Il 17 marzo 1861 vide la luce, tra il bagliore degli ideali romantici e gli interessi della dinastia Savoia, il figlio insperato di una terra rigeneratasi nel sacrificio dei suoi martiri, liberatori – si diceva – di un popolo e della sua anima oppressa da lunghi secoli di muto, inerte servaggio. La distanza tra retorica e realtà non poteva essere più svilente.

Sull’avvenire del neonato Regno d’Italia già gravava, invero, il peso enorme di un patrimonio spirituale ancora da definire, essendo la partecipazione ad esso – l’italianità – un sentimento non ancora percepito con consapevolezza e in ogni caso, per effetto del corso assunto dagli avvenimenti storici, circoscritto alle sole popolazioni settentrionali. L’aver condiviso la bellicosa esperienza anti-austriaca, infatti, aveva ingenerato nel Nord la predisposizione necessaria ad accogliere l’idea di una ricostruzione identitaria comune, influenzata, peraltro, dalle coeve palpitazioni patriottiche che ormai da tempo animavano gli stati tedeschi.

Tale attitudine non aveva eco alcuna nel Meridione, come del resto nelle legazioni pontificie dell’Umbria e delle Marche (già annesse nel 1860). In quei territori in cui, cioè, il (ri)congiungimento alla Patria – parola capace di suscitare la medesima reazione provocata da Carneade in don Abbondio: “Chi era costui?” – era stato imposto con la forza delle armi e il fascino di promesse presto tradite.

A ciò non può essere contrapposto il fervente entusiasmo manifestato all’arrivo delle camicie rosse. In riferimento ai caratteri assunti dalle vicende unitarie nel Regno delle due Sicilie, tale reazione non era espressione di una limpida volontà di affratellamento, bensì il frutto acerbo delle illusioni fomentate dalle vestigia rivoluzionarie che mascheravano la reale natura della spedizione garibaldina.

D’altronde, pur dovendo respingere gli eccessi in cui spesso incappa la polemica revisionista, la lucida analisi di Francesco II di Borbone risulta difficile da contestare:

Non sono i miei sudditi che mi hanno combattuto contro; non mi strappano il Regno le discordie intestine, ma mi vince l’ingiustificabile invasione di un nemico straniero. Le due Sicilie, salvo Gaeta e Messina, questi ultimi asili della loro indipendenza, si trovano nelle mani del Piemonte. Che ha dato questa rivoluzione ai miei popoli di Napoli e di Sicilia? [Omissis] Lo stato di assedio regna nelle provincie ed un generale straniero pubblica la legge marziale, decreta la fucilazione istantanea per tutti quelli dei miei sudditi che non s’inchinano alla bandiera di Sardegna. [Omissis] Sparisce sotto i colpi dei vostri dominatori l’antica monarchia di Ruggiero e Carlo III; e le due Sicilie sono state dichiarate provincie di un regno lontano. Napoli e Palermo saranno governati da Prefetti venuti da Torino. (Dal proclama reale ai popoli delle due Sicilie, 8 dicembre 1860)

La centralità delle ambizioni espansionistiche piemontesi nella genesi storica del Regno d’Italia, dunque, aveva frapposto tra i cittadini e lo Stato un imponente vuoto spirituale, destinato a colmarsi soltanto a prezzo di feroci sofferenze. La gravità di tale situazione, acuita comunque dalla pervicacia del brigantaggio e dagli effetti sociali prodotti dal sacrilegio di Porta Pia, perdurò, accrescendosi, sino all’eccidio di Dogali del gennaio 1887. Un evento cruciale per la storia d’Italia, poiché dotato di un impatto così traumatico da porre solide basi per la formazione di una coscienza nazionale.

Il valoroso cameratismo che contraddistinse gli uomini del tenente-colonnello Federico de Cristoforis, compatti – come vuole la leggenda – nel rendere l’estremo saluto ai commilitoni caduti, pur imperversando il fatale assedio nemico, turbò profondamente la pubblica opinione, destando sincera ammirazione per gli eroi della nascitura Nazione. Per quanto l’esigenza di condurre una politica imperialistica fosse oggetto di severe e sempre più crescenti critiche, un sentimento di protezione verso il suolo natìo e i suoi figli pervase l’intera società, indotta, di conseguenza, a un’intensa maturazione quanto al suo modo di riconoscersi in valori unanimi.

La battaglia di Dogali (Michele Cammarano)

I successivi sviluppi della partecipazione alla zuffa per l’Africa, dalla fondazione della colonia di Eritrea (gennaio 1890) sino alla conquista della Libia (ottobre 1912), attraverso le sconfitte patite in territorio etiope tra il dicembre del 1895 e il marzo dell’anno seguente, inasprendo il dibattito politico, alimentarono la riflessione sul concetto di Patria, pericolosamente esposto a quelle contaminazioni nazionalistiche che, in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, avrebbero condotto l’Europa su di un catastrofico sentiero di guerra.

Proprio il coinvolgimento nel primo conflitto mondiale, con la sua dolorosa carica ideologica e il suo particolare significato storico, plasmò l’essenza dell’italianità. La brutalità della vita in trincea e la pressante incombenza della minaccia austriaca imposero, infatti, un processo di unificazione spirituale dotato di energia così straripante da oltrepassare i confini del fronte e coinvolgere l’intero Paese, unitosi in ciò che rappresentarono le sponde del Piave, simbolo dell’invitta resistenza opposta allo straniero.

Alberto Sordi e Vittorio Gassman nel film “La Grande Guerra”

Doveroso, a tal riguardo, è un breve accenno al film “La Grande Guerra”. Attraverso le vicende del romano Oreste Jacovacci e del milanese Giovanni Busacca – l’indicazione della loro origine non è affatto superflua – l’opera ben racconta di come gli avvenimenti bellici del’15-18 abbiano potuto forgiare l’esistenza di un popolo, sanando le lacerazioni inflitte dal processo unitario. Il sangue e le lacrime versate negli estenuanti combattimenti contro il nemico asburgico fornirono alla società quell’apporto emotivo di cui essa stessa aveva bisogno per riconoscersi Nazione: con la vittoria, la quarta Italia – insoddisfatta ambizione dell’Ottocento – cessò di essere una sfortunata invenzione letteraria.

L’alba era appena sorta. Sull’evoluzione dell’italiano, infatti, avrebbero inciso nell’immediato dopoguerra diversi fattori di crisi (tra cui, in un ruolo di prim’ordine, il diffuso malcontento sociale per la debolezza del governo) rafforzando le recondite radici di un istinto dall’aspetto catartico: quello che condusse al fascismo.