“Il nostro movimento ha un solo movente altissimo: la volontà di portare l’Italia al suo posto anche nell’arte madre che è l’architettura”. Con queste parole si aprì nel 1928 la prima esposizione italiana di architettura razionale. Da sei anni Mussolini era saldamente alla guida dell’Italia e seguiva con occhio febbrile la riedificazione spirituale degli italiani dalla capitale, da quella Roma che, negli anni ’10, aveva definito come città parassitaria di affittacamere, di lustrascarpe, di prostitute, di preti e burocrati. A partire dagli anni ’20 e soprattutto dopo la marcia su Roma, il giudizio di Mussolini sull’Urbe cambiò radicalmente, lasciando il posto ad un fascino irresistibile per il passato glorioso ed universale della capitale, per la Roma imperiale e per quella cattolica dei papi.

italia fascista

Questa sostanziale rivalutazione, tuttavia, non eliminò del tutto il pregiudizio negativo del duce nei confronti della Roma contemporanea, un grande borgo di case medievali, rinascimentali e barocche, sovrastanti i resti romani, entro i quali spiccavano come cattedrali in un deserto, le grandi chiese – la basilica di San Pietro tra tutte – oltre agli edifici post-unitari come il Vittoriano. La vecchia Roma era molto simile nelle dinamiche sociali e nell’avversione dei suoi oppositori, alla Roma del XXI secolo.

Roma è il mondo del Quirinale, più il mondo del Vaticano, più la burocrazia d’ogni parte d’Italia, più la gente costretta a passarci per causa di qualche intoppo burocratico o di qualche necessità politica.

Essa era però, soprattutto, meta turistica ammiratissima e pittoresca, covo di musicisti di albergatori e di locandieri, abitata da una popolazione cinica, indifferente, lontana anni luce dai romani imperiali sognati da Mussolini. La ricostruzione architettonica di Roma per restituirle il ruolo di capitale, non di un modesto Stato come il Regno d’Italia ma di una grandiosa italianità imperiale, è perciò un processo che va al di là del concetto urbanistico.

Il recupero delle vestigia della romanità imperiale, ad esempio, furono concepite non come sterile operazione archeologica e antiquaria ma come riscoperta monumentale del passato glorioso dei romani, degli italiani del passato.

Se l’uomo vuole creare cose grandi ha in genere bisogno del passato, se ne impossessa per mezzo della storia monumentale.

I resti della Roma del passato divennero strumenti al servizio della Roma del presente e del futuro fascista. Via dell’Impero (oggi Via dei Fori Imperiali) esemplifica bene questa idea. La prima vera moderna via della capitale legava indissolubilmente il cuore della romanità imperiale con la nuova Roma incarnata dal duce, con Palazzo Venezia e, immediatamente di fronte, con il Vittoriano degli italiani. A circoscrivere la via grandeggiano le solenni figure degli imperatori di Roma, a partire dal divo Giulio Cesare, a scandire con religiosa intensità la storia dell’impero che da Roma e dall’Italia, irradiò nel mondo intero. La ricostruzione della capitale però non interessò solamente la riscoperta e la rimodulazione dell’antica Roma in chiave fascista. Essa si espresse nei nuovi edifici, chiave di volta dell’intera impalcatura imperiale mussoliniana, che trasformarono per sempre il volto dell’Urbe.

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Il Foro Mussolini (oggi Foro Italico) esemplificò la rinnovata romanità fascista, inno alla giovinezza e alla forza italica, quasi un inno al Fascismo che questa giovinezza ha inquadrata, organizzata, animata, per avviarla ai più alti, immancabili destini. Il foro si compone di un nucleo centrale, l’Accademia Fascista di Educazione Fisica. Attraverso un passaggio ad arco si accedeva allo Stadio dei Marmi, circondato da statue marmoree di nuda virilità, muscolosi, immagini del nuovo italiano. Ad incorniciare il tutto il grande obelisco dedicato a Mussolini e la fontana della sfera, simbolo di perfezione cosmica e universale, come il ruolo del fascismo e dell’italianità nella storia della civiltà.

Mai nessuno aveva condensato la millenaria storia d’Italia in concetto tanto dinamico e proteso al futuro. Il fascismo di pietra secondo Emilio Gentile è la prefigurazione simbolica della nuova Italia e della nuova civiltà imperiale, che il fascismo, ispirandosi ad un rinnovato mito della romanità, aveva l’ambizione di creare attraverso l’esperimento totalitario. Tale esperimento denso di mitologie del passato, ma anche di una grandiosa progettualità futura fu il fulcro della modernità autoritaria fascista.

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Sempre a Roma prese vita l’ambizioso progetto di dotare la capitale di un nuovo e moderno quartiere, l’EUR, proiettato verso il mare, verso il Mediterraneo entro cui si sarebbe dispiegata nuovamente la potenza di Roma; un quartiere caratterizzato dalla nivea bianchezza dei propri edifici, e che comprendeva gli Uffici dell’Eur, la Piazza Imperiale, il Palazzo delle Forze Armate e il palazzo destinato ad ospitare la Mostra della Civiltà Italiana. Quest’ultimo edificio, il cosiddetto Colosseo Quadrato sugella nelle proprie forme sia l’ascendenza romana, data dal richiamo al Colosseo, sia le innovative forme razionaliste, nella sua perfezione geometrica. In alto, infine, un motto riecheggia:

Un popolo di poeti di artisti di eroi, di santi, di pensatori di scienziati, di navigatori di trasmigratori.

Quanto questa immagine certamente enfatizzata, manomessa ed ambiziosa dell’italianità del futuro poteva trovare riscontro nella realtà sociale, oltreché architettonica?

È la materia che mi manca. Anche Michelangelo aveva bisogno del marmo per fare le sue statue. Se avesse avuto soltanto dell’argilla, sarebbe stato soltanto un ceramista.

In questo come in altri scritti Mussolini si mostrò insoddisfatto del carattere dei suoi nuovi romani. La guerra che avrebbe suggellato nel sangue, come e più della conquista dell’Impero dell’Africa Orientale, si palesò al duce come un fallimento degli eredi delle legioni romane. Il 19 luglio del 1943 Roma fu bombardata. Il resto è noto. Dopo la liberazione e la fine della guerra i monumenti pietrificati del Ventennio si trasformarono o furono ridotti a brandelli. La nuova religione politica dell’Italia antifascista suggellò la propria vittoria sulle rovine della religione sconfitta del fascismo. Una religione così prepotentemente presente negli edifici, nello stile architettonico e nelle incisioni, da essere ancora oggi oggetto di iconoclastia e anacronistiche vendette.