L’immaginario che circonda i seicento giorni di Salò è sicuramente cupo o quantomeno plumbeo. Un’idea istillata nella mente del popolo italiano da più di settant’anni di cultura resistenziale da una parte e di mero e crudo revanscismo dall’altra. L’imminenza della fine, per dirla con Accame, avrà sicuramente reso l’aria irrespirabile lungo le rive del Garda ma al contempo non si possono non prendere in esame svariate vicende che hanno avuto, storicamente e politicamente parlando, un senso e un respiro molto più ampio del semplice finire in bellezza. Una di queste è sicuramente l’attività di una triade molto particolare.

Il duce del fascismo Benito Mussolini, l’ex segretario socialista Nicola Bombacci e il giornalista del Corriere della sera, nonché amico intimo di Turati e Treves, Carlo Silvestri, si ritrovarono per i casi più o meno assurdi dell’esistenza umana, riuniti in una tragica, ma non meno appassionante, indagine postuma sul delitto di Giacomo Matteotti.

Giacomo Matteotti, nell’ultima fotografia scattata prima dell’omicidio

Vecchi socialisti che in quel periodo rinsaldavano gli antichi rapporti politici e umani, Mussolini e Silvestri soprattutto. Quest’ultimo, difatti, fu il grande accusatore del Duce durante il periodo aventiniano. Solo dopo aver scontato i dieci anni di confino a cui era stato condannato, si convinse dell’estraneità di Mussolini al delitto, e per dimostrare il suo autentico dispiacere lo seguì nella difficile esperienza di Salò. Insieme a Bombacci cercò in tutti i modi di dimostrare la totale distanza di Mussolini dall’uccisione del deputato socialista, tentando di ricucire quell’insanabile strappo venutosi a creare tra il Duce e i socialisti in quel lontano 1924.

Le prove di tutto questo, raccolte da Silvestri, Bombacci e lo stesso Mussolini, tramite il giovane prefetto Gatti, sparirono all’indomani dell’arresto del duce avvenuto il 26 aprile 1945. Silvestri fu l’unico dei quattro che ebbe la fortuna di sopravvivere a quei terribili giorni, lasciando le proprie convinzioni in merito al delitto Matteotti in un libro ormai quasi introvabile dal titolo lungo e significativo: Matteotti, Mussolini e il dramma italiano: il delitto che ha mutato il corso della nostra storia.

Anche nel conseguente processo in contumacia a Mussolini del 1947, Silvestri ritrattò le sue posizioni del ’24 e diede ampio spazio al lavoro svolto a fianco di Bombacci:  

Nel marzo del 1945 l’ex segretario generale del PCI Nicola Bombacci ebbe a confidarmi quanto segue: Ho sempre avuto l’assillo di riuscire a provare la più completa estraneità di Mussolini nel delitto Matteotti attraverso la scoperta delle vere origini del delitto. Accertare la verità divenne per me un’idea fissa. Se insistetti per poter lavorare non lontano da Mussolini, con un incarico che mi dimostrasse la sua fiducia, fu per crearmi una specie di protezione che giovasse alla libertà dei miei movimenti tali da suscitare sovente allarmi nei capi e negli organi del partito. Se riuscissi nel mio compito sarei lieto di concludere la mia vita. Se il proletario italiano si dovesse convincere, come io ora sono convinto, che Mussolini non volle l’uccisione di Matteotti e che, al contrario, il suo più bel sogno si sarebbe realizzato quando gli fosse riuscito di portare i socialisti al governo, forse il dopoguerra potrebbe vedere ancora una conciliazione tra l’antico socialista, rimasto sempre tale nell’anima, e i lavoratori delle officine e dei campi.

Una figura, quella di Silvestri, molto interessante e che merita un approfondimento. Nel libro su citato, Silvestri fa una carrellata degli eventi che gli fecero mutare idea in merito alla responsabilità di Mussolini riguardo il delitto Matteotti. Senza entrare nello specifico del processo, di cui il libro non è altro che una trasposizione, poniamo attenzione all’introduzione di quest ulitmo, che ci fornisce una sintesi accurata e agile per affrontare il delitto politico italiano per antonomasia e l’assillo principale della triade socialista in quegli ultimi giorni di libertà. Silvestri così esordisce:

Una delle imprese più ardue, quando in un paese domina il conformismo, è quella di farsi capire. Idee e sentimenti che si distinguano da quelli ufficialmente in corso vengono considerati con un senso di intolleranza faziosa che suona umiliazione per gli spiriti realmente liberi. Il rifacimento del processo Matteotti è stato un grave errore…Gli uomini che hanno redatto le leggi retroattive, con le quali la nascente democrazia ha segnato in maniera infelice le sue origini, non hanno compreso che, finita la guerra, i problemi formidabili della vita e della ripresa nazionale, nonché le paurose incognite della pace, avrebbero avuto bisogno di più concordia e meno odio.

I cognati di Matteotti alla Quartarella intervenuti per il riconoscimento del cadavere

Ben chiaro il campo politico scelto dall’ex giornalista del Corriere della SeraLa concordia nazionale a scapito dell’interesse di parte, quello stesso interesse che Silvestri decise di sacrificare sull’altare della giustizia. Lo storico Roberto Festorazzi, del resto, ci spiega bene a cosa andò incontro Silvestri con le sue deposizioni:

Quanto a Silvestri, si tratta di un personaggio che ebbe molto a patire per il suo riavvicinamento a Mussolini, nell’ultimo periodo della Repubblica Sociale…[ Silvestri] venne liquidato come un provocatore, nel dopoguerra. Ritenuto un emissario di Mussolini, e nella migliore delle ipotesi un socialista collaborazionista, fu pesantemente ostracizzato dalla sinistra antifascista che non [lo] volle giudicare personaggio attendibile e degno di fede. Ciò, paradossalmente, mise in ombra la verità. E cioè che Silvestri fosse stato, a sua volta, un perseguitato del regime.

Lo stesso Silvestri riporta una lettera di un esponente antifascista,

una delle maggiori personalità della politica nazionale e con cui intrattengo rapporti di stima e di amicizia che sono al di sopra di qualsiasi dissenso politico,

che descrive esaustivamente il periodo di caccia alle streghe del primo dopoguerra:

Ciascuno segue la propria aspirazione e tanto più deve seguirla, quanto più essa gli è dettata da una profonda convinzione di bene operare. E’ certo tuttavia che mi riesce veramente strano il pensare che vi sia in Italia alcuno il quale ritenga che sia utile e saggio riabilitare comunque la figura politica e morale di Mussolini. L’atmosfera di questa nostra ripresa nazionale è già sufficientemente torbida e sconvolta perchè sia necessario aggiungervi nuovi elementi di confusione e  di sospetto. Ed alcune volte proprio amor di patria può richiedere che si rinunci a servire la verità per la verità, tanto più quando nulla lo richieda se non un impulso generico privo di immediata giustificazione. Mi pare che tu non avevi da scegliere tra il dire la tua verità o il dire delle menzogne. La scelta per te si si poneva così: o tacere, col che non violavi nessuna legge morale; o dire quel che hai detto, col che hai creato un nuovo serpaio di dubbi, di acredini, di ire. Io avrei taciuto.

Trasporto del corpo di Matteotti al Cimitero di RianoMa andiamo con ordine e cerchiamo di capire cosa spinse il redattore del CdS, nel giugno del ’24, ad esporsi così nettamente contro il capo del governo:

Sarò esatto soltanto se dirò che nel ’24 e nel ’25 fui il solo italiano che mise per iscritto, e la firmo con il proprio nome e cognome, l’esplicita accusa a Mussolini di aver ordinato l’assassinio di Matteotti…Credetti ad Aldo Finzi, poiché lo ritenevo un galantuomo, e non gli credetti quando, pochi giorni dopo averle formulate, si rimangiò le accuse che già avevo fatto mie. Più Finzi insisteva nel farmi sapere com’egli si fosse basato su delle confidenze di Giovanni Marinelli che ulteriori elementi di informazione gli avevano fatto considerare non attendibili e più io – infervorato dalla battaglia – mi rafforzavo nell’opinione che l’ex sottosegretario agli interni aveva rinunciato al piano di azione concordato con me , perché preso dalla paura di fare la stessa fine di Matteotti.

Una corsa in avanti solitaria e con i fianchi scoperti, quella di Silvestri e che neanche negli ambienti della secessione aventiniana trovò riscontri. Fu lo stesso Mussolini, nei colloqui del febbraio ’45 a sottolineare il poco coraggio dell’opposizione parlamentare e il contrario atteggiamento di Silvestri: una vittima sacrificale che serviva per sondare la reale tenuta politica di Mussolini. Le parole di quest’ultimo, del resto, spiegano bene l’intreccio di falsità e depistaggi che le varie parti in causa misero in atto per avvantaggiarsi politicamente con il cadavere del deputato socialista:

Silvestri è stato il vero capo dell’opposizione extra-parlamentare. Mise nella sua compagna una violenza che corrisponde al suo animo rettilineo, ma ebbe il torto di non venire da me quando lo chiamai. Un colloquio gli avrebbe chiarito molte cose

Mussolini si riferisce ai vari tentativi che fece per avvicinare il giornalista all’indomani del ritrovamento del cadavere di Matteotti. In un altro libro,Turati l’ha detto, Silvestri esprime tutto il suo rammarico per non aver accettato l’invito del capo del governo, sia in vista dei  problemi giudiziari che ciò comportò, ma soprattutto per amore della verità:

Un giornalista che sia un giornalista fin nelle più profonde latebre dello spirito e del cuore, dev’essere disposto a scendere anche nei gironi dell’inferno se gli si offre la possibilità di intervistare il diavolo. Ora non potrò mai perdonarmi di non aver risposto nel tardo pomeriggio di domenica 14 giugno 1924, nella mattinata di lunedì 15, e ancora nella serata di martedì 16, agli inviti che Mussolini mi fece pervenire, una volta mediante telefonata, le altre due attraverso il suo ex segretario particolare dott. Alessandro Chiavolini e l’ex prefetto di Udine e futuro ministro della Giustizia nel governo della Repubblica Sociale dott. Piero Pisenti, di recarmi a colloquio da lui per ascoltare «comunicazioni di eccezionale importanza» che io avrei avrei avuto l’incarico di riferire agli esponenti del comitato delle opposizioni. Ebbi invero l’enorme torto di ubbidire a Luigi Albertini che, all’idea di quel colloquio, era rimasto addirittura sconvolto….Così la sola attenuante che io mi concedo per essermi scioccamente rifiutato ad un colloquio che sarebbe stato realmente storico è quella di essermi della mia disciplina di giornalista redattore del giornale più disciplinato d’Italia e forse d’Europa. Che cosa mi avrebbe detto Mussolini se io fossi stato puntuale al convegno? Benito Mussolini avrebbe anticipato di ben vent’anni quell’incarico che mi diede il 22 Aprile  1945, farmi ambasciatore della sua proposta di trasmissione dei poteri al Partito Socialista ….”

Un appuntamento al quale non si doveva davvero mancare, ma tant’è. Il fascismo prese la strada obbligata della dittatura e solo a sprazzi, molto spesso sostanziali, poté dimostrare le sue capacità sociali. Ma torniamo, ora, alla narrazione di come Silvestri mutò il proprio convincimento riguardo al delitto Matteotti.

Il giugno del ’25 e l’aprile del ’26 furono due momenti topici per la maturazione dell’estraneità di Mussolini al delitto nel cuore di Silvestri. I colloqui avuti in quei giorni con due diversi personaggi, lontanissimi tra loro, cominciarono a far vacillare le sue antiche convinzioni. Il primo, avuto con Italo Balbo lo sorprese abbondantemente e lo preparò al successivo in cui Aldo Finzi, senza volerlo, gli confermò quanto detto dal futuro governatore della Libia. Quest’ultimo, cosi si espresse:

Il discorso del 7 giugno esclude in maniera assoluta che Mussolini potesse essere ritenuto responsabile della soppressione di Matteotti. Fu in quei giorni che il Duce mi tenne un cauto discorso allo scopo di tastare il terreno a proposito di un’ eventuale soppressione della milizia. Poiché aspirava a realizzare il piano di un grande governo con parecchi ministri socialisti, la richiesta dello scioglimento della milizia e del Gran Consiglio sarebbero state senza dubbio tra le condizioni pregiudiziali di garanzia poste dagli uomini della Confederazione del lavoro e non avrebbero potuto essere eluse. Come è possibile pensare che nello stesso tempo in cui faceva questi progetti Mussolini si occupasse dei preparativi del rapimento di Matteotti? La verità è che in quei giorni Mussolini mi è apparso un convertito, un pentito. Ti sbalordirò, ma è così… Ora, per conseguenza del delitto Matteotti, Mussolini sarà costretto a fare il dittatore senza averne la stoffa. E saranno guai…Tu dal suo rifiuto di accogliere la mia proposta di un giudizio sommario derivi elementi di accusa verso Mussolini; al contrario in questo rifiuto, io vedo una delle prove morali della sua innocenza.

Anche Aldo Finzi, oramai investito dall’evento e dalla sua vicinanza con gli autori materiali del delitto, si espresse in un giudizio simile l’anno dopo:

Ti ho parlato secondo coscienza, oramai il nostro discorso è puramente accademico. Il processo Matteotti è passato agli archivi. Il fascismo è sulla strada dell’intransigenza e della dittatura. Nessun interesse mi poteva guidare in questo mio proposito di mutare la tua opinione. Poiché sono un galantuomo, tengo al giudizio dei galantuomini. Poiché non sono un vile mi spiace che si sia potuto pensare a un contegno di vile opportunismo. Si preparano situazioni tali che se tu non andrai tempestivamente all’estero, finirai in prigione. Non puoi certo raccomandarmi, tu, alla benevolenza di Mussolini, né io potrei sperare di procurarmi dei titoli di merito facendogli sapere che mi son preso la briga di persuaderti della sua innocenza. Non mettere quindi in dubbio la mia sincerità disinteressata quando ti dico che Mussolini non poteva impartire l’ordine di uccidere Matteotti, se non altro per il fatto che questi era uno dei principali esponenti di quel partito al quale meditava di rivolgersi nuovamente affinché non impedisse la formazione di un governo basato sulla più stretta collaborazione con la Confederazione generale del lavoro.

Aldo Finzi

Queste le conversazioni alla base del ravvedimento di Silvestri, dialoghi importanti che lo accompagnarono nel suo lungo peregrinare tra le patrie galere. Di fatti, fino agli anni ’40 e alla nomina a Capo della Polizia di Carmine Senise, vecchio amico dell’ex redattore, Silvestri non ritrattò nulla pubblicamente. Scontò tutta la sua pena e solo alla sua fine ricominciò con il suo lavoro d’investigazione. E’ facile capire come il non aver ritrattato la propria posizione si leghi all’enorme senso dell’onore e della giustizia che Silvestri ha sempre avuto. Un suo ravvedimento, in pieno regime, avrebbe sicuramente fatto pensare a piaggeria e sottomissione, due elementi completamenti avulsi dall’uomo in questione. Un altro momento importante, in quello che Silvestri definì “Il mio intimo processo di revisione”, fu proprio il colloquio avuto con il nuovo capo della polizia.

Senise riconfermò le tesi di Balbo e Finzi, confidando al vecchio amico del CdS che anche il suo predecessore, Sen. Arturo Bocchini,

l’uomo che più di ogni altro aveva avuto modo di farsi un opinione aderente alla realtà dei fatti,

era sempre stato risolutamente negativo nei confronti della tesi della colpevolezza mussoliniana. Qualsiasi dubbio in merito, Silvestri lo fugò direttamente nei colloqui del ’45 con Mussolini stesso. Da questi lunghi faccia a faccia, Silvestri uscì completamente sicuro dell’innocenza del duce. Ma chi, allora, ordinò il rapimento del deputato socialista? Silvestri al processo non ebbe dubbio alcuno nell’accusare il vecchio capo della Ceka (nient’altro che la squadraccia di Dumini) Giovanni Marinelli.

Giovanni Marinelli colloquia amichevolmente con un gerarca

La deposizione processuale, del resto, non lascia dubbi:

Signor presidente, devo dire a questo punto che se non è mai esistito nel mio animo e tanto meno esiste oggi, il minimo dubbio sul fatto che fu Giovanni Marinelli il mandante materiale dell’assassinio di Giacomo Matteotti.

Ma perché uccidere l’uomo più in vista del socialismo italiano in quei mesi? Insomma, cui prodestIl dott. Erra, presidente della corte del processo in questione, riassumendo una lunga deposizione di Silvestri stesso, ci risponde esaustivamente:

Venendo a quel che più preme, Lei ha detto che il 7 di giugno Mussolini aveva questa intenzione [aprire ai socialisti], e poi ha detto anche: «E’ stato gettato un cadavere tra Mussolini e i socialisti».

Impedire a Mussolini la sterzata a sinistra, ecco il vero fine dei mandanti, almeno secondo Silvestri. Le varie tesi secondo cui, il tutto venne organizzato per impedire al deputato socialista di pronunciare il famigerato discorso contro non meglio precisati ambienti finanziari genovesi, collusi con il regime e la corona in loschi affari petroliferi d’oltre oceano, non vengono smontate dalle rivelazioni di Silvestri, anzi, sempre dal suo libro possiamo leggere:

Se il delitto non fu di governo, fu comunque un delitto di partito. Il capitalismo corrotto e corruttore, gli esponenti di un putrido ambiente di finanza equivoca non agivano e prosperavano fuori e ai margini del partito, ma dentro il medesimo.

Insomma, anche Silvestri non nega la paternità fascista dell’assassinio, ma è veramente scandaloso da un punto di vista politico e giudiziario non constatare che la seconda vittima di questo delitto fu il capo del fascismo stesso, politicamente parlando, si intende.

Benito Mussolini

In un vecchio artico del 1921 ripreso e commentato nei colloqui del ’45, Mussolini tratteggia le corde che sentiva stringersi intorno la sua persona e la sua attività politica. Corde che puntualmente si sono strette proprio al momento topico con una sincronizzazione troppo perfetta per non pensare ad una accurata regia occulta:

[Il partito toscano degli agrari] mi dava l’impressione della soffocazione e che se tutto il fascismo correva il pericolo di assomigliargli, allora avrei preferito strozzare con le mie stesse mani la creatura da me generata. Dopo la vittoria del listone nelle elezioni dell’aprile del ’24 e dopo le prime sedute alla camera, fui ripeso da quella lontana sensazione.  

Un delitto ordito dalla destra più estrema del fascismo contro il suo stesso capo. Un capo fin troppo spregiudicato e che credeva di poter gestire le diversissime anime che componevano la sua creatura con la sola forza del suo carisma. Una presunzione che costò carissima a Mussolini e alla nazione tutta. Al netto delle frange più estreme, che come abbiamo visto non esitarono a rapire e uccidere per meri calcoli politici ed economici, anche la parte sana della destra fascista fu colpevole della mancata pacificazione nazionale, arrivando addirittura a mettere in discussione la figura del duce, quando quest’ultimo tentava di placare gli animi più accesi del suo partito. Sul “Selvaggio” del 19 Luglio 1924 si legge un articolo di Angelo Bencini che chiarisce benissimo la lontananza di un certo fascismo dal duce stesso:

Si è troppo adorato l’uomo in se stesso per i suoi meriti e le sue virtù, e non in quanto esso rendeva al partito e serviva l’idea. Siamo così arrivati ad identificare l’idea nell’uomo, senza pensare che gli uomini cambiano e sbagliano e le idee restano immortali. I fascisti per essere politicamente maturi devono considerarsi apostoli di una fede, i soldati di un’idea, non i lanzichenecchi di un uomo.

Il Selvaggio, numero del 13 luglio 1924

Enormi dunque, le resistenze interne al fascismo ad ogni tentativo di pacificazione o alleanza con la sinistra, resistenze che affondavano le loro radici sia in motivazioni ideologiche che personali. Ergo, è facile immaginare che anche a sinistra un intreccio di motivazioni simili abbia contribuito ad alimentare l’avversione a questo tipo di progetto politico unitario tra fascismo e socialismo. Il tentativo del ’24 fu l’ultimo di una lunga serie con cui Mussolini tentò di riavvicinare il vecchio mondo socialista e, come sottolinea abbondantemente De Felice, il capo del governo  fece di tutto per non rimanere da solo con la destra:

…se lo squadrismo non voleva la pacificazione con il Partito socialista, Mussolini ne doveva per il momento subire la volontà, ma non voleva però rinunciare a tenere aperto almeno il dialogo con la Cgl, sia perché un accordo con essa avrebbe inevitabilmente spianato la strada a quello con i socialisti, sia soprattutto perché il fascismo, continuando sulla strada delle violenze, ora che la paura del bolscevismo stava sparendo, si sarebbe venuto a trovare inevitabilmente isolato e tagliato fuori dalla lotta per il potere.

Sempre Silvestri ci descrive benissimo il tentativo più serio intrapreso da Mussolini per aprire a sinistra, nel suo “Turati l’ha detto” dà ampio spazio ad una riunione del della direzione socialista in cui venne discussa l’offerta mussoliniana:

Un telegramma di Mussolini da Milano a Roma il 29 ottobre 1922 mi fece interpellare la direzione del Partito Socialista Unitario e il suo gruppo parlamentare per sapere se avrebbero accettato la partecipazione al governo con due loro ministri e un sottosegretario. Alla riunione non partecipò Turati, assente da Roma. La conclusione fu l’autorizzazione data a Bruno Buozzi e a Gino Baldesi di accettare l’offerta ma solo a titolo di «responsabilità personale», secondo una formula che aveva molti procedenti nella storia dei regimi parlamentari.

L’ultima frase è sintomatica della poca convinzione con cui la sinistra si approcciò alla proposta di Mussolini. Silvestri continua:

[parlando a Mussolini nei colloqui del ’45] Vi devo dire che l’accordo da voi vaticinato con gli esponenti del Partito socialista non è mai stato nel novero delle cose possibili. Turati, Treves, Prampolini, Modigliani, Matteotti vi negavano ogni qualità morale. Per essi la politica non avrebbe mai dovuto e potuto prescindere da un minimo di leggi etiche. Essi non credevano né alla vostra onestà né alla vostra lealtà. Essi vi negavano qualsiasi capacità di intendere il socialismo proprio per un’assoluta impossibilità di costituzione mentale e morale.

E’ evidente che le colpe del mancato incontro tra fascismo e socialismo sono da ricercare in entrambi gli schieramenti. Se le aperture di Mussolini fossero state accettate a sinistra e non osteggiate a destra la nostra storia , probabilmente, sarebbe stata molto diversa. Silvestri pone proprio questa domanda al suo pubblico alla fine dell’introduzione del libro che abbiamo fin qui esaminato, una domanda per troppo tempo caduta nell’oblio del dibattito storico e politico nostrano.

Spetterà alla storia di stabilire se fu un bene o un male che l’offerta di Mussolini a Buozzi e ai dirigenti della Confederazione del  lavoro nell’autunno del 1920 non abbia avuto quegli sviluppi che nelle intenzioni dell’ex direttore dell’Avanti! Avrebbero dovuto portare i socialisti al governo. Spetterà alla storia determinare se fu un bene o un male per l’avvenire dell’Italia che l’appello di Mussolini alla collaborazione dei popolari e dei socialisti contenuto nel primo discorso alla Camera (1921) non sia stato preso in considerazione. Spetterà alla storia accertare se giovò all’Italia o fu una delle cause della sua rovina la mancata intesa tra Mussolini e i socialisti nel corso del 1922, del 1923 e del 1924. Spetterà alla storia fissare quali responsabilità ebbero quei partiti che, non avendo osato dividere il potere con Mussolini, non osarono neppure affrontarlo e costringendolo, per sua difesa, su posizioni di intransigenza, lo infeudarono alle forze reazionarie e capitalistiche.

Una tesi arditissima, quella di Silvestri, ma che non si può negare si basi su concezioni logiche e una posizione, sia umana che politica, difficilmente attaccabile. Nell’ultimo periodo, diradatesi le nebbie della storiografia politicizzata, sono emersi diversi altri studi, che se non riprendono in toto la tesi dell’ex giornalista, ci si avvicinano. Il caso più eclatante è quello dello storico Enrico Tiozzo, che nella sua poderosa opera in merito al delitto Matteotti, affronta accuratamente i risvolti tecnici e giudiziari, più che quelli politici della vicenda, ricordandoci che

omicidio preterintenzionale e/o volontario non significa premeditato.

e soprattutto, nell’introduzione di Aldo Mola, che

La campagna d’opinione orchestrata tra giugno e dicembre del 1924 costrinse Mussolini a ergersi da duce del fascismo a Capo del governo e, in prospettiva, a dittatore, non per alcuni mesi o un anno ma a tempo indeterminato…