Negli ultimi due decenni i rapporti tra Italia e Stati Uniti hanno conosciuto un miglioramento ininterrotto, tanto da far affermare all’ex Segretario di Stato Kerry, in visita all’Expo di Milano, che non ‎sono mai stati così forti. L’andamento sintonico delle relazioni bilaterali ha contraddetto la previsione, formulata nel 1995 dallo storico Sergio Romano, secondo cui le strade dei due paesi sarebbero state destinate a divergere progressivamente con la fine della Guerra Fredda. Una previsione che, considerata oggi alla luce dell’impegno militare italiano nei Balcani, in Afghanistan ed in Iraq, potrebbe facilmente essere assegnata alla categoria delle ultime parole famose di Gialappassiana memoria. In realtà, lo scenario prospettato dall’editorialista del Corriere non appariva così inverosimile vent’anni fa e poggiava su elementi concreti, in particolare sull’ancora fresca questione somala.

Fazioni armate in Somalia nel 1992

Fazioni armate in Somalia nel 1992

Alla fine del 1992 la dottrina dell’ingerenza umanitaria trovò la sua prima applicazione in una Somalia funestata da siccità e guerra civile con il lancio dell’operazione Restore Hope, guidata dagli Stati Uniti sotto l’egida dell’Onu. La collocazione temporale, all’indomani del crollo definitivo dell’URSS, chiariva la valenza cruciale che a quest’operazione attribuirono sia gli Stati Uniti che l’Onu. Nonostante Bush senior si fosse appellato a motivazioni puramente umanitarie per giustificare l’invio dei 28 mila marines, apparve chiaro sin da subito che dietro questa decisione ci fosse la volontà di affermare la rafforzata leadership mondiale Usa. E fu lo stesso Brent Scowcroft,consigliere per la sicurezza nazionale, a confermare che la missione nel paese del Corno d’Africa costituiva una dimostrazione di come gli Stati Uniti non avessero paura d’intervenire all’estero.

Da parte sua, l’Onu, accettando l’offerta di Washington ed affidandogli la guida della Forza multinazionale incaricata di attuare tutti i mezzi necessari per la pacificazione, entrò, per la prima volta, in contraddizione con l’articolo sulla non ingerenza negli affari interni di uno stato sancito dalla Carta di San Francisco. Il nuovo contesto internazionale venutosi a creare con la fine della contrapposizione tra i due grandi blocchi spronò le Nazione Unite a ridisegnare il proprio ruolo tradizionale virando verso un più accentuato interventismo su tutti gli scacchieri internazionali. L’operazione Restore Hope, dunque, costituì il banco di prova di quest’evoluzione.

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Ma per tutta una serie di ragioni strategiche,storiche, politiche ed economiche, fu soprattutto l’Italia a non potersi permettere di rimanere esclusa dall’avventura somala. Tra fine anni ’80 ed  inizio anni ’90 il venir meno di un totem assoluto come la Guerra Fredda provocò un invitante rimescolamento della gerarchia internazionale. L’Italia puntò ad approfittarne e la missione delle Nazioni Unite in un’area tradizionalmente di suo interesse poteva costituire una concreta opportunità per soddisfare le sue rinnovate ambizioni di grande potenza. Il lungo passato coloniale e l’amministrazione fiduciaria mantenuta fino al 1960 consentivano al Belpaese di rivendicare una conoscenza più approfondita della difficile realtà somala. Oltretutto, il legame tra i due paesi non era stato interrotto dalla nascita dello Stato africano ma si era evoluto, trovando nuove forme di interdipendenza che avevano toccato il loro apice durante il lungo dominio di Siad Barre. Sotto il suo regime, complice la tendenza ad oscillare tra i due schieramenti della Guerra Fredda, la Somalia assurse allo status di dépendance esotica della partitocrazia italiana: prima il monopolio Dc con tanto di visita di Moro dopo il golpe del ’69, poi il flirt con il PCI quando Siad Barre spostò Mogadiscio nella sfera d’influenza dell’URSS ed infine l’asse speciale con il PSI quando scoppiò la guerra dell’Ogaden contro l’Etiopia.

L’appoggio sovietico ad Addis Abeba provocò la rottura con Mosca e Botteghe Oscure rendendo il dittatore somalo un naturale interlocutore per il progetto craxiano di un socialismo alternativo al marxismo-leninismo. L’arrivo di Craxi a Palazzo Chigi ed i successivi governi del CAF segnarono l’età d’oro delle relazioni italo-somale: nella crisi regionale con l’Etiopia, il governo italiano abbandonò gli equilibrismi democristiani e sterzò decisamente a favore del regime di Mogadiscio, finendo per diventarne l’unico riferimento occidentale. In questi anni, oltre all’inequivocabile sostegno politico, si moltiplicò il valore dell’export di armi made in Italy e vennero stanziati 1400 miliardi per la cooperazione italo – somala da destinarsi alla costruzione di infrastrutture, all’apertura di aziende e alla formazione di operatori sanitari e di docenti.

Siad Barre e Craxi

Siad Barre e Craxi

Quando il regime sembrò in procinto di crollare nel 1990, da Roma prima fu effettuata una tenace offensiva diplomatica su Siad Barre affinché avviasse un processo di democratizzazione interna, poi, deposto il dittatore, si tentò una mediazione per ricomporre la spaccatura all’interno del vittorioso movimento di resistenza. Divenne concreto lo spettro di una guerra civile tra la fazione di Ali Mahdi e quella di Aidid che avrebbe fatto scivolare nel caos lo Stato africano e avrebbe dissolto il patrimonio geopolitico accumulato dal Belpaese nei decenni precedenti. Di conseguenza, nel momento in cui le Nazioni Unite lanciarono l’operazione Restore Hope, l’Italia non poté limitarsi al ruolo di spettatore indifferente ed il governo Amato, nonostante le difficoltà interne legate allo scoppio di Tangentopoli, decise di partecipare inviando un contingente di 2300 militari, secondo per numero solo a quello americano. Il Palazzo di Vetro e la Casa Bianca non apparvero particolarmente entusiasti di questa partecipazione e la loro tiepidezza non tardò a sfociare in veri e propri contrasti sul campo.

Memore del ruolo da protagonista da sempre rivestito nella zona, l’Italia non accettò di buon grado il ridimensionamento a semplice comparsa ed alzò la voce, contestando l’operato della Forza Multinazionale: al comando americano della missione si rimproverò un eccessivo ricorso alla forza, peraltro unidirezionale perché inteso a colpire solamente la fazione di Aidid. Il generale Bruno Loi, comandante del contingente italiano, spalleggiato dai ministri della difesa socialisti Andò e Fabbri, interpretò l’inclinazione degli alleati a favore di Ali Mahdi come una negazione dell’originario carattere umanitario della missione e non mancò di rammentare loro in più occasioni che l’obiettivo iniziale consisteva nel disarmo e nella conseguente pacificazione del paese. Condizione, quella della pacificazione, per il cui raggiungimento era necessario, secondo l’alto graduato, che la coalizione internazionale mantenesse una posizione di neutralità tra le due fazioni in lotta.

Il generale Bruno Loi

Il generale Bruno Loi

Le critiche italiane alla caccia ad Aidid scatenata dalle truppe della Forza Multinazionale evidenziarono il peccato originale con cui era nata l’operazione Restore Hope: l’assenza di un coordinamento fattivo tra i contingenti dei 32 paesi che avevano aderito alla missione, intrappolati nella morsa della duplice ubbidienza dovuta sia al comando militare Onu che ai rispettivi governi. A penalizzare la buona riuscita dell’intervento contribuì anche la supremazia statunitense nelle decisioni più importanti: l’approccio muscolare imposto alla missione da Washington fu rifiutato da Roma, sostenitrice di una linea dialogante con le parti in causa e più ben predisposta nei confronti della popolazione. Il governo italiano, presieduto in quel momento da Ciampi, non rinnegò la via diplomatica neppure dopo la battaglia del Pastificio in cui le milizie di Aidid uccisero tre uomini del contingente italiano e strapparono il controllo del posto di blocco. Al contrario, l’episodio del Check Point Pasta inasprì le tensioni già esistenti: il ministro della Difesa Fabbri invocò la nomina di un rappresentante italiano nel comando della missione Onu per bilanciare il peso americano mentre l’ammiraglio a stelle e strisce Howe, capo politico dell’Operazione Restore Hope, ordinò al generale Loi l’immediata rioccupazione con le armi del posto di blocco perduto.

Di fronte a questa forzatura, il comandante italiano, dopo aver consultato il titolare della Farnesina ed aver ottenuto il suo sostegno, rifiutò di eseguire l’ordine ed aprì una trattativa con gli anziani del quartiere per consentire al suo contingente di riprendere il controllo del Check Point Pasta. Anni dopo, nel corso della sua testimonianza resa alla Commissione Parlamentare sull’omicidio di Ilaria Alpi, l’ex ministro Fabbri ricordò la difficoltà con cui prese quella decisione ma rivendicò anche la coerenza dimostrata all’impostazione dialogante fino a quel momento sostenuta a dispetto delle critiche americane. In quel caso, la fortuna aiutò gli audaci perché il contingente di Loi rioccupò la strategica postazione evitando inutili spargimenti di sangue e sancendo la vittoria di Machiavelli nel braccio di ferro con Rambo, come sottolineò una felice formula coniata dal New York Times durante quei giorni difficili.

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Il successo della mossa italiana non fu però scevro di conseguenze: l’Onu richiese la rimozione del generale Loi, difeso finché […] possibile dal governo Ciampi di fronte alle insistenze del segretario Kofi Annan e poi sostituito, a scadenza di mandato, perchè non […] in linea con gli americani e neppure con l’ONU, secondo la testimonianza dell’allora ministro Fabbri. Allo smacco subito dal comando statunitense delle Nazioni Unite seguì un’energica campagna diplomatico-mediatica intesa ad incolpare il contingente italiano di scendere a patti con i clan somali, in particolare con Aidid. Da parte sua, l’ex ministro Fabbri respinse al mittente quest’accusa ricordando che:

verso il 10 giugno [1993] la nostra intelligence venne a sapere di alcuni movimenti di Aidid. Era l’occasione per arrestarlo. Il premier mi suggerì di informare il comandante americano dell’Onu. Ci risposero che non bisognava intervenire.

Una circostanza, quella rivelata dall’ex politico del Psi, che l’ambasciatore USA dell’epoca Robert Gosende non si preoccupò di smentire.

La pressione dell’opinione pubblica internazionale, congiunta alla contemporanea dissoluzione del sistema politico della Prima Repubblica, indussero il già debole governo Ciampi a cedere di fronte ai richiami dell’Onu e a predisporre il ritiro del proprio contingente da Mogadiscio. Non c’è da stupirsi se, davanti al disimpegno italiano dalla missione in terra somala, l’entourage americano dell’ammiraglio Howe non tirò fuori i fazzoletti per la commozione ma, al contrario, si lasciò andare a giudizi poco lusinghieri sui soldati del Belpaese. La smobilitazione dei reparti italiani conobbe, inoltre, un epilogo tragico il 15 Settembre del 1993 con l’uccisione di due parà, Giorgio Righetti e Rossano Visioli, vittime di un agguato attribuito, nella versione ufficiale, ai cecchini somali a cui, però, assisterono inermi e senza azzardare una reazione anche alcuni soldati della missione internazionale. I dubbi su quest’episodio fecero si che la pista del fuoco amico ritornò più volte nel corso degli anni tanto da essere evocata nel corso dei lavori della Commissione Alpi, sia durante la testimonianza dell’ex ministro Fabbri, sia durante quella del generale del Sismi Cesare Pucci.

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Liberata dal machiavellico contraltare incarnato dall’apporto italiano, la spedizione Onu a trazione americana poté intraprendere l’auspicato indirizzo rambesco con rastrellamenti e perquisizioni in grande stile ed avviò l’intensificazione delle operazioni militari. A causa di questo ricorso eccessivo alla forza e a causa della chiusura al dialogo con qualsiasi clan tribale, le truppe di Howe, giunte nel paese con il proclamato scopo umanitario, vennero percepite sempre più come forza d’occupazione. Il sentimento popolare di ostilità sfociò poi nel dramma di Black Hawk Down con l’abbattimento di 3 elicotteri americani, l’uccisione di migliaia di civili somali e la conseguente smobilitazione dal paese predisposta dal Presidente Clinton, imitato poi dal Consiglio di Sicurezza.

In conclusione, la Somalia rappresentò, certamente, un Vietnam italiano in cui la Prima Repubblica nella sua fase declinante, pur scendendo in campo per difenderli con un ultimo sussulto di dignità, non riuscì a mantenere gli enormi interessi geopolitici maturati durante la sua fase più splendente in quell’angolo di Corno d’Africa. Tuttavia, nonostante la prevalenza finale di Rambo su Machiavelli, anche per Stati Uniti ed Onu l’Operazione Restore Hope significò il clamoroso fallimento del primo ambizioso piano di ingerenza umanitaria. A più di vent’anni di distanza, la vicenda somala si potrebbe riassumere in una semplice asserzione conclusiva: Rambo vinse, Machiavelli aveva ragione.  Accanto alla notte di Sigonella, tra le pagine coraggiose della storia repubblicana vale la pena annoverare anche la decisione del generale Bruno Loi che, rifiutando un ordine arrivato dal comando Onu perché contrario all’impostazione diplomatica a cui il suo contingente si era sempre attenuto, non esitò ad obbedire al governo del proprio paese che lo esortava a disobbedire agli americani.