«In tutta la piana di Cetinje, nessuno è riuscito a salvare la pelle per raccontare com’è andata. Tutti sono finiti sotto la nostra spada, tra quelli che non si sono inchinati al Gesù Bambino e non si sono segnati con la croce di Cristo. Solo Costoro abbiamo riconosciuto come fratelli. Abbiamo incendiato fino alle fondamenta le case dei turchi, affinché non restasse traccia di questi nemici-parenti infedeli». Con queste parole il principe-vescovo montenegrino Pietro Petrovic’ Njegos, nel suo scritto Il serto della montagna, esaltava le gesta dei capi tribù montenegrini che sul finire del Seicento, per arrestare la diffusione dell’Islam, si resero protagonisti di uno sterminio di massa nei confronti delle popolazioni musulmane.

Sembra che le terre balcaniche assolvano da sempre nella storia quel ruolo dinamitardo, inestricabilmente legato a violenze e ad antichi sentimenti nazionalisti, che ebbero il loro culmine con la silenziosa e disumana guerra jugoslava. Non è facile comprendere la recente storia dell’ex stato socialista senza soffermarsi su un livello superiore d’analisi: il dominio imposto da turchi per circa cinque secoli diviene un elemento fondamentale per abbracciare le dinamiche interne all’ex Jugoslavia.

Petar II Petrović-Njegoš

Senza dubbio la presenza dell’impero turco fece sì che i popoli della Serbia della Macedonia, della Bulgaria, così come i greci e i rumeni, rimanessero per lungo tempo alle porte dell’Europa, senza potervi mai accedere culturalmente ed economicamente. La lunga ed inesorabile agonia dell’Impero ottomano lasciava i paesi sottoposti legati ancora a un retaggio feudale, dove la detenzione della cultura era vincolata ad aspetti di classe, dove gli intellettuali erano appartenenti alle classi dominanti locali, e dunque suscettibili a quel nazionalismo romantico di matrice tedesca che dall’inizio dell’Ottocento iniziò a influenzare pesantemente le politiche delle future nazioni balcaniche. La particolare dimensione multietnica e multi-religiosa dell’Impero aveva reso i suoi territori un crocevia per le diverse popolazioni, modificandone i vecchi confini, e in alcuni casi anche l’assetto culturale.

L’apparizione di quella gente esausta che aveva perso la propria casa mise brutalmente fine all’animazione sul ponte. I vecchi rimasero seduti sulle panche di pietra. I più giovani si alzarono e formarono due siepi viventi ai lati della kapija. Il corteo passò in mezzo a loro. Alcuni abitanti della Kasaba si limitavano a guardare i profughi con uno sguardo pieno di compassione, altri davano loro il benvenuto cercando di trattenerli per dare loro qualcosa. Ma i componenti della triste colonna ignoravano le buone parole e rispondevano appena ai saluti. Cercavano solo di sbrigarsi per arrivare con la luce del giorno a Okolišta.

(Ivo Andrić, “Il ponte sulla drina”, riferito ai profughi di Užice)

La fine del controllo della Sublime Porta sui territori balcanici trovava pronta dunque l’aristocrazia locale dei diversi stati a diffondere nella popolazione false idee nazionaliste, miranti unicamente ad espandere i propri territori e dunque il cerchio economico. La storia di queste popolazioni, dal lontano congresso di Berlino del 1878 fino ai giorni recenti, sembra mantenere una continua direttrice puntata verso la violenza che probabilmente solo sotto la guida di Tito godette di una fase di tregua. Possiamo dunque considerare la recente guerra in Jugoslavia come l’apice di tutte le contraddizioni interne che da secoli attraversano gli stati balcanici.

Durante il 1992, quando l’avanzata serba riusciva a strappare con estrema facilità circa il 60% delle terre della Bosnia-Erzegovina, la parola cist “pulito” veniva utilizzata non di rado per considerare una terra come “liberata”, ovvero “pulita etnicamente”. Dunque, da un lato i vari secoli di conflitti territoriali sono riusciti a diffondere nell’immaginazione collettiva l’identificazione del nemico nel diverso, e non nel sistema strutturale, facilitando così il dilagare di fragili e contraddittorie idee nazionaliste; dall’altro invece, la secolare complanarità religiosa, etnica e culturale delle popolazioni aveva gettato le basi per un sentimento di comunanza ed uguaglianza.

Se dunque l’assedio di Sarajevo rappresenta l’emblema della violenza, diventa anche sinonimo di una resistenza polivalente, che pone le sue basi proprio sul rigetto delle politiche nazionaliste e adotta un linguaggio culturale collettivo. Mentre i mass media mondiali erano impegnati a veicolare le informazioni, a bombardare di immagini toccanti o meno le case delle famiglie europee a seconda delle esigenze, in Bosnia v’era chi si occupava fattivamente di diffondere altro tipo di produzione.

L’esperimento del gruppo di filmakers SAGA testimonia, attraverso la ripresa di episodi quotidiani e momenti di creazione artistica, lo spirito di resistenza sarajevese. I numerosi documentari di breve e media durata raccolgono i comportamenti e le riflessioni dei cittadini rispetto a questioni impellenti come i primi attacchi aerei della NATO (Nato, 1995), oppure ciò che necessitava Sarajevo durante l’assedio (Survival brew, 1993). La situazione di isolamento in cui riversava la città trasformava ogni gesto quotidiano in un atto eroico, dall’approvvigionamento di acqua al cammino verso il luogo di lavoro.

Water, 1995, Sarajevo, foto dell’archivio SAGA

Waiting for parcel (1993) filma l’attesa e la spedizione dei pacchi, da cui poteva dipendere la sopravvivenza dei cittadini, mentre War in children (1994) interroga i bambini rispetto ai loro sogni e alle loro aspettative, fornendo un quadro piuttosto crudo di traumi e speranze infantili causati dalla guerra. Per realizzare Bums and dogs (1993) SAGA accosta un pascolo di cani randagi agli incessanti pellegrinaggi dei senzatetto che ogni mattina vagabondavano nella città distrutta in cerca di beni di prima necessità.

Bums and dogs, 1993, Sarajevo, foto dell’archivio SAGA

Il problema più grosso è che da un mese non c’è l’energia elettrica, e così i cittadini che non hanno il gas devono arrangiarsi, in un modo o nell’altro, per fare il fuoco e poter preparare un pranzo qualsiasi. Alcuni a casa hanno costruito i focolari, come all’età della pietra; hanno appoggiato una griglia su due sassi e cucinano con il fuoco aperto. Visto che non c’è neanche il pane, alcuni lo preparano con la pentola a pressione. Fatto sta che, ovunque si guardi in città, si vede fumo: quello delle granate e dei bombardamenti o quello delle cucine improvvisate.
Puniša Kalezić, Da Sarajevo con amore. Diario dall’assedio, Besa Editrice, 2017

Le condizioni post-apocalittiche in cui riversa Sarajevo affinano lo spirito di sopravvivenza e l’ingegno della popolazione, che si diletta nella costruzione di utensili quotidiani attraverso elementi di fortuna o vecchie rovine. Prometheus (1995) ci illustra come un meccanico di mezza età, per sopperire alla mancanza di elettricità, arrivi a costruire sul fiume una mini-centrale idroelettrica con le ruote di un vecchio camion.

Prometheus, 1995, Sarajevo, foto dell’archivio SAGA

I migliaia di proiettili direzionati ogni giorno su Sarajevo non impediscono agli abitanti di recarsi a teatro, nei musei o al cinema. Lo stesso SAGA nel 1994 organizza la proiezione di alcuni cortometraggi e si apposta davanti all’uscita del locale per filmare le reazioni del pubblico (What the street thinking about, 1994). Un altro artista ripreso durante l’assedio è il professore di scultura Fikret Libovac, il quale, accorgendosi di possedere una pistola (l’arte di scolpire), non ha paura di usarla per resistere spiritualmente e contribuire ad alleviare le tensioni dei suoi concittadini attraverso l’organizzazione di diverse mostre. Per SAGA la necessità di archiviare la Weltanschauung sarajevese sotto assedio, va di pari passo alla produzione artistica e allo sviluppo dei linguaggi visuali.

Sarajevo’s quartet (1994) è il ritratto di quattro violinisti che suonano per combattere l’odio e la distruzione, un omaggio alla settima sinfonia di Chopin eseguita al teatro Filarmonica durante l’assedio di Leningrado nell’agosto del 1942. Sulle note dei Pisch, invece, una rock band sarajevese che operava sotto assedio, SAGA monta le immagini del progetto artistico che Louis Jammes aveva installato sulle rovine di Sarajevo. Erano grandi stampe serigrafiche ritraenti alcuni abitanti alati, che il fotografo aveva applicato sui muri degli edifici dilaniati. Nel progetto Angels in Sarajevo del 1993 e nell’omonimo documentario di SAGA le rovine si trasformavano in vere e proprie armi di resistenza culturale.

Se le televisioni internazionali zoomavano al tal punto sulla violenza, tanto da annullare il contesto socio-politico specifico, SAGA dà vita a un poliforme archivio visivo in cui la memoria personale, collettiva e multietnica della popolazione rivela lo spirito irreprimibile della capitale bosniaca.


Per approfondire:

Joze Pirjevec, Le guerre jugoslave. 1991-1999, Enaudi, 2006 p. 32

Ivo Andrić, Il ponte sulla drina, 1945, p. 123 (parla dei profughi di Užice), Mondadori, 2001

Puniša Kalezić, Da Sarajevo con amore. Diario dall’assedio, Besa Editrice, 2017