Il centro storico dell’Etiopia, il nucleo attorno al quale si sviluppò il Regno di Axum, è l’area in cui sono situate le sorgenti del Nilo Azzurro. Già a partire dalla Genesi (2,13) questa localizzazione spaziale appare evidente: “E il nome del secondo fiume è Gihon; è lo stesso che circonda l’intera terra d’Etiopia”. L’idea che questa terra fosse un centro spirituale di importanza fondamentale sin dall’antichità è ancora una volta dimostrato nel Libro dei Salmi di Re Davide (68,31) in cui l’Etiopia stessa viene figurata come protendente le sue mani verso Dio. Sia nell’Iliade che nell’Odissea Omero citava l’Etiopia, mentre Erodoto, successivamente, indicava con questo nome tutte le terre che si trovavano al di sotto dell’Egitto. Il nome dato a questa terra dai greci deriverebbe da Aethiops, figlio di Efesto, ed il termine etiopi indicherebbe proprio degli “uomini dal viso arso”. Con il termine Ityopya nella lingua di origine semitica ge’ez (idioma sopravvissuto nella liturgia dalla Chiesa ortodossa etiope) si indicava l’antica civiltà di Axum la cui estensione geografica si espandeva dal Sudan all’odierna Etiopia fino alle coste occidentali della Penisola Arabica. Questo nome, secondo la tradizione indigena, derivava da Ityopp, figlio di Cush, figlio di Cam, e fondatore della città di Axum: polo sacro attorno al quale si è cristallizzata la vita nell’Africa orientale.

Obelisco di Axum, divenuto simbolo della civiltà axumita.

Obelisco di Axum, divenuto simbolo della civiltà axumita.

L’adorazione di Dio, anche nella forma del megalitismo solare (si considerino i famigerati obelischi di Axum; pietre erette che secondo Rudolf J. Mund sono un segno evidente, ovunque esse si trovino, del passaggio del carattere umano cromagnoide-nordico), è sempre stata a fondamento delle pratiche religiose etiopi sin dai tempi più remoti. Il poema nazionale etiope Kebra Nagast (La gloria dei Re) narra di come Macheda, la Regina di Saba, venuta a conoscenza del Regno di Israele e del suo potente sovrano Salomone, si recò a Gerusalemme per incontrarlo direttamente e di come questo la possedette con l’inganno. Infatti, già attorniato da oltre 700 mogli e altrettante concubine, giudee e non, Salomone promise di rispettare la verginità della regina se questa non avesse preso niente dal suo palazzo. Tuttavia, il Re di Israele offrì all’ospite solo cibi piccanti e nessuna bevanda dissetante. Così la Regina si aggirò tutta la notte per il palazzo in cerca di qualcosa da bere. Trovata dell’acqua nelle stanze di Salomone, questo la scoprì, dichiarò il patto infranto e si unì a lei. Un’unione dalla quale nacque Menelik I, unico vero erede di Salomone che, tornato con la madre in Etiopia, ne divenne il sovrano creando la nuova Sion. Da allora l’Etiopia è il seggio dell’Arca dell’Alleanza, donata dallo stesso Salomone a suo figlio, e tuttora custodita in un luogo inaccessibile nella cattedrale di Nostra Signora Maria di Sion ad Axum.

La cristianizzazione del Regno, iniziata sin dal primo secolo dopo Cristo come riportato negli Atti degli Apostoli (8, 26-40) in cui si racconta di come l’apostolo Filippo, invitato dalla visione notturna di un angelo a recarsi verso il mezzogiorno, lungo la via battezzò e spiegò gli insegnamenti del Cristo ad un eunuco etiope, venne da subito percepita come la perfetta prosecuzione della rivelazione del Vecchio Testamento e non come una sua distorsione; come la naturale continuazione del giudaismo e non come una sua sostituzione. Questa prospettiva ha fornito un sostrato messianico-escatologico all’istituzione imperiale etiope che, in qualità di erede diretta di Salomone, ha assunto la forma di una Nuova Israele il cui peculiare carattere religioso è immune tanto alle distorsioni talmudiche del giudaismo sia a quelle operate dall’Occidente alla vera dottrina cristiana. Di fatto, Vecchio e Nuovo Testamento divennero il fondamento della Chiesa ortodossa etiope la cui nascita ufficiale è fatta risalire nel 328 d. C. quando san Frumenzio venne nominato vescovo d’Etiopia da sant’Atanasio, patriarca di Alessandria. Un legame, quello tra l’Etiopia ed il patriarcato di Alessandria, che nel bene e nel male proseguirà per altri 1600 anni fino alla dichiarazione di autocefalia nel XX secolo sotto il controverso regno dell’ultimo Neghus Ras Tafari, meglio noto come Haile Selassie (Potenza della Trinità), discendente in linea diretta da Salomone (da cui lo separano 224 generazioni) e uomo indicato come Messia dall’eresia rastafariana, frutto di un inedito sincretismo tra mitologia etiope e liberalismo occidentale.

Cattedrale di Nostra Signora Maria di Sion

Cattedrale di Nostra Signora Maria di Sion

Di fatto, così come la Chiesa copta egiziana, la Chiesa ortodossa etiope (Tewahedo in lingua ge’ez) non riconosce l’esito del Concilio di Calcedonia del 451 d. C. ed abbraccia il miafisismo come dottrina cristologica che riconosce l’unità delle nature umana e divina del Cristo. Il progressivo isolamento subito dalla Chiesa Tewahedo, anche dovuto all’espansione islamica (non si può dimenticare che il Neghus cristiano di Axum accolse con cordialità i rappresentanti della cosiddetta “Piccola Egira”, tra cui il futuro terzo califfo dell’Islam sunnita Uthman ibn Affan, in fuga dalle persecuzioni dei Quraysh alla Mecca, e il fatto che il primo centro islamico nel continente africano sorse proprio in Etiopia), favorì lo sviluppo di una religiosità etnocentrica che segnò in modo profondo il rapporto col divino del popolo etiope, capace di rendere Dio a sua immagine e somiglianza.

Lo studioso di origine etiope Nathan Turner ha interpretato tale rapporto come una eterna lotta escatologica tra l’Etiopia e il drago a sette teste dell’Apocalisse di Giovanni. La prima di queste teste è rappresentata dalla filosofia pagana. La Chiesa etiope, rivendicando una purezza estranea al resto della cristianità pervasa da sentimenti ateistici e individualistici, ha rifiutato di apporre categorie filosofiche proprie del pensiero pagano al mistero dell’incarnazione di Cristo. Gerusalemme non è Atene. La mistica cristiana e la contemplazione e la visione di Dio appaiono in questo senso come una deformazione del cristianesimo primitivo. Tuttavia, è altrettanto vero che Platone, così come Pitagora, come cercò di dimostrare Clemente Alessandrino, trassero la conoscenza che avevano di Dio dai libri sacri dei giudei. Essendogli nota l’ascensione di Mosè sul Monte Sinai, Platone sapeva che il Profeta giunse fino alla vetta delle cose intellegibili nella regione di Dio. Dunque, sotto molti aspetti, talune dottrine filosofico-religiose dell’ellenismo (prima fra tutti l’ermetismo) vennero già profondamente influenzate dalla religiosità semitica. E la mistica cristiana ne fu la naturale prosecuzione. Il problema dunque non sarebbe l’invasività di Atene su Gerusalemme ma il compiacersi della conoscenza intellettuale. Infatti, lo gnostico, al contrario del vero cristiano, dovendo scegliere tra la conoscenza di Dio e la salvezza eterna, spesso e volentieri preferirebbe la prima. Ciononostante la rivelazione si rivolge sia ai semplici che ai perfetti: ai primi si presenta come insegnamento morale; ai secondi come gnosi e insegnamento del dogma trinitario.

L'Imperatore Haile Selassie arriva a Gerusalemme (1936)

L’Imperatore Haile Selassie arriva a Gerusalemme (1936)

La seconda testa è la violenza islamista che, rinforzatasi ideologicamente nell’eterodossia wahhabita, ancora oggi provoca morte e distruzione nella regione. La terza è la Babilonia occidentale; la quarta è il volgare suprematismo bianco coloniale e neo-coloniale; la quinta è il progresso: quella modernità che, volente o nolente, l’Etiopia, unica nazione libera dell’Africa nella prima metà del Novecento, dovette affrontare con l’aggressione italiana e con la disputa per il possesso dei suoi centri spirituali proprio tra l’Italia fascista e la talassocrazia britannica sempre in prima linea nel processo di de-sacralizzazione della terra. La sesta testa è stata il comunismo Derg (parola ge’ez che significa “comitato”) e la settima sarà l’Anticristo venturo che taluni esponenti della Chiesa avevano individuato in Barack Obama.

L’allegoria proposta da Turner rende bene l’idea delle prove che la nazione ha dovuto affrontare nel corso della storia e mette in luce in modo evidente il rapporto ambivalente e complesso che l’Etiopia ha avuto con l’Occidente e più in particolar con l’Europa. Questa, per tutto l’arco del Medioevo, era consapevole dell’esistenza di un regno cristiano in quel territorio che Marco Polo chiamava Abascia e che spesso veniva identificato come “Terza India”. E l’Europa era a conoscenza dei suoi centri spirituali: Axum e Lalibela, le cui meravigliose chiese rupestri (le bete, termine che deriva da Beit El – casa di Dio) si narrava fossero state costruite dagli angeli in una sola notte. Le stesse ambascerie tra l’Etiopia e Roma non erano rare, tanto che all’interno delle mura del Vaticano si trova ancora la chiesa di Santo Stefano degli Abissini. Senza considerare che la presenza di monaci etiopi a Gerusalemme, oltre i consueti pellegrinaggi, è attestata sin dal XII secolo quando presero casa nel monastero di Deir es-Sultan. Tuttavia, fu un mito in particolare a ridestare l’attenzione europea nei confronti dell’Etiopia dopo che questa nel IX secolo venne sconvolta da una rivolta anti-cristiana guidata dalla regina felasha Yodit: il mito del Prete Gianni.

Portolano raffigurante il Prete Gianni

Portolano raffigurante il Prete Gianni

L’origine del mito risale ad una enigmatica lettera recapitata all’imperatore bizantino Manuele I Comneno a Federico Barbarossa, imperatore del Sacro Romano Impero, e al pontefice Alessandro III. Nella missiva il misterioso presbitero che si presentava come Dominus Dominantium (Signore dei Signori), oltre a descrivere una terra fantastica al di là di ciò che è conosciuto, rimproverava ai regnanti del mondo cristiano di farsi adorare come dei e li esortava a non cadere nel peccato ricordandosi della loro mortalità. Il modello epistolare non era dissimile da quello utilizzato dal Profeta Muhammad quando nell’anno VI dell’Egira inviò diverse missive ai sovrani di Persia e Bisanzio esortandoli a convertirsi all’Islam. Un modello fatto proprio nel XX secolo dall’Imam Khomeyni con la sua celeberrima lettera a Gorbaciov.

L’identificazione tra il Negus etiope ed il presbitero non tardò ad arrivare. Jacques de Vitry, arcivescovo di San Giovanni d’Acri, nel suo Historia Hierosolymitana fu uno dei primi a sostenerla. Il Negus Amda Sion in un messaggio al Re armeno Aitone II si presentò come Prete Gianni, signore degli indiani e dei chabasini (abissini). Nel 1306 giunsero in Europa trenta ambasciatori del Negus Wadem Arad i quali riferirono che il loro patriarca si chiamava Ioannis (nome comunque estremamente diffuso in tutta la cristianità orientale). E Giordano di Severac nel Mirabilia Descripta parlava dell’Etiopia come della landa del Prete Gianni. Molti viaggiatori genovesi nei loro resoconti indicavano il Prete Gianni come sovrano delle terre dell’alto Nilo. E molti guerrieri e sovrani cristiani in prima linea nella resistenza contro l’espansione islamica o nella difesa del Santo Sepolcro inviavano lettere al Prete Gianni nelle quali chiedevano di bloccare il corso del Nilo in modo da affamare gli eserciti musulmani stanziati in Egitto.

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Nel 1489, Giovanni II, Re di Portogallo, inviò un’ambasceria in Egitto col preciso scopo di raggiungere il regno del Prete Gianni. Giunta nell’area delle sorgenti del Nilo Azzurro la spedizione trovò realmente dei potenti sovrani cristiani che si proclamavano discendenti diretti dei Re Davide e Salomone. Ed il Portogallo ebbe un ruolo decisivo aiutando questi sovrani contro l’espansionismo ottomano nel Mar Rosso. L’identificazione tra la figura del Negus e quella del leggendario Prete Gianni è abbastanza controversa sotto un profilo prettamente storico. Giunti al Concilio di Firenze del 1441 che avrebbe dovuto riunificare la cristianità, alcuni messi etiopi chiarirono che il loro sovrano mai aveva avuto quel titolo. Tuttavia, l’identificazione sarebbe potuta derivare dal fatto che questi si rivolgevano ai loro monarchi utilizzando l’espressione zan hoy (mio signore), foneticamente simile al nome proprio Gianni/Ioannis.

Ma il mito del Prete Gianni nasconde qualcosa di ben più profondo. Esso identifica un principio che manifesta la presenza di un centro spirituale tradizionale riconoscibile in questo caso nel millenario Polo axumita. La ricerca del regno del Prete Gianni è la ricerca di un luogo ideale in cui regnino pace e giustizia. Il Prete Gianni, re e sacerdote allo stesso tempo, è accostabile alla figura biblica di Melchisedeq il cui sacerdozio è superiore a quello levitico come affermato da san Paolo. Melchisedeq, sacerdote di Dio Elyon Elohim e Re di Salem (pace), è superiore allo stesso patriarca Abramo che viene da lui benedetto dopo la vittoria su Chedorlaomer. Il sacerdozio di Melchisedeq consisteva nel portare pane e vino come farà successivamente Cristo nell’Eucarestia. E per questo è fatto simile al figlio di Dio: Cristo è sacerdote secondo l’ordine di Melchisedeq.

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A ciò si aggiunga che la figura del Prete Gianni è associata anche alla ricerca del Santo Graal nel Parsifal di Wolfram von Eshenbach che ispirerà l’omonima opera di Richard Wagner. E il Prete Gianni, come simbolo di una signoria universale incentrata sull’unità dei poteri che richiama il Re del mondo di cui si occupò a lungo lo studioso tradizionalista francese René Guénon, secondo un racconto leggendario investì Federico II della sua autorità tradizionale attraverso l’invio dell’acqua della giovinezza, di una veste incombustibile di pelle di salamandra e di un anello con tre pietre che rappresentavano rispettivamente il dono dell’invisibilità, della sopravvivenza nell’acqua e dell’invulnerabilità. Erede di un impero tradizionale, e come tale multietnico e multi-religioso, e polo spirituale capace di espandersi lungo le direttrici dell’ampiezza e dell’esaltazione, l’Etiopia ha dovuto a lungo affrontare l’ostilità di un Occidente ben determinato ad impedire ogni forma di reale emancipazione del continente africano e ad impedire che questo centro assumesse il ruolo geopolitico di “popolo guida” per la macro-regione.

In questa prospettiva rientrano i ripetuti tentativi di controllarla e indebolirla sfruttando le tensioni etniche e religiose, il separatismo dell’Eritrea o il ruolo della minoranza ebraica dei felasha (straniero o esiliato in lingua ge’ez). La maggioranza di questa comunità che vive nel nord-ovest dell’Etiopia è in larga parte migrata in Israele a seguito delle operazioni “Mosè” e “Salomone”, del tutto simili all’operazione “Tappeto Volante” che condusse gli ebrei yemeniti verso la Palestina. L’origine dei felasha è tuttora dibattuta. Se essi fossero il frutto dell’unione tra Salomone e la Regina di Saba, secondo i canoni ebraici ortodossi non potrebbero essere considerati ebrei a tutti gli effetti visto che tale “status” etnico-religioso si trasmetterebbe in linea matriarcale, ed essendo Macheda non ebrea non lo sarebbero neanche loro. Più probabilmente sono il prodotto di una fusione tra la popolazione autoctona e gli ebrei fuggiti in Egitto ai tempi della distruzione di Gerusalemme, e forse rientrano tra le dieci tribù perdute di Israele di cui l’Antico Testamento cessa di dare informazioni a partire dall’esilio babilonese. Tuttavia, il progetto sionista di riportare le tribù perdute in Israele, oltre a nascondere la volontà di incrementare il basso tasso di natalità della popolazione israeliana, ha condotto in Palestina gruppi etnici con nessuna connessione storico-linguistica col territorio (ghanesi, sudafricani, nigeriani e indiani in modo particolare).

Sigd-27.11.08

L’Etiopia attuale è ancora un paese patriarcale, gerarchico, tribale e comunitario. Retaggi che nemmeno il regime comunista di Menghitsu, o l’americanismo esasperato del governo dell’era post-Derg sono riusciti per ora ad intaccare. E l’Etiopia proprio per il suo patrimonio religioso e culturale impermeabile all’influenza brutale della modernità occidentale può assurgere al ruolo geopolitico di guida del continente. La storia ha insegnato come ogni qual volta un leader africano abbia iniziato a conquistare consenso attorno alla propria figura carismatica sia stato sistematicamente eliminato. Thomas Sankara e Patrice Lumumba, ad esempio, godevano sì di legittimità popolare, ma non ebbero mai quella legittimità spirituale di cui può godere il Polo etiope qualora scelga di opporsi con forza all’ingombrante fardello occidentale nel continente, rendendo l’Africa, finalmente, un pilastro del nuovo ordine multipolare del mondo.