Mosca, 23 agosto 1939. L’impossibile prende forma: il Reich tedesco e il Paese dei Soviet, dopo anni di feroce e per molti aspetti naturale contrapposizione politica, ideologica e diplomatica, manifestano la volontà di costruire la pace. La condanna a morte del giovane e odiato Stato polacco per mezzo del “protocollo segreto” voluto da Hitler e Stalin, a posteriori ritenuta da molti l’elemento principale dell’accordo, non è che l’anticamera di nuove e sconvolgenti possibili geometrie politiche.

Il führer e il capo del comunismo mondiale muovono da posizioni differenti, il primo obbligato a disinnescare l’opposizione sovietica nell’ambito delle mire tedesche sulla Polonia, nella cornice aggressiva di una creazione del lebensraum che vede le democrazie occidentali, al netto dell’appeasement raggiunto a Monaco di Baviera, più o meno fermamente intenzionate a proteggere Varsavia; il secondo spinto dalla necessità di smantellare in funzione di sicurezza quella che Karl Haushofer aveva già definito “cintura del Diavolo”: il diaframma di stati appositamente creati a Versailles, dopo la Grande Guerra, per isolare e assediare la nascente Unione Sovietica. Hitler vuole mano libera in Polonia evitando la guerra su due fronti, antico spauracchio sovente esorcizzato dai tedeschi senza successo; Stalin vuole ribaltare la logica del “cordone sanitario” – da qui anche l’invasione della Finlandia nel dicembre del ’39 – prendere tempo e incrinare la compattezza del fronte capitalista.

Mitraglieri finlandesi durante la cosiddetta “guerra d’inverno”

Il trattato di non aggressione tedesco-sovietico, più noto come patto Molotov-Ribbentrop, è funzionale al raggiungimento degli obiettivi imposti dalla contingenza; è l’innesco che fa deflagrare la geografia politica del continente dando il via alle operazioni militari e alla Seconda Guerra Mondiale, ma soprattutto, sul piano politico, è la chiave che apre la porta su potenziali e inediti scenari: nel grande scontro tra liberalismo, fascismo e comunismo, è possibile una convergenza tra gli ultimi due in una prospettiva antiliberale, anticapitalista, in definitiva antimoderna?

Hitler e Stalin a livello ideologico non accarezzano la possibilità, i due dittatori esercitano il potere assoluto ed entrambi si vogliono convinti e coerenti cultori delle proprie antagoniste dottrine politiche di riferimento, ma sono le forze e le energie occulte della geopolitica, insieme alle necessità di carattere militare, a materializzare concretamente l’opzione. Di più, a condurre la Germania alla proposta di matrimonio. Dopo il Molotov-Ribbentrop, modificato il 28 settembre 1939 con l’accordo “di frontiera e di amicizia”, e le conseguenti spartizioni territoriali frutto degli annessi protocolli segreti, i rapporti tra le due potenze evolvono all’insegna della cordialità, nonostante la mancata partecipazione sovietica al conflitto.

Firma del trattato da parte di Molotov alla presenza di Ribbentrop e Stalin

La sospensione della reciproca propaganda avversa, l’invio di delegazioni, la costituzione di commissioni speciali e soprattutto l’importante crescita dell’import-export, rendono plasticamente l’idea di un cambio di passo, per molti impensabile anche solo pochi anni prima. A seguito dell’inizio della guerra, causa blocco navale inglese, la Germania necessitava di grandi quantità di materie prime a sostegno dello sforzo bellico e industriale, soprattutto di petrolio, carbone, lignite, ma anche rame, zinco, piombo e bauxite, traendo così considerevole beneficio dalle forniture sovietiche e dalla nuova contiguità territoriale che semplifica e alimenta gli scambi. Di contro, da parte sovietica, si registra una crescente domanda di macchinari, attrezzature elettriche, mezzi aerei e navali, personale specializzato.

Il beneficio di una primavera nei rapporti politico-diplomatici è molto percepito da parte tedesca, in modo particolare da attenti osservatori delle dinamiche politiche, sociali e militari, quali ad esempio Paul Ruprecht e il già citato Haushofer. Quest’ultimo, padre della geopolitica tedesca, sostanzialmente e per quanto possibile estraneo alla cricca nazista, nonostante l’amicizia con Rudolf Hess, è ideatore e fautore della tesi del kontinentalblock, blocco continentale costituito da Germania, Urss e Giappone. Una pan-idea di tale portata da insidiare concretamente, sul piano della proiezione globale, il primato delle morenti e nascenti talassocrazie, nell’ambito di una ridefinizione dei grandi spazi che vede ancora una volta scontrarsi, per dirla con Sir Halford Mackinder, “lupi di terra” e “lupi di mare”.

Haushofer e molti altri vedono in questa unione:

l’unica possibilità per il vecchio mondo di porre a fianco al peso gigantesco di un’America riunificata, agli imperi coloniali delle potenze occidentali di vecchio stile, un valore equivalente per territorio e popolazione e di affermarsi indipendente di fronte a tutti.

I mesi successivi al 27 settembre 1940 vedono contemporaneamente l’apogeo e il disfacimento di questo rapporto in costruzione. Con la sigla a Berlino del Patto tripartito italo-tedesco-nipponico abbiamo la massima espressione della proiezione estera hitleriana, tradotta in un accordo rivoluzionario che vuole essere strumento al servizio di una nuova politica a vocazione globale. Lontani i tempi del Patto anti-Komintern e del Patto d’acciaio, il Tripartito si propone di sovvertire l’assetto mondiale in funzione della nascita di un nuovo ordine euro-asiatico fondato sulla politica e sulle aree d’influenza delle principali potenze associate.

Di natura espansionistica, solidale e aggressiva, il Patto tripartito, per mezzo dell’articolo 3, ha un chiaro carattere anti-americano e, per quanto riguarda i rapporti tra Berlino e Mosca, attraverso l’articolo 5 lascia aperte le porte a una partecipazione sovietica. Nell’autunno 1940 la Germania avvia quindi un’iniziativa diplomatica a indirizzo dell’Urss al preciso scopo di verificare la possibilità di un’alleanza strutturata e organica tra le due potenze. I colloqui a Berlino del novembre 1940, presenti tra gli altri Hitler e Molotov, vedono i tedeschi tentare di comporre il quadro offrendo ai sovietici mano libera in Medio Oriente, Asia centrale e Sud-est asiatico, garantendo un ruolo intermediario nei confronti dei giapponesi, anch’essi impegnati in una attività di avvicinamento con l’Urss che porterà al Patto di neutralità dell’aprile 1941.

Stalin però è cauto. Monaco di Baviera insegna. Non si fida di Hitler, rifiuta: nelle offerte territoriali tedesche non c’è infatti garanzia di quella sicurezza che è prima e ricorrente ossessione nelle lunghe e insonni notti al Cremlino del leader georgiano. L’Urss deve restare al riparo, estranea nei limiti del possibile al conflitto, perché servono tempo e tranquillità per rafforzare il Paese e completare la rivoluzione interna. Stalin sa bene di portare sulle proprie spalle l’intera responsabilità di un’esperienza storica unica nel suo genere, ancora fragile. Da qui la ferma intenzione di preservarla, non cedendo a lusinghe espansionistiche concepibili dal dittatore esclusivamente in funzione della sicurezza nazionale.

L’Unione Sovietica non sa ancora di essere una vera potenza e l’uomo, vero rivoluzionario forgiato nella cospirazione, nella rivoluzione e nella guerra civile, ha retto per quasi vent’anni le sorti di un Paese minacciato, circondato, scongiurando con una politica estera accorta e prudente il rischio principale delineatosi a partire dagli anni Trenta: quello della grande crociata anticomunista, delle democrazie liberali intente a sguinzagliare il cane pazzo del nazismo contro il Paese del socialismo reale, il tutto in un contesto che ha inoltre visto la presenza di oppositori interni. Stalin, guida del comunismo mondiale, vero vincitore nell’accordo dell’agosto 1939, ha guadagnato tempo, ampliato l’area d’influenza sovietica, rafforzato la sicurezza del Paese, scongiurato il pericolo di un fronte unico occidentale anticomunista e alimentato la guerra tra potenze capitaliste: ora chiede solo di essere lasciato in pace.

La posizione di Stalin, con buona probabilità, determinerà il corso della storia: complice la convinzione di una Gran Bretagna intenta a resistere, rafforzata dall’idea di una possibile minaccia russa a danno del Reich, il rifiuto sovietico comporterà per Hitler un ritorno sanguigno al primato dell’ideologia, che si tradurrà, insieme a errate valutazioni di carattere politico-militare, nell’operazione Barbarossa del 22 giugno 1941. Il patto Molotov-Ribbentrop, tornando all’agosto del ’39, è quindi tra le altre cose il primo passo nell’ambito di un breve percorso di avvicinamento tra i due grandi sistemi totalitari del Novecento, una dinamica spesso accidentata e contraddittoria, ideologicamente a tratti incoerente, determinata e resa concreta però da passaggi chiave nei rapporti tra i due Paesi. Accordi sottoscritti, progetti e proposte che, se in ultimo fossero state concretizzate con il culmine del Tripartito, avrebbero potuto determinare l’esistenza di un mondo completamente diverso rispetto a quello che oggi conosciamo.