Assieme a Karl Marx e a George Sorel, Friedrich Nietzsche e Max Stirner sono stati maestri del pensiero mussoliniano contribuendo ad alimentare la formazione ideologica e soprattutto la dimensione eversiva di Benito Mussolini socialista-rivoluzionario. Il protoduce trovò in Stirner l’ispirazione totale alla rivolta individuale, in Nietzsche la spinta nichilistica verso la distruzione dei valori del tempo e la tensione alla creazione del Superuomo in fieri. Le parole dei due filosofi tedeschi suggestionarono il giovane Mussolini al punto da gettarlo nel turbine della generazione di un movimento di überwindung, di superamento realistico e dinamico delle categorie politiche del tempo.

Friedrich Nietzsche nel 1882

Mussolini, a cui vanno stretti tutti i tentativi di definire il suo percorso politico giovanile, è stato indicato come marxista non ortodosso (non nel senso kautskyano del termine), altrimenti come sindacalista-rivoluzionario. L’organo ufficioso della corrente dei “destri” del Partito Socialista Italiano nel 1912 definì Mussolini socialista rivoluzionario in quanto eretico. L’interessato, il 31 agosto dello stesso anno dalle colonne di La Lotta di Classe, replicò alla provocazione dei compagni di partito con l’articolo “Le eresie che risorgono e le eresie che muoiono”:

Noi e voi [i «destri» – NdR] rappresentiamo certo due eresie, ma con questa differenza: che la vostra conduce alla conservazione, la nostra prepara la rivoluzione sociale.

In un’intervista concessa a Il Giornale d’Italia il 6 luglio del 1914, per fugare eventuali dubbi sulla sua posizione politica, Mussolini dichiarò:

«È superlativamente ridicolo accusarmi di anarchismo o di sindacalismo. Dall’anarchismo mi divide la previsione finalistica […] Dal sindacalismo mi dividono molte cose di indole teoriche e tattiche. Una fondamentale. Il mio scetticismo sulla capacità rivoluzionaria delle organizzazioni economiche. […] Il socialismo rivoluzionario non si confonde né col riformismo, né col sindacalismo, né con l’anarchismo.

Anni dopo, diventato duce d’Italia, a colloquio con Emil Ludwig, Mussolini disse:

Che cosa sarei potuto divenire se non un socialista, un “blanquista” o addirittura un comunista?

Alla domanda rispose nel 1949, Giuseppe Antonio Borgese in Golia, marcia del fascismo sostenendo che Mussolini

fu come era sempre stato, un anarchico: non certo l’anarchico che difende una teoria intellettuale o che agisce per amore della libertà, sia pure utopistica, di tutto il genere umano; ma quello che cerca disperatamente la liberazione di se stesso.

Foto segnaletica di Mussolini nel periodo svizzero (1903), quando fu arrestato dalla polizia elvetica perché sprovvisto di documento d’identità. Il cartello riporta l’erronea dicitura “Mussolini Benedetto”

Da socialista eretico Mussolini coltivò il suo pensiero rivoluzionario partendo dagli scritti di Marx, il magnifico filosofo della violenza operaia e anche uomo d’azione, di Kropotkin (Le Parole di un Ribelle) e di Sorel (Riflessioni sulla violenza), per approdare poi a L’Unico e la sua proprietà di Stirner e a Così parlò Zarathustra di Nietzsche: un insieme di letture disomogeneo che gli permise di elaborare una sintesi d’azione politica nuova, chiamata fascismo, che soddisfava pienamente la sua brama di potere.

Vediamo quale fu la miscela ideologica esplosiva avanzata da Nietzsche e da Stirner al giovane Mussolini.

Peter Kropotkin

Nietzsche lesse sicuramente L’Unico e la sua proprietà e ai suoi amici dichiarò di sentirsi molto affine a Stirner al punto che, prima dell’autunno del 1874, lo indicò all’allievo Adolf Baumgartner sottolineando quanto la sua opera filosofica fosse la più audace e la più coerente dopo quella di Thomas Hobbes.

Al di là della simpatia nutrita da Nietzsche, i due filosofi si incontrano idealmente nella lotta per la liberazione totale dell’individuo, schiavo di un ordine morale imposto da una società-Stato che impedisce all’Uomo di essere il padrone assoluto di se stesso e l’arbitro del proprio destino. Stirner e Nietzsche combattono filosoficamente contro tutti gli esseri collettivi, dall’umanità allo Stato, e contro tutti i fantasmi creati dall’uomo stesso ai quali ognuno sacrifica la propria individualità. Seppur con differenze non facilmente colmabili, l’ideatore dell’individualismo anarchico, Stirner, e il teorico del superomismo, Nietzsche, mostrarono a Mussolini una inimmaginata filosofia di lotta e di vita.

Il compagno rivoluzionario, che considerava i cattolici microbi neri e pallide ombre del Medio Evo, rimase affascinato dalla visione anti-religiosa presente sia in Stirner sia in Nietzsche e, ispirato dalla morte di Dio da loro auspicata, nel 1904, pubblicò il sorprendente opuscolo Dio non esiste andando oltre il pensiero nietzschiano, che sostituisce al Dio cristiano la divinità pagana Dioniso, e mettendo in sordina la visione stirneriana che considera in maniera esplicita la soppressione della dimensione umana quale ultimo vestigio del divino.

Mussolini, che già a Ginevra nel 1904 decantava la rivoluzione sociale e l’espropriazione contro lo sfruttamento dei poveri, andò predicando l’avvento di un Uomo nuovo a guida delle masse rivoluzionarie e aspettava soltanto di trovare due nuovi maestri del pensiero, Stirner e Nietzsche, per essere portato al trionfo come unico Super-uomo, il futuro Duce d’Italia.

Dal carcere di Forlì, nel 1911, Mussolini scrisse al sindacalista rivoluzionario Cesare Berti:

Ho fatto in questi giorni delle escursioni sulle più alte Dolomiti del mondo. E queste Dolomiti del pensiero si chiamano Stirner, Nietzsche, Goethe, Schiller, Montaigne, Cervantes, etc.

A dire il vero, il giovane sovversivo ebbe modo di conoscere gli scritti di Nietzsche durante la sua esperienza svizzera tra il 1902 e il 1904 grazie alla scoperta di due vecchi articoli di Gabriele D’Annunzio, La bestia elettiva e Il caso Wagner (pubblicati tra il 1892 e il 1893), che lo stimolarono a trasformare il filosofo tedesco in maestro della sua rivoluzione. Mussolini estrasse dagli articoli dannunziani alcuni brani quintessenziati sulla violenza e sulla rivolta e vi trovò un incoraggiamento ad ammirare Nietzsche, trattenendo per sé solo ciò che si adattava alla sua mentalità, ossia l’idea e lo stile del Superuomo biondo e selvaggio. In seguito, nel 1924, Mussolini, oramai diventato capo del fascismo, in una intervista rilasciata a Oscar Levy del New York Time, dichiarò che furono proprio le opere di Nietzsche a guarirlo dal socialismo.

Gabriele d’Annunzio

Grazie al superomismo minimalista dannunziano, Mussolini social-rivoluzionario affrontò il pensiero di Nietzsche e di Stirner in uno scritto determinante per l’analisi delle sue posizioni in merito alla filosofia intesa come norma di vita. L’articolo “La Filosofia della Forza. Postille alla conferenza dell’On. Treves” fu pubblicato alla fine del 1908 su Il Pensiero Romagnolo, la rivista dell’organo regionale del Partito Repubblicano che in Romagna era avverso al Partito Socialista. Successivamente in “Caccia al «buon senso»”, apparso su La Folla il 6 aprile del 1913, Mussolini, firmandosi con lo pseudonimo L’Homme qui cherche, considerò le rivoluzioni come le rivincite della follia sul buon senso aggiungendo che in questo stava precisamente la loro grande bellezza.

Mentre nel settembre del 1913, su L’Avanti, nello scrivere delle teorie dello storico delle religioni belga Franz Cumont (che come Nietzsche sosteneva che la scomparsa dell’Impero romano fosse dovuta a un rovesciamento dei valori – Umwertung aller Werte – legato alle religioni orientali e all’imminenza di Cristo, portavoce degli schiavi), il compagno-rivoluzionario lasciò trasparire la tensione al superamento vitalistico del socialismo soffocato dal sistema creato dagli epigoni di Marx, e la sua appropriazione e assimilazione del Superuomo nietzschiano.

Nietzsche infatti parla di Übermensch, di Superuomo, e non tollera l’egoismo comune che appiattisce l’uomo intrepido in un Gattung Mensch, in un uomo genere. Mentre Stirner invece declama l’associazione degli egoisti, assimila i suoi interessi a quelli dei diseredati, e proprio come Marx, sostiene che la rivoluzione sociale deve essere opera degli sfruttati. E questo fu il punto cruciale del pensiero stirneriano che finì per colpire il giovane Mussolini, nonostante i due filosofi concordassero nel sostenere egoisticamente che l’Io autentico non può vivere se non a spese dell’altro e la vita vive sempre a spese dell’altra vita.

Mussolini mentre viene arrestato a Roma l’11 aprile 1915 dopo un comizio tenuto a favore dell’intervento italiano nella prima guerra mondiale

In sostanza, Mussolini vide la forza come levatrice della storia, riprendendo l’espressione di Marx e ne scrisse in un articolo intitolato “I «sinistri» alla riscossa”, apparso su La Folla il 9 febbraio del 1913, ma rimase colpito soprattutto dall’individualismo propugnato da Nietzsche e da Stirner. Pur con le loro differenze, entrambi i filosofi aspiravano a superare la decantata eguaglianza democratica che annullava il mito dell’uomo eroico o quello del genio divinizzato in un insieme che alimentava l’estremismo mussoliniano. A sua volta, Mussolini è stato capace di trasformare la sua rivolta ideale in una rivoluzione a carattere nazionale, anche il suo spirito social-rivoluzionario è stato soffocato dalla retorica e dal totalitarismo del regime da lui stesso creato.

Solo taluni personaggi vicini al duce, etichettati come fascisti di sinistra, conservarono intatto e puro il sovversivismo del giovane Mussolini. Uno di questi audaci fu Berto Ricci, docente della Scuola di mistica fascista formatosi proprio sulle letture di Stirner e di Nietzsche:

detestato da molti Federali, sospettato di sovversivismo dai Ministri che parlavano di andare verso il popolo, Ricci fu sempre letto e, entro certi limiti, protetto da Mussolini al quale doveva apparire la personificazione del tipo d’uomo che il fascismo avrebbe dovuto creare per adempiere davvero le proprie speranze,

come hanno ricordato Giovanni Ansaldo e Marcello Staglieno nel Dizionario degli italiani illustri e meschini. L’eretico Ricci, trovatosi di fronte a Mussolini, non rimase di certo stupito dalle sue diverse anime, ma di sicuro si meravigliò di avere a che fare con un anarchico mancato trasformatosi in Duce riuscito.