Una volta lo zio di Christian De Sica ha ammazzato a picconate Lev Trockij. Che cosa bizzarra; ma sì, sappiamo che talvolta alla Storia piace scherzare con un curioso e birbante senso di black humour. La Storia sa ridere beffarda.

Ci troviamo in una grottesca rappresentazione che inizia con una pila di vecchie videocassette. Titoli: Sapore di mare, Vacanze di Natale, Vacanze in America, Yuppies – i giovani di successo, Fratelli d’Italia, Il conte Max, Ricky & Barabba, Simpatici & antipatici. Mentre l’anziano videoregistratore sbobina rumorosamente i nastri delle VHS sullo schermo del pesantissimo e archeologico televisore novecentesco, appare il faccione dell’attore romano Christian De Sica. Tra linee nero-grigie per l’usura del tempo e immagini che ballano a causa dell’arteriosclerosi del mezzo video ecco gag ormai agée, dialoghi comici anni ’80, spiritosaggini da caserma, situazioni sesso-buffe, personaggi esageratamente cafoni, culi e culattoni, doppi sensi, tripli sensi, mignottoni, macchiette, furberie, ignoranze, maleducazioni, mediocrità, romanità de borgata, italianità di bassa lega, vaffanculi.

Che simpatico questo architetto! A me i froci me fanno ammazza’ da le risate! 

Le service? Mi cacciate e volete pure la mancia? Guarda bene la UUUU … Ma vaffanchù!

Ma beata la ‘gnoranza! Quando stai bene de testa de core e de panza!

Sketch che han fatto ridere. Ma fermi, non siamo qua a parlare di cinema. Clicco stop sul telecomando del videoregistratore. A noi interessa parlare dello “zio” di Christian De Sica, non della carriera cinematografica del nipote. A noi interessa sottolineare l’aspetto ironico di una faccenda che lega la comicità italiana popolare con uno degli assassinii più eccellenti del secolo scorso. A noi interessa stupirci di un incrocio storico burlone, della strana casualità, del collegamento temporale assurdo, un nonsense della memoria ubriaca.

Dunque, De Sica senior, il grande plurioscar Vittorio, regista, attore, sceneggiatore, giocatore, sposa in seconde nozze María Mercader, attrice barcellonese, da cui ha due figli, Manuel, musicista e compositore, e Christian, famoso attore. Mamma María, nata da Pablo Mercader Marina e María Salses, ha un cugino, Jaime Ramón Mercader del Río Hernández, figlio di Caridad del Río Hernández e di Pablo Mercader Marina. Genealogicamente, dovremmo intendere Ramón come cugino di Christian. Ma zio suona meglio.

Zio Ramón è una spia sovietica. Lo zio di Christian De Sica ha sfondato il cranio al rivoluzionario Lev Trockij, uno dei politici più influenti di tutto il XX secolo e oltre. La storia merita di essere ricostruita, delineando le esistenze dei due protagonisti, la vittima e il carnefice.

María Mercader

L’assassinato è Lev Trockij, ebreo ucraino nato da un’agiata famiglia di proprietari terrieri del sud, che vivono non distante dalle coste del Mar Nero. “L’antipatico Trockij” vota la propria vita alla rivoluzione rossa; già nei suoi anni più giovani si ficca nei pasticci partecipando a riunioni segrete di sovversivi, e conosce ben presto la deportazione in Siberia per motivi politici. Riesce ad espatriare in modo rocambolesco dalla Russia dello zar Nicola II e dalla sua tremenda polizia segreta dell’Okhrana.

All’estero conoscerà il padre della rivoluzione Lenin; con lui terrà un rapporto ambivalente, sono anni in cui in seno al movimento socialdemocratico d’ispirazione marxista si delineano due correnti contrapposte fra loro: menscevichi e bolscevichi, e saranno infine quest’ultimi, dopo lunghe peripezie e trambusti russi, ad avere la meglio nella corsa al potere. Abilissimo organizzatore e capace stratega nell’arte oscura di sollevazioni armate, o meglio, intelligente ingegnere della macchina insurrezionale, Lev riesce a portare la rivoluzione d’ottobre al successo. I suoi sforzi per il controllo delle strade e dei punti nevralgici metropolitani sono egregiamente descritti da Curzio Malaparte nel suo vietatissimo Tecnica del colpo di Stato.

Ci occorre una piccola truppa, fredda e violenta, addestrata alla tattica insurrezionale.

Per il tecnico della rivoluzione Trockij la ricetta del colpo di stato perfetto è semplice:

Per impadronirsi dello Stato moderno occorre una truppa d’assalto e dei tecnici: delle squadre di uomini armati, comandate da ingegneri.

Quindi, più che una vasta sollevazione popolare e un classico assedio ai ministeri e ai palazzi, si deve agire con dei commando di uomini determinati e specializzati, a proprio agio con fucili e bombe a mano, ma anche con cavi e pannelli elettrici. Più che ai simboli istituzionali si deve puntare alle centrali elettriche, alle stazioni radio e telefoniche, alle ferrovie, agli edifici della posta. Chi controlla le comunicazioni e i centri energetici controlla lo stato. Se i ministeri rimangono isolati, privi di luce e senza possibilità di comunicare con l’esterno, la loro funzione svanisce. Tecnica: puntare alla tecnologia ancor prima che all’istituzione. Semplice, chiaro, efficiente: i bolscevichi prendono il potere a Pietrogrado.

Lev Trockij

Il 1917 è rosso. Segue la pace di Brest-Litovsk con i tedeschi del Kaiser, gravi sconvolgimenti interni, il terrore, la guerra civile. Contro i bianchi anti-comunisti, Trockij, da eccezionale organizzatore qual è, mette in piedi l’Armata Rossa che, da un surrogato di esercito straccione, diviene una forza motivata sempre più temibile e preparata. E ottiene la vittoria, difatti. Ma con la malattia e poi la morte del leader Lenin, si accende senza esclusione di colpi la lotta per la successione al trono dei soviet.

Stalin il georgiano spietato contro l’antipatico Trockij. I due diventano nemici per la pelle. Non solo due uomini contro, ma due ideologie differenti in seno al medesimo partito. Lev vuole la rivoluzione permanente, cioè esportare il bolscevismo rivoluzionario al di fuori dei confini russi, in Germania, in Cina, ovunque, e sovvertire il mondo intero affinché l’esperienza proletaria della Russia non rimanga chiusa in se stessa, alla mercé dei tanti nemici esterni. Stalin, assolutamente no. È un duello politico all’ultimo sangue, vince il più feroce. Il più feroce è il georgiano d’acciaio.

Joseph Stalin

Nel 1927 Trockij è espulso dal partito comunista sovietico, e nel ’29 confinato nelle remote lande kazake. Al suo nemico, sempre più granitico al comando assoluto, non basta ancora, ed espelle definitivamente l’avversario dall’URSS. Per lui, inizierà un lungo vagabondaggio. Da Odessa, finisce in Turchia. L’esiliato si trova davvero in una brutta situazione: il suo persecutore gli dà il tormento continuo, nessuno stato del mondo ha piacere ad accogliere quell’ospite ingombrante perché non vogliono inimicarsi Stalin e guastare opportunità commerciali. Gli Stati Uniti di Roosevelt gli negano il visto. Deambula tra Francia e Norvegia, ma avverte il fiato sul collo del suo nemico storico. Stalin non lo molla, stermina i membri della famiglia rimasti in patria, sua figlia scappata a Berlino si uccide, il figlio Lev muore probabilmente avvelenato a Parigi: l’ecatombe dei Trockij.

L’ucraino errante riesce però a trovare la sua oasi. Il Messico del presidente Lázaro Cárdenas del Río si offre di accoglierlo e nel 1937 l’esule è su un transatlantico con rotta verso Tampico. Ad ospitarlo, due artisti di fama globale: Frida Kahlo e Diego Rivera.

Lev Trockij e Frida Khalo

Due opere al volo per capire chi sono e che fanno. Il cervo ferito del 1946 è un quadro di Frida che raffigura lei nelle sembianze di un cervo, testa femminile e corpo animale, trafitto da nove frecce e agonizzante nel sottobosco. L’artista messicana ha un tremendo incidente a bordo di un autobus a soli 18 anni di età. Il mezzo si accartoccia su un muro e l’urto le spacca ossa e colonna vertebrale, e una sbarra di ferro le entra in un fianco, uscendo dalla vagina. Un martirio. Quell’incidente la perseguita tutta la vita, sono ben 32 le operazioni a cui deve sottostare. I dolori, lancinanti. Il quadro qui citato è testimonianza surreale in colori del suo male che mai l’abbandona.

Il murales L’uomo controllore dell’universo del 1934 è l’opera di Diego Rivera commissionata dal signore del petrolio John Davison Rockefeller Jr. per il suo Rockefeller Center, castello di alte torri nel cuore della megalopoli del dollaro, l’alto simbolo del potere capitalistico. Rivera fa imbestialire il committente realizzando un murale zeppo di espliciti riferimenti al mondo socialista e i suoi grandi esponenti, Lenin e Trockij inclusi, e anche Marx ed Engels, e inoltre tripudio di bandiere rosse, operai in marcia; persino, svergognato, afroamericani verso la libertà del proletariato. Per Rockefeller, magnate tra i magnati americani, offesissimo, quel graffito è un affronto, una provocazione, un insulto. Forme e figure sfacciatamente comuniste, proprio lì, a casa sua. Ne ordina la distruzione.

La coppia di artisti non teme lo scandalo, sono marxisti dichiarati, ma dissidenti. Ospitando l’esule, si guadagnano le ire del partito comunista messicano, il PCM, fedele alla politica ufficiale di Mosca stalinizzata. I due pittori sono eretici, dei traditori. Trockij, sua moglie Natalia Sedova e il nipotino Sieva si traferiscono a Coyoacán, quartiere di Città del Messico; Frida Kahlo mette a disposizione la sua Casa Azul; piante, fontane, pennelli, blu ai muri, blu alle pareti, Azul, blu. La casa dell’artista, è essa stessa opera d’arte, e l’ospite si trova bene; così bene che sarà l’amante della padrona di casa per un certo periodo.

La residencia viene ampliata, sono necessari nuovi spazi e rinforzi ai muri di cinta: Trockij è un personaggio scomodo, costantemente nel mirino, vecchi e nuovi nemici sono ovunque, le spie lo seguono, s’infiltrano, s’annidano, Stalin vuole la sua testa, Trockij si deve guardare le spalle. Ma non se ne sta zitto, anzi. Fonda la Quarta Internazionale, organizzazione in netta contrapposizione con l’ufficialità della Terza Internazionale di Iosif Stalin e del Comintern. L’eresia continua, la battaglia per la guida del comunismo mondiale, pure. Per Stalin, quell’ebreo ucraino, è una spina che dà fastidio. Va estirpata. Il dittatore, assieme ad alti membri del Politburo, firma il documento segreto per la condanna a morte del rivale. Entra in gioco il killer.

Ramón Mercader da giovane

L’assassino è Ramón Mercader, lo zio di Christian De Sica. Figlio d’arte: sua mamma, Caridad del Río, sorta di figura di commissario politico famigliare, cresce i figli sotto il culto della causa marxista e di dio Iosif. Devozione assoluta alla bandiera rossa. Caridad, sposata con il commerciante barcellonese Pablo Mercader, alleva i suoi cuccioli, e i pargoli crescono: Luis, volontario nell’Armata Rossa e professore d’ingegneria a Madrid, Jorge, agente segreto sovietico, Pablo, combattente repubblicano comunista morto durante la guerra civile spagnola, Montserrat, segretaria di André Marty, il leader del partito comunista francese PCF, conosciuto con il sinistro nomignolo di “macellaio di Albacete”, e infine, zio Ramón.

È durante la guerra civile che infiamma la Spagna che Ramón tramuta il suo ideale in lotta armata, imbracciando le armi contro i franchisti, falangisti, carlisti, fascisti italiani e nazisti tedeschi della Legione Condor, ma anche contro le formazioni anarchiche della FAI e trotskiste del POUM, in una complessa guerra fratricida a scatole cinesi con più fronti e sottofronti. Anche sua madre Caridad e i suoi fratelli sono parte attiva nello schieramento repubblicano, nella sua frangia più filosovietica.

Ramón Mercader

È in questo periodo di battaglie iberiche che ci sarebbe stato l’incoraggiamento di Caridad affinché il figlio entrasse nelle fila segrete del NKVD Narodnyj komissariat vnutrennich del, l’imponente organo di polizia segreta dell’URSS che si ramifica all’estero, fino ai quattro angoli del pianeta. Naturalmente, nella Spagna della grande prova bellica di quello che da lì a poco si scatenerà nel mondo, la presenza di membri del NKVD (e dell’intelligence militare GRU, il Direttorato principale per l’informazione), è numerosa; le città e i reparti delle Brigate Internazionali sono nidi di spie. Ramón viene avvicinato e arruolato da Nahum Eitingon, ebreo bielorusso dalle mille identità, formato nelle fila aguzzine della polizia politica Čeka, fucilatore navigato, appassionato torturatore, spia d’alto grado.

Eitingon ha ricevuto l’incarico dal crudele Berija, capo sbirro del potere, che a sua volta ha l’ordine diretto dal compagno Stalin: Trockij deve morire in una pozza di sangue. Nel progetto killer, ad Eitingon è affiancato un altro agente segreto che pare essere uscito da un romanzo di spionaggio: Pavel Sudoplatov, čekista da quando aveva soli 14 anni, un bimbo prodigio nel settore. Opera sotto copertura in mezza Europa, nel 1938 fa fuori il nazionalista ucraino Konovalec con una scatola di cioccolatini a Rotterdam. La scatola di cioccolatini è farcita di esplosivo. Sudoplatov si avvicina all’ucraino per donargli la scatola. L’ucraino ringrazia. Sudoplatov si allontana di qualche passo per godersi lo spettacolo, ridendo sotto i baffi. I cioccolatini esplodono in faccia all’ucraino, fulminandolo. Cioccolatini NKVD, indigesti.

Il compagno Pavel è un addestratore eccezionale. Dalla Spagna porta l’apprendista Ramón Mercader con sé, a Mosca, alla Lubjanka, il palazzo-fortezza della polizia segreta, la casa delle spie russe. Ramón viene istruito, e impara. Sudoplatov è un buon maestro. Gli insegna le arti oscure della simulazione, dell’infiltrazione, della mimetizzazione, della menzogna per resistere agli interrogatori, dell’omicidio con armi convenzionali e armi non convenzionali. È nato un sicario di Stalin, mamma Caridad è fiera di lui.  

Soviet spy games: i capi Eitingon e Sudoplatov studiano due piani differenti per raggiungere il medesimo obiettivo, ovvero il nemico Trockij spedito all’altro mondo.

Piano A: operazione vecchio stile, tradizionale. È molto semplice; si tratta di assaltare la casa di Trockij con un commando di pistoleri pesantemente armati e crivellare tutto quello che si muove.

Piano B: operazione più discreta, silenziosa, strisciante. L’agente Ramón si infiltrerà nell’entourage dell’esule catturando la sua fiducia per poi colpire al momento più opportuno, lasciando spazio all’iniziativa, all’improvvisazione, alle condizioni favorevoli.

I due piani devono procedere in parallelo, se l’A andrà a buon fine allora il B non avrà più motivo di esistere, ma se l’A fallirà, allora entrerà in gioco il B con l’asso nella manica Mercader. E il piano A, come sappiamo, fallisce. Vediamo come.

Lev Trockij, Diego Rivera, e André Breton

Lev Trockij nel 1939 lascia la Casa Azul di Frida, l’ospite è ingombrante, le divergenze con il pittore Diego Rivera, marito della Kahlo, sono diventate litigio. Si trasferisce con moglie, nipote e guardie del corpo in Avenida Viena, sempre nel medesimo quartiere di Città del Messico. La sua nuova abitazione, inserita in una dimensione di dacia latinoamericana con orto, pollaio, e conigli, è difesa da alti muri di cinta, filo spinato, cavi dell’alta tensione, torrette di osservazione, gorilla con le pistole nelle fondine ascellari. Sembra un castello metropolitano. Per espugnarlo, occorre un gruppo di fuoco di eccezionale potenza.

La squadra è composta da venti uomini. Al comando ci sono l’agente Iosif Grigulevič, nome in codice “Yuzec”, lituano esperto di Centro e Sud America, e l’agente David Alfaro Siqueiros, artista, pittore, muralista messicano, fanatico stalinista. Pare che nella preparazione ed esecuzione dell’attentato sia coinvolto anche l’italiano Vittorio Vidali, alias “comandante Carlos”, capo del “reggimento di ferro”, unità d’élite repubblicana durante la guerra di Spagna, presunto serial killer politico, poi deputato e senatore della Repubblica italiana. Vidali è sposato con Tina Modotti, attrice e fotografa di successo, anche lei valida risorsa del NKVD, amica della coppia Rivera-Kahlo, e in passato con quest’ultima, amica molto intima. Donna che sapeva molto, secondo alcuni troppo, muore per un dubbio infarto nel ’42.

Un ritratto di Lev Trockij ad opera di Frida Khalo

Grigulevič e Siqueiros studiano la pianta della casa dell’obiettivo, fornita da Maria de la Sierra, spia che si è infiltrata nello staff di Trockij fino dai giorni di Norvegia, tanti anni prima, in un lungo e paziente lavoro d’intelligence. Nelle notte tra il 23 e il 24 maggio 1940 alcune auto procedono a fari spenti e a passo d’uomo tra le strade addormentate di Coyoacán. Borbottio di motori a bassi giri tra i pochi lampioni della notte deserta del sobborgo messicano. In lontananza, cani abbaiano alla luna. Le auto parcheggiano nell’oscurità dei vicoli. Scendono uomini, silenziosi, spengono le sigarette, aprono i bauli, raccolgono i mitra Thompson con i caricatori a tamburo da gangster e fanno scorta di munizioni. La squadra assassina circonda la casa-castello di Trockij.

Improvviso temporale di pallottole a Città del Messico. Fuoco, raffiche senza sosta, i muri vengono rosicchiati dai proiettili. Il portone è aperto da mani traditrici, il commando entra in cortile; sparano come furie alle finestre chiuse per la notte. Lev Trockij e la moglie Natalia si gettano sotto il letto coi capelli dritti mentre le persiane saltano, le finestre vanno in frantumi, sedie e soprammobili ballano la cucaracha di piombo. Il nipotino si prende un proiettile nel piede. Le guardie del corpo rispondono con violenza, alcune muoiono pistole in pugno, ma salvano i Trockij. Il commando si ritira, di corsa, lasciano un tappeto di bossoli e qualche cadavere. “Mierda!” Esclama il pittore-sicario Siqueiros: hanno fallito, il piano A per ammazzare Lev Trockij è stato un fiasco totale. Gli attentatori, furibondi, si vendicano sull’americano comunista Robert Sheldon Harte, assistente e guardia del corpo di Trockij. Lo rapiscono, lo pestano, lo freddano, lo abbandonano sul ciglio della strada con il cranio bucato. Harte è l’agente “Amur”, anche lui dentro l’NKVD, anche lui coinvolto nel piano A; ma è un traditore che tradisce: dopo aver aperto il portone ai sicari, ha un ripensamento, protegge chi avrebbe dovuto ammazzare e si guadagna un proiettile alla nuca dai suoi compagni. Il pittore Siquerios fugge in Cile, protetto dal famoso poeta Pablo Neruda, stalinista, e caro amico di quell’altro ceffo di Vittorio Vidali.

David Alfaro Siqueiros

Il piano A è andato in malora, luce verde per il piano B. Tocca a Ramón Mercader. Prima di procedere nell’esporre i fatti che hanno la loro conclusione in un cranio sfondato, ci sono due considerazioni storiche da fare, che stupiscono, e che espongo sotto forma di domanda/risposta. La prima: ma quanto è infiltrata la cerchia di Trockij dagli agenti di Stalin? La cerchia di Trockij è un groviera. Affollata di doppiogiochisti, spioni, lupi mascherati da agnelli, nemici, nemici ovunque, non ci si può fidare di nessuno; tutti potrebbero essere delle minacce, la cuoca, le segretarie, le guardie, i presunti amici: se l’NKVD potesse, persino i polli del pollaio sarebbero addestrati per accoppare il vecchio. La seconda: ma quanto è disposto un agente segreto sovietico a sacrificare la propria vita per compiere una missione? Anni.

Gli agenti più fanatici dimostrano un’assoluta devozione monacale, spirituale, assoluta per quello che è l’obiettivo del compagno Stalin e del comunismo internazionale; essi sono disposti a cambiare e stravolgere la propria vita per sempre, sposandosi e costruendo una famiglia di copertura se necessario, recitando una parte così perfetta che quasi sembra che loro stessi si siano dimenticati chi sono in realtà, benché poi quando l’ordine fatidico arriva, forse domani o forse tra dieci anni o forse mai come una storia un po’Kafka un po’Buzzati, ecco che l’agente segreto si sveglia dal sonno, rompe il guscio di finzione, getta la maschera, e agisce.

Anche Ramón Mercader agisce. Prima però c’è la lunga preparazione all’omicidio, che inizia nel 1938 nella Parigi intellettuale di dissidenti e rivoluzionari. Il castigliano, il cui nome adesso è Jacques Mornard, s’iscrive alla Sorbona, e durante la conferenza per la fondazione della Quarta Internazionale, conosce Sylvia Ageloff, una delle segretarie di Trockij. Gliela presenta l’antropologo Mark Zborowski, la milionesima spia infiltrata e che si fa chiamare Etienne. Si pensa che sia lui ad avere avvelenato il figlio di Trozkji. Mercader seduce la giovane Sylvia, abile, motivato, lei è cotta, ingenua. Sylvia è il cavallo di Troia di Ramón. La ragazza raggiunge il leader in Messico, e con lei, c’è il suo fidanzato.

Paziente, scaltro, senza commettere passi falsi, quatto, s’intrufola nella corte della vittima, entra in confidenza, cattura simpatie. Intanto scruta, s’ingegna il piano in testa. Un oggetto su uno scaffale d’una bottega cattura la sua attenzione: per commettere il delitto, userà una piccozza da ghiaccio. Roba da film giallo.

Lev Trockij in Messico

Coyoacán, 20 agosto 1940, pomeriggio. Lo zio di Christian De Sica è ricevuto da Lev Trockij nel suo studio, indossa un abito scuro, un cappello, ha un impermeabile sul braccio. Sotto l’impermeabile, la piccozza affilata. Gli ha chiesto un poco del suo tempo per fargli leggere un documento da lui scritto. Trockij si china sui fogli, concentrato. La mano del killer s’insinua dentro l’impermeabile, stringe il manico. Ramòn chiude gli occhi, e vibra un colpo micidiale. La punta della piccozza da ghiaccio rompe il cranio di Trockij come se fosse il guscio di un uovo, ma non lo ammazza. La vittima si alza in piedi, con rivoli di sangue che gli scendono in faccia e grida. Mercader al processo ricorderà un lungo, agghiacciante

aaaaaaaahhhhhhhhhhhh.

Uno strillo che riecheggia nella Storia e nella memoria dell’assassino e che mai lo abbandonerà, come una maledizione. Tra i due è un momento di lotta bestiale. L’uomo con la testa spaccata s’avventa sull’uomo con la piccozza, e gli morde la mano come una belva ferita, con ferocia. Allertate dalle urla beduine, accorrono le guardie del corpo che atterrano e disarmano l’attentatore, e lo riempiono di botte. Stanno per farlo secco, quando colui che dovevano proteggere, appoggiato ad una parete – occhi sgranati, una maschera di sangue – ordina di lasciarlo in vita, per farlo parlare.

Il nemico numero uno di Stalin è portato subito in ospedale, ma è una corsa inutile, Lev Trockij muore dopo un giorno di agonia. A Mosca, si brinda forte vaše zdorov’e! Lo zio di Christian De Sica, picconatore di teste eccellenti, finisce in una galera messicana. Condannato a vent’anni di carcere, si fa muto, non parla con nessuno, per tanto tempo nessuno conosce la sua vera identità, fino a quando la sua immagine in fotografia viene riconosciuta dai suoi vecchi compagni d’arme della guerra civil di Spagna. L’URSS ha premura per quelli che considera i suoi eroi, incaricano della sua difesa il miglior avvocato sulla piazza, e gli garantiscono un comodo soggiorno dietro le sbarre. Ogni giorno riceve la visita di Roquelia, la sua amante. Quando viene scarcerato, ripara immediatamente a Cuba, per una vacanza e poi a Mosca, dove è decorato con la massima onorificenza sovietica, la medaglia dell’Eroe dell’Unione Sovietica, consegnatagli personalmente dal capo del KGB, l’ex NKVD.

Ramón Mercader dopo l’arresto

Nel 1978, ammalato di tumore, è in un letto di una clinica dell’Havana. Ramón Mercader sta morendo, stringe la mano di Roquelia, sembra terrorizzato. Le ultime parole dello “zio” di Christian De Sica sono:

Lo sento sempre. Sento l’urlo. Sento che mi sta aspettando dall’altra parte.