È ben noto come l’arte poetica godesse di una sorta di primato nel quadro generale dell’antica arte greca. Ad esempio, quando Platone parla e decide del rapporto che intercorre tra arte e verità, e dell’arte intesa come “messa in opera della verità” (secondo l’interpretazione che ne dà il filosofo tedesco Martin Heidegger), si riferisce essenzialmente all’arte poetica. Così, nel dialogo intitolato πολιτεία, nel quale si discute dello “Stato” come forma fondamentale della comunità umana, il filosofo ateniese arriva ad interpretare la sua dottrina dell’arte essenzialmente come dottrina politica. Il fondamento portante e l’essenza determinante di tutto l’essere politico consistono essenzialmente nell’arte della parola, nel teorico, o meglio nel sapere essenziale che verte sulla Δίκη: termine che viene spesso tradotto come “giustizia” ma che in realtà è dotato di un significato metafisico che trascende dalla sua riduzione alla mera sfera della moralità.

Il sapere della Δίκη è infatti la filosofia, ed i filosofi, per necessità, come riportato nello stesso dialogo, devono comandare. Tuttavia, come ebbe modo di sottolineare ancora una volta Heidegger, l’affermazione platonica non significa affatto che i professori di filosofia debbano assumere la guida degli affari dello Stato; ma, semplicemente che le modalità fondamentali di comportamento che reggono e determinano la comunità debbono essere fondate sul sapere essenziale. A condizione, però, che la comunità, come ordinamento dell’essere, si fondi da se stessa e non voglia assumere i propri criteri da un altro ordinamento.

Martin Heidegger

Fondare una comunità nuova sul sapere essenziale, sul trionfo dello spirito rispetto al materiale, è stata l’idea a fondamento della costruzione dannunziana della Reggenza del Carnaro. Ed il libro di Federico Lorenzo Ramaioli sottolinea alla perfezione la congiuzione filosofico-politico-giuridica che ha portato alla creazione della Carta costituzionale di un’entità politica che si proponeva come polo di attrazione geopolitica per la costruzione di un nuovo mondo e di un uomo nuovo.

Preso atto del fatto che le élite al potere nel 1914 (quelle contro cui si scagliò il veemente eloquio del Vate), colpevoli della bruttezza della guerra e della pace intesa come aberrante umiliazione dello sconfitto, sono più o meno le stesse al potere ancora oggi; non sorprende affatto l’oblio al quale è stato sottoposto questo straordinario patrimonio storico-politico dell’Italia.

L’impresa fiumana, infatti, si realizzò in totale opposizione all’ordine (fondato sulla ginevrina Società delle Nazioni) scaturito dalla sciagurata Conferenza di Versailles. In questo senso è da interpretarsi l’immediato riconoscimento che l’entità politica dannunziana garantì alla neonata Unione Sovietica: Stato anti-sistemico per eccellenza che, in quello stesso periodo, continuava a lottare contro le ingerenze imperialistiche all’interno dei propri confini.

Alla Lega delle Nazioni – dichiarò il Vate – noi opponiamo la Lega di Fiume; a un complotto di ladroni e di truffatori privilegiati opporremo il fascio delle energie pure.

E questa impresa, come sottolinea Giordano Bruno Guerri nell’introduzione al lavoro di Ramaioli, innescò la speranza che l’ordine costituito dai grandi imperi coloniali e finanziari avrebbe ceduto di fronte alle pressioni di energie fresche e vitali.

Il percorso storico che portò all’impresa fiumana, infatti, è indissolubilmente legato al risentimento che i patrioti italiani iniziarono a sentire nei confronti di uno schieramento alleato dal quale si erano visti negare i vantaggi territoriali (previsti dal Trattato di Londra del 1915 con il quale proprio l’Italia si era impegnata a scendere in guerra al fianco dell’Intesa) che avrebbero dovuto completare l’unità d’Italia.

I fatti storici, in questo senso, hanno dimostrato come D’Annunzio avesse ragione e come la storia britannica nella prima metà del XX secolo non sia stato altro che un gioco di alleanze, tradimenti, accordi segreti e patti violati. Basti pensare al patto segreto Sykes-Picot che garantì, tradendo le promesse inglesi allo sceriffo hashemita della Mecca Hussein sulla creazione di uno Stato arabo, la spartizione coloniale del Vicino Oriente tra Gran Bretagna e Francia.

Di fatto, quella che divenne la “città di vita”, nella sua breve esperienza autonomista, raccolse le più svariate figure, dal sindacalista rivoluzionario al nazionalista fino ad avventurieri di varia natura (si pensi all’aviatore di origine elvetica Guido Keller o al “samurai di Fiume”, innamorato di Dante, Shimoi Harukichi), che andarono a formare un vero e proprio “fronte unico” capace di rigettare in toto i dogmi incontrovertibili della democrazia liberale attraverso l’instaurazione di un sistema politico che, traendo ispirazione al contempo dal passato pre-moderno e da alcune visioni futuriste, si poneva l’obiettivo di rifondare l’intero Occidente ed il suo rapporto con il resto del mondo.

Guido Keller e Gabriele D’Annunzio

Febbricitante e colto da una sorta di estasi mistico-religiosa, Gabriele D’Annunzio, alla vigilia dell’impresa indissolubilmente legata al suo nome, così scriveva al direttore de Il Popolo d’Italia Benito Mussolini:

Mio caro compagno, il dado è tratto. Parto ora. Domanttina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d’Italia ci assista. Mi levo dal letto febbricitante. Ma non è possibile differire. Ancora una volta lo spirito domerà la carne miserabile.

L’impresa, così, assunse una vera e propria dimensione sacrale. Ma, paradossalmente, fu proprio l’impossibilità dell’annessione diretta al Regno d’Italia che trasformò Fiume in quel faro luminoso che splende in mezzo ad un mare d’abiezione ed in orizzonte spirituale che avrebbe dovuto illuminare il futuro della vita italiana.

La Fiume dannunziana, dunque, cercò di imporsi come modello politico, sociale e giuridico che si contrapponeva all’inerte e indifferente, nei confronti dei suoi stessi compatrioti, Regno d’Italia.

Ma le aspirazioni dannunziane andarono ben oltre. Come la definì il poeta Garibaldo Marussi, Fiume divenne una “nuova Mecca sulle sponde orientali dell’Adriatico”: una città sacra di cui D’Annunzio era il profeta laico che avrebbe dovuto fondare una nuova civiltà ed alla quale ogni popolo oppresso del mondo avrebbe dovuto guardare come modello fraterno al quale attingere e ispirarsi.

A tal proposito così scriveva il poeta pescarese e Comandante della Fiume liberata:

L’orizzonte della spiritualità di Fiume è vasto come la terra; va dalla Dalmazia alla Persia, dal Montenegro all’Egitto, dalla Catalogna alle Indie, dall’Irlanda alla Cina, dalla Mesopotamia alla California. Abbraccia tutte le stirpi oppresse, tutte le credenze contrastate, tutte le aspirazioni soffocate, tutti i sacrifici delusi […] Esso comprende tutte le rivolte e tutti i riscatti della Cristianità e dell’Islam.

Come ben riporta l’autore di questo testo che prende il nome dal motto inserito dallo stesso D’Annunzio nello stendardo della Reggenza insieme al serpente egizio che morde la sua stessa coda (simbolo dell’eternità), la Carta del Carnaro si fondava su due principi cardine: il territorio e la proiezione internazionale del messaggio fiumano. Ed è proprio nell’analisi degli aspetti metagiuridici della Carta che il libro di Federico Lorenzo Ramaioli ha i suoi maggiori meriti.

In entrambi i casi, l’autore riconosce come l’esperienza fiumana abbia notevolmente influenzato altri ordinamenti, da quello fascista (nella sue due diverse diramazioni monarchica e repubblicana) in Italia a quello nazionalsocialista in Germania. Fascismo e nazionalsocialismo, infatti, cercarono di dotarsi di una simile proiezione internazionale. Sopratutto il nazionalsocialismo durante tutto l’arco del Secondo conflitto mondiale si produsse in reiterati appelli per la liberazione del mondo arabo-islamico dal colonialismo. Appelli che rimasero sostanzialmente sulla carta.

L’alleanza con la Francia di Vichy e con la stessa Italia (entrambe potenze coloniali), di fatto, non consentirono al Terzo Reich di impegnarsi più di tanto nei confronti della causa araba. Uno scarso impegno che Adolf Hitler, nel suo testamento politico, stigmatizzò come uno dei fattori che portarono alla sconfitta della Germania. E le stesse SS solo a conflitto avanzato si trasformarono in una sorta di esercito eurasiatico ante litteram che raccoglieva volontari dalla Spagna alla Mongolia.

Allo stesso tempo, l’enfasi riposta nel richiamo ai popoli oppressi e la rievocazione dell’insorgenza dello spirito contro la materia e del politico sull’economico, ricollega l’esperienza fiumana anche a processi rivoluzionari più recenti ed extra-europei, come quello iraniano, o alla riaffermazione del mito spirituale (e geopolitico) di Mosca quale Terza Roma: ovvero, come polo di attrazione per l’intero mondo cristiano-ortodosso.

Qui, ancora una volta, entra in gioco un altro aspetto della Carta ben analizzato da Ramaioli: la peculiare concezione di territorio. L’appartenenza di Fiume all’Italia, infatti, aveva un triplice valore storico, terrestre e umano. Il valore storico era dato dalla lingua e cultura italiana che contraddistinguevano la popolazione del Carnaro; il valore geografico era dato dalla contiguità fisica con l’Italia; mentre quello umano era dato dalla volontà stessa dei suoi abitanti, convinti della propria comunione di destino con l’Italia. Questa concezione, come sottolinea brillantemente Ramaioli, è la stessa che ha portato all’annessione russa della Crimea. Una concezione che sfida il positivismo normativo attraverso un’idea alternativa di frontiera e territorialità che si fonda sull’affinità culturale e identitaria prescindendo dal confine statuale così come dato.

L’italianità di Fiume, così come il carattere russo della Crimea, si fondava sulla diretta decisione del suo popolo che l’ha scelta attraverso una precisa espressione di sovranità che ricorda da vicino la dottrina decisionista schmittiana che, dopo il Primo conflitto mondiale, mise in discussione il primato politico della democrazia liberale dominata dall’istinto a non assumere mai la responsabilità della “decisione politica”. Un disprezzo della decisione che, ben prima di Carl Schmitt, portò il pensatore spagnolo Juan Donoso Cortes a definire la borghesia come “clase discutidora” e ad individuare nella dittatura l’unica soluzione contro la degenerescenza della politica occidentale.

I confini, inoltre, riprendendo una concezione che apparteneva alle tradizioni indoeuropee, assumevano anch’essi un valore sacrale. Tracciare delle “frontiere” era, infatti, un’operazione di carattere magico-rituale spettante a colui il quale era investito del massimo potere (Re e sacerdote al contempo) al fine di indicare sul terreno lo spazio consacrato delimitando l’interno e l’esterno, il regno del sacro dallo spazio profano, il territorio nazionale nel quale era possibile abitare dal territorio straniero.

In questo territorio consacrato si manifestava il mistero della comunità di destino. E nello “spazio sacro” del Carnaro, D’Annunzio organizzò riti e celebrazioni che assunsero il carattere di edificazione morale e spirituale dell’uomo nuovo.

Ma oltre ad una peculiare concezione del territorio, sono lavoro, libertà e dignità a fare da sfondo alle convizioni politico-religiose presenti all’interno di questa rivoluzionaria Costituzione. E sopratutto l’idea che

il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro; se sia bene eseguito, tenda alla bellezza e orni il mondo.

Proprio l’idea che il lavoro rappresenti il supremo fattore di produzione ed edificazione della società (idea che risentiva dell’impostazione “socialista” della Carta) verrà ripresa anche nella Costituzione dell’Italia repubblicana.

Nonostante l’impostazione socialista della Carta del Carnaro, la proprietà privata non venne mai abolita ma reinterpretata alla luce delle esigenze del nuovo Stato in cui il dato economico avrebbe dovuto essere modellato dall’indirzzo politico. Così la proprietà privata veniva intesa come mezzo di produzione di ricchezza a beneficio dell’intera comunità. Inoltre, venivano poste le basi per la teorizzazione di quello Stato corporativo, terza via tra socialismo e capitalismo, che, ripescato dalla tradizione comunale dell’Italia medievale, ispirerà ancora una volta il discorso politico-economico dell’Italia fascista.

La parità dei sessi, la tutela delle minoranze, l’eleggibilità di ogni cittadino a partire dai 20 anni di età, l’enfasi sull’istruzione e la cultura, sono alcune delle altre innovazioni più importanti di questa creazione indissolubilmente legata al culto dannunziano per la bellezza e per l’arte. Tra esse spicca, per ovvi motivi, il suffragio universale. Un suffragio universale che però è da intendersi come manifestazione di sovranità e democrazia collettiva che contrasta in modo forte con il concetto di democrazia rappresentativa borghese.

La realizzazione di questa società sospesa tra sogno e realtà, tra leggenda e mito, tra futuro e passato, venne bruscamente interrotta dai cannoni dell’esercito italiano inviato dal governo del quasi ottantenne Giovanni Giolitti a seguito della firma del Trattato di Rapallo che sigillò i confini orientali dell’Italia e fece di Fiume una città indipendente ed internazionalmente protetta proprio al costo che venisse posta fine alla corsara esperienza dannunziana percepita come minaccia “culturale” al già decadente modello occidentale.

Tuttavia, questa esperienza, chiusa nel dimenticatoio della storia ed affrontata con una certa vergogna dagli stessi storici italiani, rimane un modello rivoluzionario fondato sull’idea che la vita sia degna di essere vissuta severamente e magnificamente anche al costo di “perdersi in un mondo di utopie e di versi, di arte e di leggenda”.