La situazione cambiò bruscamente nel ‘600, quando i disastri militari del Sultano scontratosi contro lo scoglio asburgico a Vienna, l’apertura delle rotte atlantiche e la generale depressione dei commerci mediterranei (dovuta alla chiusura delle rotte attraverso il Mar Rosso per via del conflitto tra Ottomani e stati cristiani) portò ad un lento declino. Nel ‘700 il trend non cambiò di certo, e Salonicco accompagnò il morente Impero verso il suo stato di “malato d’Europa”.

Ciò nonostante, già alla fine del XVIII secolo la riorganizzazione della città non in base alle sinagoghe ma ai quartieri portò ad una sorta di rimonta sefardita, dovuta ad altre importanti cause, addirittura globali. La Rivoluzione industriale ed il maggior peso politico della classe borghese rinvigorì le strutture economiche cittadine, ed una nuova ferrovia collegò direttamente Salonicco con Costantinopoli ad est e con Belgrado (quindi con l’Europa centrale) a nord-ovest.

Il maggior acceleratore socioeconomico fu però legislativo: parliamo della Tanzimat, una serie di leggi varate tra il 1839 ed il 1876 per modernizzare la Sublime Porta. Tali riforme modificarono la relazione secolare tra sefarditi e Stato Ottomano, vista l’introduzione del concetto di cittadinanza egualitaria senza distinzioni di etnia o religione.

Essendo diventati tutti sudditi ottomani, l’erosione dell’autonomia degli ebrei locali fece perdere loro lo statuto speciale in materia civile, mercantile e penale. In cambio, però, essi guadagnarono libertà d’azione. La popolazione ricominciò a crescere: dai 30.000 abitanti del 1830 si passò ai 54.000 di cinquant’anni dopo, 98.000 nel 1890 e 157.900 nel 1913: circa il 40% di questi, secondo i censimenti turchi, era composto da ebrei.

I sefarditi naturalmente si politicizzarono, opponendosi all’ottomanismo al punto di trasformare Salonicco nel bastione principale della Rivoluzione dei Giovani Turchi (di mazziniana ispirazione) ed aderendo ad altre ideologie come socialismo e sionismo, nei tempi in cui Herzl e Dreyfus sconvolsero la visione che l’Europa, in molti dei suoi Paesi, aveva della comunità ebraica.

La stampa entrò con vigore nella vita di un impero leggermente svecchiato e riammodernato. A Θεσσαλονίκη nacquero fino a settanta giornali generalisti, suddivisi ovviamente tra correnti israelite ortodosse, diari politici, riviste satiriche ed altre pubblicazioni. Una buona metà di questi periodici era scritta in lingua giudeo-spagnola (retaggio degli antenati profughi), un’altra parte in yiddish e l’ultimissima nella lingua internazionale dell’epoca, il francese, prima della brusca entrata in scena dell’inglese.

Tale fermento giornalistico portò ad un’alfabetizzazione a livelli estremamente più alti rispetto ad ogni altra città dell’Impero, persino rispetto alla mastodontica Costantinopoli; ciò portò ad una rinascita della poesia, del teatro e di altre forme letterarie nelle lingue citate.

Dopo questa sorta di Rinascimento Tessalonicese la situazione cambiò di nuovo. La rivolta dei Giovani Turchi aveva portato alla coscrizione obbligatoria, rifiutata da molti ebrei, la quale portò ad un’ondata di emigrazione. Altrettanto traumatica fu l’annessione alla Grecia nel 1912, in seguito alla sua conquista durante la Prima Guerra dei Balcani: gli Ottomani persero Selanik e lo stato ellenico cercò di omogeneizzare l’etnia dei suoi abitanti.

Gli ebrei vennero visti come una pericolosa minoranza troppo autonoma per i gusti di uno stato ultra-nazionalista e colto da una xenofobia serpeggiante in tutti gli strati della popolazione, ed oltretutto vennero percepiti come pro-ottomani per l’importanza che avevano ottenuto durante il governo di questi ultimi. Vennero obbligati ad imparare una nuova lingua, a riposare la domenica invece che il sabato ed ovviamente a combattere, se necessario. I leader della comunità tentarono di negoziare uno status speciale di autonomia per la città, fallendo.

Nell’agosto del 1917, oltretutto, un vasto incendio spazzò via un terzo della città, in quel momento base strategica importante per le Nazioni Alleate durante il primo conflitto mondiale; 10.000 dimore di 50.000 ebrei e 16 sinagoghe su 33 vennero rase al suolo. Fu l’inizio di una serie di calamità, poiché le nuove dimore costruite divennero ovviamente proprietà dei nuovi concittadini greci, e l’arrivo nel ’23 degli esuli del Ponto scappati dalle persecuzioni ottomane in Anatolia aumentò vertiginosamente la presenza ellenica in città, che arrivò addirittura a triplicarsi. La competizione per i posti di lavoro giunse a livelli inauditi e l’ellenizzazione forzata spazzò via secoli di multiculturalismo più o meno pacifico sotto l’impronta ebraica.

I distretti a sud, dove viveva la maggioranza degli ebrei, furono gravemente colpiti dal grande incendio del 1917

Negli anni ’20 e ’30 ebbero a ripercuotersi sui pochi ebrei ancora rimasti numerosi atti di antisemitismo: nel 1931 duemila greci bruciarono il quartiere di Campbell, ed altre cinquecento famiglie persero la propria casa. Quando poi nel ‘41 arrivarono i nazisti, giunse anche la Gestapo. Nel ’43, dopo due anni di soprusi e discriminazioni, venne applicata la Soluzione Finale. I treni partivano da Baròn Hirsch, un quartiere adiacente alla stazione ferroviaria, con destinazione Auschwitz-Birkenau.

Registrazione degli ebrei maschi di Salonicco nel luglio 1942, Piazza Eleftherias. Il 96% degli ebrei deportati morì nei campi di concentramento nazisti

Gli ebrei di Salonicco umiliati in piazza Eleftherias

Katherine Elizabeth Fleming, nel libro “Greece – A jewish History” parla di 56.000 ebrei in quel quartiere a due anni dalla fine del conflitto: dopo la resa del Giappone, se ne contavano a malapena 2000. Alcuni sopravvissuti rimasero a Salonicco; altri, traumatizzati, preferirono prenderne le distanze. Partirono verso altre città d’Europa, verso gli Stati Uniti o l’Argentina, ed altri addirittura verso Israele.

Nonostante il triste epilogo della Sion dei Balcani, nella città, oggi moderna capitale della provincia greca della Macedonia (da non confondere con la FYROM) e seconda città del paese ellenico, restano 1400 ebrei e smisurate testimonianze lasciate dai loro concittadini scomparsi: un museo ben assortito, targhe commemorative, edifici, simboli e naturalmente il retaggio più importante di tutti, facilmente percepibile vista l’importanza vitale per uno stato in difficoltà come la Grecia, che si aggrappa tenacemente a questo suo gioiello sul mare: il concetto di intraprendenza e di spirito d’iniziativa. Finora, solo seimila di quei presunti discendenti dei Sefarditi partiti dalla Spagna nel 1492 e lì giunti ha recuperato la cittadinanza peninsulare; probabilmente se ne aggiungeranno molti di più.