«Racconta un’antica leggenda india che all’interno della foresta, lungo il Rio delle Amazzoni, abita da tempi immemorabili il Curupira, uno strano genio, nano un po’ deforme e con i piedi a rovescio, che è il nume tutelare dell’immenso universo verde e l’autore di strani sortilegi. Può capitare infatti che, inoltrandosi nella foresta, all’improvviso tutto si confonda nel labirinto della vegetazione: dovunque alberi, muraglie vegetali, fantasmi evocati dai riflessi della luce e il ricomporsi continuo di nuovi arabeschi nel regno della metamorfosi perenne. La maledizione del Curupira, a questo punto, non perdona». Quello che Ernesto De Martino definì il «rischio esistenziale magico» in Amazzonia non vale solo per l’indio — si pensi alle numerose escatologie della «Terra Senza Male» che presero piede in Iberoamerica attraverso i secoli —, ma anche e soprattutto per il conquistador e l’esploratore bianco: la giungla, come sottolinea Silvano Peloso,

rischia di annientarlo proprio perché risveglia la possibilità, prima negata, di sperimentare concretamente il limite fra cosmo e caos […]. Il potere di seduzione e morte della foresta è tutto qui: nella possibilità di regressione a un’età dell’oro il cui avvento significherebbe il crollo del mondo costituito e il rischio del caos senza riscatto […] la corsa disperata a un richiamo che è dentro di noi, prima che fuori, fino alla dissoluzione e alla morte.

Una stima esaustiva di coloni ed esploratori europei che, a partire dal XVI secolo, si sono avventurati nell’Inferno Verde e ne sono stati assorbiti per non fare mai più ritorno è probabilmente impossibile da stilare: troppo poche sono le testimonianze scritte attraverso i secoli, nonostante qualche cronaca ci sia giunta, a partire da quelle dei conquistadores. Eppure furono molteplici le spedizioni spagnole e portoghesi che tentarono di penetrarne i segreti. La razionalità dei coloni era obnubilata da racconti mitici degli indios che descrivevano città dorate edificate da civiltà scomparse tutt’ora esistenti nell’intrico della giungla, inabissatesi a causa di un terremoto o di un’inondazione: una sorta di versione sudamericana della Shangri-La, o per meglio dire della Shamballah, indo-tibetana.

At the Orinoco, Ferdinand Konrad Bellermann (1860)

Certo è che Lope de Aguirre — come egregiamente evidenziato dall’interpretazione di Klaus Kinski nel film di Werner Herzog Aguirre (1973) — fu una delle prime vittime di questo miraggio amazzonico: come scrive Peluso,

Aguirre vive di questa illusione invincibile: l’Eldorado non è per lui solo la seduzione della ricchezza, è un sogno antico, che si risveglia nelle profondità ancestrali della coscienza, riversando il suo incontrollato magma su uomini e cose.

Ne esce meglio un altro personaggio del cinema herzogiano, anch’esso impersonato — altrettanto divinamente — da Kinski: Fitzcarraldo (1982), lui pure, come Aguirre, folgorato da un miraggio apparentemente impossibile — nel suo caso, la costruzione di un grande Teatro dell’Opera a Iquitos, villaggio amazzonico isolato dal resto del mondo, per farvi esibire i più grandi nomi della lirica — da raggiungere con mezzi se possibile ancora più paradossali: facendo passare la propria nave al di sopra di una montagna, nel punto in cui due fiumi quasi si toccano. Un’impresa che interessò, oltre che il protagonista del film (Herzog si ispira alla biografia di Carlos Fermin Fitzcarrald, vissuto tra il 1862 e il 1897 e diventato famoso come il barone della gomma) e il suo equipaggio nella finzione scenica, il regista e gli attori stessi, che con l’aiuto delle popolazioni native riuscirono incredibilmente nella loro impresa. Il miracolo di Fitzcarraldo si fonde così con quello di Herzog: cade del tutto il confine tra cinema e metacinema, tra finzione cinematografica e realtà.

Aguirre, furore di Dio (Werner Herzog, 1972)

Rimane tutt’oggi un mistero la fine di uno dei personaggi più iconici che si avventurò a più riprese nella selva amazzonica, rincorrendo il proprio personale miraggio amazzonico: stiamo parlando del colonnello inglese Percy H. Fawcett, che scomparve nella giungla brasiliana durante la spedizione del 1925, compiuta insieme al primogenito Jack. Alle sue gesta è dedicato un film del 2016 diretto da James Grey intitolato The Lost City of Z (it.: Z — civiltà perduta).

Gli interessi di Fawcett andavano ben oltre il ‘semplice’ colonialismo britannico, che in quel periodo si voleva assicurare, per mezzo delle esplorazioni finanziate della Royal Geographical Society, l’accesso al mercato del caucciù: il colonnello, dedito a studi occulti e vicino agli ambienti teosofici, era in possesso di informazioni segrete riguardanti l’esistenza di una mitica civiltà perduta nel Mato Grosso, che egli denominò “Z”, in quanto la sua scoperta avrebbe tolto il velo sugli ultimi misteri della storia dell’umanità. Già in una missiva inviata durante la spedizione del 1921 Fawcett rivelò di aver visto personalmente masse di rovine antichissime i cui muri gli suggerirono l’idea di una funzione difensiva nei confronti di una supposta inondazione proveniente dall’Atlantico.

Il colonnello Percy H. Fawcett (destra) con il caporale Henry Costin a Tiahuanaco nel 1906

Fawcett, sulla spinta degli insegnamenti della Dottrina segreta di Madame Blavatsky, era convinto di trovarsi al cospetto degli ultimi avamposti atlantidei, a suo parere edificati dai cosiddetti Dèi Bianchi dei miti amerindi: Quetzalcoatl, Viracocha, ecc. Suggestioni che non mancarono di suscitare, nei decenni seguenti, l’interesse di altri esploratori, come il giornalista tedesco Karl Brugger il quale raccolse da Tatunca Nara, sovrano e principe del popolo degli Ugha Mongulala, un racconto che sembra confermare molte delle intuizioni e delle informazioni riservate in possesso di Fawcett.

Tuttavia egli, quando venne il momento di avvicinarsi a “Z”, pessimista riguardo le sue possibilità di sopravvivenza, preferì tornare indietro e affidare ai suoi lettori il giudizio definitivo sulla veridicità della narrazione. Così Brugger sopravvisse al suo miraggio amazzonico: ma non poté fare nulla quando, nel 1984, pochi anni dopo la pubblicazione del suo resoconto, venne freddato sulla spiaggia di Ipanema a Rio de Janeiro. Né il nome del suo uccisore né la motivazione di tale esecuzione furono mai scoperti.