Una famosa leggenda vuole che il Paese del Sol Levante sia nato dai grumi di fango caduti dalla lancia con cui le divinità Izanagi – イザナギ Izanami – イザナミ avevano mescolato l’oceano per dare origine alle terre emerse. Forse non è un caso se nel mito è uno strumento di morte a dare vita alla terra in cui più di ogni altro luogo al mondo il culto per le arti marziali ha assunto valenza tale da sfiorare il parossismo, e d’altronde tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero, recita un vecchio detto. Tra i nomi celebri dei tanti uomini d’arme del passato, però, uno in particolare risuona ancora incutendo rispetto e timore, alimentando una leggenda che cresce di generazione in generazione: quello di Miyamoto Musashi – 宮本武藏. Il suo non è il classico profilo del samurai cui la tradizione prima, il cinema e la letteratura poi, hanno abituato; al contrario, si tratta di un outsider del suo tempo, un individuo per certi versi indecifrabile le cui uniche costanti nella vita sembrano essere state l’onore, la libertà e la ricerca della giusta via.

Miyamoto Musashi trafigge un nue

Miyamoto Musashi trafigge un nue

Nato nel 1584 a Miyamoto, modesto villaggio nella provincia di Harima, sembra che Musashi abbia avuto modo di avvicinarsi alle arti marziali sin dalla più tenera età grazie al padre Munisai, istruttore di scherma ed esperto in diverse discipline. Dopo un’infanzia non molto felice culminata nell’allontanamento dal genitore ed il trasferimento a Hirafuku sotto la tutela dello zio sacerdote Dorinbo, in questa piccola cittadina a soli tredici anni combatte e vince il suo primo duello mortale. È il 1596, nel Giappone riunificato si sta facendo strada il clan Tokugawa, che riuscirà in breve a imporre il suo dominio in tutte le province imperiali, ma i vari daimyo sono ancora restii a cedere, seppure in parte, il proprio potere ad un unico shogun e le rivolte sono frequenti, così come le sanguinose battaglie che oltre a vittime e devastazioni producono anche schiere di ronin in cerca di occupazione. A questi combattenti di professione rimasti loro malgrado senza un signore si affiancano gli shugyosha, guerrieri liberi da vincoli di vassallaggio che errano per il Paese in addestramento perenne lanciando sfide a chiunque abbia il coraggio di confrontarsi con loro. Per il giovane Musashi, inquieto e introverso, è l’occasione per conoscere il mondo che lo circonda, mettersi alla prova e perfezionare la sua personalissima tecnica di spada: a sedici anni prende la via dei monti e diventa shugyosha.

È il periodo degli epici scontri che accrescono la sua fama di formidabile spadaccino: in lungo e in largo percorre le province dell’Impero, sconfigge famosi maestri, vince monaci guerrieri, annienta un’intera scuola di scherma, la Yoshioka.

Ho preso parte a tanti duelli, senza mai perderne alcuno,

scriverà laconico anni più tardi, ma il più famoso dei circa sessanta che gli vengono attribuiti Musashi lo ingaggia nell’aprile del 1612 contro Ganryu Sasaki Kojiro – 佐々木 小次郎 su un’isoletta, Funa, ribattezzata da allora Ganryu-jima.

Il duello tra Ganryu Sasaki Kojiro e Miyamoto Musashi

Il confronto tra lo shugyosha e il demone delle province occidentali, così veniva chiamato Kojiro per le doti tecniche considerate soprannaturali, è un evento di cui si è scritto e parlato molto, un duello spesso distorto ed epicizzato oltre il dovuto dal cinema nipponico. Quella mattina Musashi si presenta con ore di ritardo sul luogo prefissato, una tattica psicologica volta a destabilizzare l’avversario già utilizzata in passato. Ganryu è furioso, lo diventa ancor di più quando vede che l’arma scelta dall’altro è un bokken, una spada di legno ricavata da un remo intagliato durante il tragitto. Snuda la sua lama e getta via il fodero spazientito provocando la celebre dichiarazione di Musashi,

Hai perso, Kojiro. Potrebbe mai il vincitore gettar via il fodero della sua spada?,

quindi attacca con furia. Lo scontro si risolve in due scambi: nel primo lo shugyosha evita l’affondo diretto di Ganryu e contemporaneamente gli fracassa sul capo il suo bokken, nel secondo Kojiro già a terra porta un attacco improvviso alla coscia del nemico, taglia l’hakami a pochi centimetri dall’arteria femorale, ma l’avversario gli frantuma le costole con un fendente che lo ferisce a morte.

In pochi istanti tutto è finito: a soli ventinove anni la fama di Musashi raggiunge l’apice. I daimyo di tutto il Paese se lo contendono per istruire i loro guerrieri, gruppi di giovani lo chiamano maestro e gli chiedono di insegnare, ma, colpo di scena, l’invitto spadaccino continua instancabile il difficoltoso peregrinare del libero shugyosha. Le fonti storiche a questo punto si fanno confuse: lo danno ospite e consigliere, mai servitore, di diversi signori locali, gli Ogasawara, gli Honda e gli Hosokawa, ne attestano la partecipazione a diverse campagne militari, sei in tutto, scriverà lui stesso, raccontano che inizia ad accettare allievi, sempre in numero limitato e selezionati.

Miyamoto Musashi

Miyamoto Musashi

Qualcosa è cambiato dopo lo scontro di Ganryu-jima: è un Musashi diverso quello che, pur continuando a perfezionare la sua tecnica di spada, la Hyoho Niten Ichi-ryu, non sfida più i guerrieri che incontra lungo il cammino e non uccide, limitandosi a mostrare la sua superiorità. È un individuo in cui la ferocia e l’ardore della gioventù hanno lasciato spazio allo spirito pacificato e introspettivo della maturità, un uomo che si avvicina allo zen (forse incontra persino il maestro Takuan Soho), vive in frugale semplicità, ama passeggiare e intrattenersi con i pochi allievi e amici scelti, si dedica alla calligrafia shodo, alla pittura e all’intaglio.

Diverse sue opere sono giunte sino a noi, in particolare i subokuga, dipinti a inchiostro monocromatico che richiedono grande abilità all’artista poiché ogni linea, una volta tracciata, non può essere più modificata né cancellata. Sono per lo più rappresentazioni di paesaggi naturali, uccelli, scene tratte dalle scritture del buddhismo zen. Le linee tracciate in maniera netta e definita, la semplicità essenziale che allo stesso tempo tradisce un’estrema cura dei dettagli, l’attitudine in cui si fissano i personaggi permettono di intravvedere i tratti più nascosti della personalità di Musashi, di coglierne la straordinaria sensibilità andando oltre l’immagine stereotipata del feroce spadaccino.

Una delle opere di Miyamoto Musashi

Una delle opere di Miyamoto Musashi

Quando sente che la fine è vicina, per l’ultima volta percorre l’irto sentiero che conduce alla grotta di Reigan, luogo in cui ama ritirarsi a meditare, e finisce di scrivere Il libro dei cinque anelli, opera in cui condensa i principi della sua filosofia e della sua arte marziale. Muore qualche giorno dopo, il 19 maggio 1645. Al termine della cerimonia funebre, officiata dall’abate Shunzan, sembra che un fortissimo tuono scuota il cielo privo di nuvole: per molti dei presenti è lo spirito dell’invincibile Musashi che abbandona le sue spoglie mortali.